Cosa accomuna l’artista poliedrica del Libano con il Maestro bolognese?
Come presentato il 20 gennaio, dal 21 gennaio al 3 maggio 2026 il Museo Morandi del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenterà Etel Adnan e Giorgio Morandi. Vibrazioni, progetto espositivo a cura di Daniel Blanga Gubbay che, per la prima volta, avvicinerà in un dialogo diretto la pittura di due grandi artisti del XX e XXI secolo, esplorandone affinità e corrispondenze: Etel Adnan (Beirut, 1925 – Parigi, 2021) e Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – Bologna, 1964).

La mostra rientrerà nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026 (5 – 8 febbraio), il palinsesto di mostre, eventi e iniziative promosso dal Comune di Bologna. con il sostegno di BolognaFiere, in occasione di Arte Fiera. I due artisti sono già stati protagonisti nel 2012 di due focus monografici dedicati all’interno della prestigiosa rassegna quinquennale di arte contemporanea dOCUMENTA (13) a Kassel, curata da Carolyn Christov-Bakargiev. Morandi ed Adnan sono accomunati dall’esercizio quotidiano di una pratica pittorica che cattura l’essenza di un sentimento puro attraverso ampie campiture di colore, racchiuse in forme geometriche semplici, a tratteggiare la biografia di oggetti comuni ed elementi naturali. Una pittura intesa come visione lirica di paesaggi interiori e rigorosa coerenza di segno, capace di esprimere riflessioni simili, nonostante Morandi e Adnan siano nati e cresciuti in luoghi tempi storici diversi.
I loro studi lontani tra loro – uno in via Fondazza a Bologna, l’altro affacciato oltre la baia di San Francisco, negli Stati Uniti, ma entrambi trascorsero decenni tornando con determinazione a pochi motivi essenziali, anteponendo la vibrazione del colore al contorno e al segno. Scrive il curatore Daniel Blanga Gubbay nel testo per la brochure di accompagnamento alla mostra: “Morandi disponeva bottiglie, scatole e recipienti, spostandoli di millimetri per distillare forma, luce e intervallo; l’artista libanese Adnan dipingeva montagne, orizzonti e soli come piani intrecciati di colore puro. Lavorando in piccolo e in serie, entrambi hanno fatto della pittura un’esperienza di vibrazione cromatica.”
Il maestro bolognese esprimeva la propria arte attraverso modulazioni tonali – grigi caldi, beige, rosati, verdi smorzati – in una serena instabilità negli sfondi, nei vasi e nelle scatole, restituendo il movimento della luce e dello scorrere del tempo. Invece, l’artista libanese, naturalizzata americana, dava sfogo alla propria creatività servendosi di tele di piccole dimensioni che sprigionavano forti contrasti cromatici i quali sembrano uscire dalla cornice del quadro.
Dalla personalità eclettica, Etel Adnan, che era anche plurilingue, scrittrice e artista visiva dall’opera proteiforme, incarnava lo spirito dell’artista della sua epoca capace di confrontarsi in modo coerente con diversi media.

Per sei decenni si è espressa spaziando tra pittura, disegno, arazzi, film, ceramica e libri d’artista leporello, così come tradizioni e luoghi diversi. Adnan è stata inizialmente autrice di poesie e prosa, spesso affrontando e protestando contro i tumulti della guerra civile libanese e dell’imperialismo, dalla guerra in Vietnam a un sostegno alla causa Palestinese. Fortemente influenzata dal paesaggio, dalla sua storia e dalla sua profonda sensibilità che ha riportato nella propria scrittura produzione artistica. Secondo la filosofia di Adnan, il paesaggio si mescola alla memoria, in particolare al sentimento di spaesamento, essendo nata e cresciuta in Libano e, successivamente, avendo vissuto, studiato e lavorato in Francia e in California per il resto della sua vita. Nei suoi libri la calligrafia si unisce ai disegni, forti del suo impegno nel raccontare il mondo ricco di influenze multiculturali in cui si è formata, mentre i suoi quadri testimoniano la necessità di partecipare con la sua voce a plasmare la percezione del mondo.
Emigrata in California negli anni Sessanta, ha affiancato alla scrittura di poesie e amore per la filosofia la pittura, trovando ispirazione nei paesaggi bruciati dal sole e toccati da esplosioni di colori. Raccontò spesso come il non aver seguito studi di pittura l’avesse incoraggiata a una grande libertà di sperimentazione: posava le tele sul tavolo e applicava il colore direttamente dal tubetto con una spatola. Montagne, soli e orizzonti emergono come accostamenti di campiture intense. Adnan definiva le montagne teachers of presence, a significare come il paesaggio rappresentasse un’entità con cui entrare in relazione e la pittura, più che rappresentazione, una possibilità di registrare l’intensità dell’esperienza del reale. Appartiene a questa ricerca uno dei otto paesaggi, intitolato Untitled (2015), esposti in questa occasione in dialogo con dieci opere, tra paesaggi e nature morte, di Giorgio Morandi. Nonostante ritragga sempre lo stesso scorcio, il Mount Tamalpais a nord di San Francisco visibile dalla finestra del suo studio, sono molti e sempre differenti i lavori che l’artista dedica a questa veduta, trasformandone il profilo a ogni spatolata di colore. Adnan compie una riflessione sul tempo e sulla forma pittorica che la avvicinano ad artisti come Giorgio Morandi e Paul Cézanne ricombinando i colori e le forme, quasi a sciogliere il paesaggio in composizioni astratte. Ciascun ritratto sembra un’ulteriore indagine sul potere della pittura di creare e ricreare mondi interiori che rispondono alle sollecitazioni e alle percezioni esterne.
In Journey to Mount Tamalpais (1986), il suo libro sulla pittura terapeutica eseguita della stessa montagna californiana, dipinta giorno dopo giorno, anno dopo anno, l’artista scrisse: “Scrivo ciò che vedo, dipingo ciò che sono”. La mostra Etel Adnan e Giorgio Morandi. Vibrazioni si propone di invitare il pubblico a osservare percorso visivo di sottili risonanze tra due percorsi artistici che – conclude Daniel Blanga Gubbay nel suo testo critico – “per vie diversissime giunsero alla stessa convinzione: guardare profondamente è una forma di pensiero.”
B.B.
