Archive for the 'Pianeta Africa' Category

ago 09 2010

Immigrazione: Ancora sbarchi di clandestini in Sicilia

Published by Direttore under Cronaca, Il Caso, News, Pianeta Africa

La notizia che stanotte degli immigrati clandestini sono sbarcati sull’isola di Linosa, provincia di Agrigento nelle Isole Pelagie ha scatenato numerose polemiche nel mondo politico italiano. Da mesi l’opposizione porta avanti una sua teoria secondo cui gli arrivi di immigrati continuino, ma nel silenzio. Lo sbarco dei quaranta nordafricana, algerini e marocchini, e di alcuni iracheni a Linosa ha aperto le ‘ferite’. Quasi a voler ‘causticare’ le ‘ferite’ il Viminale ha diffuso oggi dei suoi dati sull’immigrazione clandestina in Italia. Secondo i quali gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane sono stati 29.076 nel periodo 1°agosto 2008-1°agosto 2009 e sono scesi a 3.499 l’anno successivo, dal 1°agosto 2009 al 1°agosto 2010 con una diminuzione pari all’88 per cento. Per Lampedusa, Linosa e Lampione, il ministero degli interni ha poi, precisato che sono avvenuti dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009, 20.655 sbarchi di immigrati mentre dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010, sono stati 403, con una diminuzione del 98 per cento. Dati che però, non convincono l’opposizione secondo cui gli sbarchi sulle spiagge del sud Italia e anche in Sicilia continuerebbero solo che non sono della stessa entità del passato. Si tratta dunque di sbarchi di esigui gruppi di immigrati che però, sommati raggiungono le centinaia di persone. E’ opinione che il flusso migratorio verso le coste italiane non si sia attenuato come si vuole far credere, ma anzi sembra sia aumentato dilazionandosi. Quello che più inasprisce la polemica è che tutto questo è avvenuto in barba a tutti gli accordi stipulati tra Italia e Libia. E’ evidente dunque che il fenomeno ha subito un’evoluzione, ma che su questi sbarchi è calato da tempo un colpevole silenzio da parte delle istituzioni. Un silenzio dettato dal fatto che nonostante i tanti ‘proclami e annunci’ fatti dal governo di accordi e compromessi la questione degli sbarchi di clandestini non è stata per nulla risolta anzi è peggiorata. Il traffico di clandestini verrebbe ora gestito da bande ben organizzate che riescono ad eludere i controlli approntati dal governo lungo le coste.  Il 2 agosto scorso 39 immigrati sono sbarcati a Lampedusa. Nello stesso giorno in dieci hanno messo piede a Pantelleria. Nei giorni precedenti altri sbarchi erano avvenuti a Cala Francese, a Linosa, e sul piccolo isolotto di Lampione. Mentre ben 150 immigrati erano poi, stati sorpresi in un casolare di Palma di Montechiaro, nel corso di un’operazione che aveva portato all’arresto anche di cinque persone e alla scoperta di una presunta organizzazione che gestiva viaggi ‘all inclusive’, compresa la consegna di vestiti nuovi e di un biglietto per raggiungere le località del Nord Italia una volta sbarcati in Sicilia. Il calo effettivamente c’è stato, ma solo perché le rotte nel Mediterraneo sono in continua mutazione. I trafficanti di uomini hanno individuato delle nuove rotte che passano attraverso la Puglia. La dimostrazione è lo sbarco la scorsa settimana di 29 clandestini afgani e irakeni,  fermati a Punta Meluso, sulla costa di Santa Maria di Leuca.  Tutto questo è di rivelante gravità in quanto sarebbe la testimonianza del salto di qualità, rispetto agli anni passati, che l’organizzazione del traffico di clandestini avrebbe ricevuto. Anche lo sbarco di stanotte rientra in questa casistica. Il fatto che non è stata rinvenuta alcuna imbarcazione lungo le coste, è segno che i clandestini sono stati sbarcati vicino alla riva da un natante che poi, si è allontanato. Quello di oggi non è nemmeno un episodio isolato. Da mesi gli sbarchi sulle Pelagie o sul litorale agrigentino rientrano nell’ordinarietà. Addirittura secondo il Pd ne sarebbero sbarcati almeno 350 nel solo mese di luglio. Tutto questo ha finito solo per dar vita a polemiche nel mondo politico italiano. Il fenomeno dell’immigrazione clandestina ha da sempre fatto parte delle problematiche più affrontate dalla politica italiana. Però non dal punto di vista risolutivo, ma da quello di elemento di strumentalizzazione. Come motivo di attacco politico dell’avversario. Alla luce di quanto sta avvenendo, sia il Pd sia IdV sono concordi nell’affermare che il governo ha fallito le politiche sull’immigrazione. Nei giorni scorsi il capogruppo dei senatori dell’Italia dei Valori, Felice Belisario aveva affermato: “Se fosse vero che i clandestini continuano a sbarcare a Lampedusa e il governo ne occultasse la notizia, ci troveremmo di fronte a un fatto gravissimo. Sono mesi che Berlusconi, La Russa e Maroni ci sventolano davanti i risultati del contrasto all’immigrazione clandestina e dichiarano che gli sbarchi sono finiti”. “Altro che governo della sicurezza questo è il governo delle menzogne”, concludeva Belisario. Mentre il responsabile comunicazione del Pd , Stefano Di Traglia ha affermato: “oscurare la realtà non aiuta di certo a risolvere il problema come oggi sembra ammettere il ministro della difesa La Russa che chiede norme più dure contro l’immigrazione dimenticando di dire che da sette anni, negli ultimi nove governa la destra. Almeno ammetta il fallimento della sua maggioranza nelle politiche di integrazione”, conclude Di Traglia. Il riferimento è all’intervista rilasciata a Repubblica, dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Il ministro ha affermato che: “ Sull’immigrazione clandestina servono inasprimenti normativi. Non è una battaglia finita e perciò l’argomento deve essere sempre all’ordine del giorno”. Nell’intervista La Russa ha anche sottolineato che: “la guardia non va abbassata. I risultati sono finora appesi all’accordo con Gheddafi nel contrasto agli sbarchi via mare, ma i clandestini arrivano anche da altre vie e quindi occorre assumere altre iniziative”. Un recente sondaggio condotto da Sky Tg24 sembra dare ragione al ministro. Il 65 per cento degli intervistati è d’accordo con il ministro La Russa. Per il restante 35 per cento invece, non sono necessari inasprimenti normativi. Nel frattempo un’ulteriore riprova che gli sbarchi continuano sono i respingimenti che continuano. Respingimenti che hanno dato vita al caso dei 200 eritrei detenuti in Libia dopo essere stati respinti dall’Italia. A fine luglio il Viminale ha poi, dato notizia che nel corso della settimana sono stati rimpatriati, con diversi voli aerei, oltre 100 extracomunitari clandestini. “Comunque sia circa l’80 per cento degli immigrati clandestini giungono in Italia via terra. Pertanto potrebbe essere un errore rivolgere tutta l’attenzione sempre al mare”, ad affermarlo Oliviero Forti, responsabile italiano immigrazione della Caritas. Se ciò è vero vuol dire che le migliaia di persone che sbarcano ogni anno nel sud Italia rappresentano solo il 20 per cento del totale di quanti arrivavano in Italia. “E’ difficile fare previsioni in questo campo: ma è assai probabile che questo trend continui con questi numeri”, spiega Forti. “Chiaramente i pattugliamenti proseguono, quindi anche chi gestisce l’immigrazione si adegua a un contesto mutato con modalità sempre più raffinate; arrivano, come è accaduto nel Salento, con barche di lusso rubate nei porti turchi e greci, e vengono stipati in questi velieri il che già indica un cambiamento visto che prima si parlava di carrette”, aggiunge Forti spiegando che: “I migranti in questo modo sono maggiormente vessati anche sotto il profilo economico dagli stessi trafficanti, perchè aumentando le difficoltà aumenta il costo della traversata. Si tratta di un’operazione a perdere che riguarda tutti, in questa vicenda non ci guadagna nessuno. Anche lo sbarco di Linosa dimostra che ci sono modalità differenti rispetto al passato”.

Ferdinando Pelliccia

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ago 06 2010

Vicenda Buccaneer: ‘Quel maledetto viaggio nel mare dei pirati’

Published by Direttore under Cultura, Eventi, News, Pianeta Africa

 ‘Quel maledetto viaggio nel mare dei pirati’

Pagine: 110 – Autori: Gaetano Baldi - Ferdinando Pelliccia - Daniela Russo - Editore: Edizioni LiberoReporter 

Il libro è acquistabile sul portale www.liberoreporter.it  

 Da oggi è possibile conoscere tutto quello che non è stato detto sul sequestro del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’.  Gaetano Baldi, Ferdinando Pelliccia e Daniela Russo  raccontano in un  libro, che esce ad un anno esatto dalla liberazione degli ostaggi avvenuta il 9 agosto 2009,  la vicenda del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’ sequestrato dai pirati somali l’11 aprile del 2009 e tenuto in ostaggio, insieme ai suoi 16 marinai, per quasi 4 mesi, in uno dei porti della costa settentrionale della Somalia, la moderna Tortuga. Si tratta di un libro testimonianza  che narra della vicenda relativa al sequestro del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’, avvenuto nel mare al largo della Somalia,  raccontata da uno dei protagonisti. Di fatto è il racconto dell’esperienza vissuta in prima persona, dal 11 aprile 2009 fino al 9 agosto successivo, quando la nave ostaggio dei pirati, dopo quasi 4 mesi, venne rilasciata dietro il pagamento di un forte riscatto corrisposto dal governo italiano come risulta anche dall’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti della Procura di Roma. Il libro raccoglie ricordi, emozioni, sensazioni, vissute da  uno dei marittimi del Buccaneer, in quei 4 mesi di prigionia. Una ricostruzione della vicenda che avviene anche attraverso gli articoli (quasi un centinaio) pubblicati dagli autori del libro sul web e sulla rivista LiberoReporter, oltre alla viva testimonianza dei parenti degli ostaggi di origine campana; parenti che da quel 11 aprile 2009, hanno ricevuto sostegno e linfa per 4 mesi, tanto quanto è durato il sequestro, in un vortice di conversazioni telefoniche e incontri, che spesso sono serviti per domare la rabbia, la frustrazione e la disperazione di quei 119  giorni da incubo. Particolari inediti fanno da corollario al racconto, il tutto anticipato da una eloquente introduzione per far comprendere, anche a chi si accosta per la prima volta, il complesso e delicato argomento trattato. Un’introduzione in cui alcuni concetti vengono riaffermati più volte, non come una semplice ripetizione ma come una sottolineatura e implicita denuncia, senza strumentalizzazioni politiche ma attenendosi strettamente ai fatti, contrariamente a quanto di solito accade. Una nave italiana, un armatore, 16 membri d’equipaggio, gli agguerriti e senza scrupoli pirati somali, faccendieri, governi inesistenti e governi riluttanti a dichiarare con chiarezza i fatti, aiuti, compensi e tanti, ma proprio tanti dollari, media annaspanti e mal informati sono gli ingredienti di questa storia, che non è un romanzo, ma un fatto realmente accaduto, che ci porterà alla Latitudine = 11.1818 e Longitudine = 48.2086… nella «calda» area del Corno d’Africa.

Un «thriller» casereccio risibile, se non fosse per il dramma vissuto da questi 16 uomini del mare, 10 marittimi italiani, 5 rumeni e un croato, e dai loro parenti dislocati in varie zone dell’italico stivale e nella patria del ex dittatore Nicolae Ceauşescu, imbarcati su un vecchio e decrepito rimorchiatore d’altura, dal nome beffardo, quanto la sorte che li attende, nel transitare nei pressi delle basi della nuova «moderna» filibusta.

Una parte del ricavato andrà  a favore dei marinai del Buccaneer rimasti disoccupati e con famiglie a carico.

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lug 29 2010

Somalia: al Shabaab minaccia i Paesi che invieranno truppe

Published by Direttore under Dal Mondo, Pianeta Africa

L’Unione africana ha già  dispiegate nel Paese 6mila soldati per contrastare gli insorti, che vogliono cacciare il governo somalo.

MOGADISCIO – I miliziani integralisti somali di ‘al Shabaab’, legati ad al Qaeda, hanno promesso che annienteranno le forze militari che verranno inviate in rinforzo al contingente dell’Unione africana, Ua, Amisom, dispiegato a Mogadiscio. Inoltre hanno minacciato di colpire i Paesi che metteranno a disposizione i loro militari per il contingente. Il proponimento è una conseguenza della decisione annunciata in questi giorni dall’Ua di inviare altri 4mila soldati in rinforzo ai 6mila peacekeepers ugandesi e burundesi già presenti dal 2007 nella capitale somala. Decisone adottata nel corso del 15esimo vertice dell’Ua  tenutosi a Kampala in Uganda questa settimana. Gli al Shabaab di fatto hanno già messo in pratica la loro minaccia. Essi hanno rivendicato il duplice attentato compiuto lo scorso 11 luglio a Kampala, in cui hanno perso la vita 76 persone. Si è trattato della loro prima azione terroristica compiuta fuori dalla Somalia. La situazione nel Paese del Corno d’Africa non è delle più rosee.
i leader dell’Ua al summit di Kampala

Da settimane a Mogadiscio, ultimo baluardo governativo, si combatte casa per casa. Violenti scontri si registrano ogni giorno tra i ribelli islamici e le truppe del governo somalo, sostenute dal contingente ‘Amisom’ dell’Ua. Combattimenti che causano centinai di vittime. A farne le spese è in gran parte la popolazione civile. Dal primo di luglio ad oggi, nella capitale somala sono morte almeno 174 persone e circa 800 sono rimaste ferite. Un fatto questo, che pone il mese di luglio come il peggiore dall’inizio del 2010. Dopo che hanno preso il controllo di tutto il sud della Somalia, larga parte del centro e centro ovest, e la quasi totalità di Mogadiscio ora gli integralisti stanno cercando di  allargare la loro sfera di influenza. Finora il nord del Paese era rimasto fuori dallo scontro, ma da qualche settimana anche in quella parte della Somalia la situazione è tesa. Ad essere principalmente minacciata dai ribelli è la regione semiautonoma del Puntland. Alla luce di tutto questo a ragione, la decisione dell’Ua di inviare rinforzi in Somalia, è stata salutata con giubilo dal presidente del debole governo di transizione somalo, tfg, Sharif Sheikh Ahmed. Da tempo il capo di stato somalo chiedeva all’Ua di rinforzare l’Amisom che di fatto è l’unica garanzia di sopravvivenza del tfg.  Al vertice di Kampala si è discusso anche dell’opportunità o meno di cambiare le regole d’ingaggio che ora consentono al contingente di pace africano solo di difendersi, ma non di attaccare. Da tempo i militari del contingente Amisom chiedono di poter compiere almeno attacchi preventivi contro gli integralisti islamici. Essendo la missione dell’Ua sotto l’egida dell’ONU per adottare questa variazione l’Ua deve consultarsi anche con il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro.  

Ferdinando Pelliccia

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lug 27 2010

Integralismo somalo: a rischio anche Paesi confinanti

Published by Direttore under Dal Mondo, Pianeta Africa

Si cerca di esportare l’integralismo dalla Somalia anche ai Paesi confinanti. E’ questo la valutazione che si ricava analizzando gli eventi accaduti nelle ultime settimane nel Corno d’Africa. Gli integralisti islamici di al Shabaab, gioventù in arabo, che è un gruppo di ribelli islamici considerato vicino all’organizzazione terroristica di al Qaeda, combattono in Somalia per rovesciare il debole governo di transizione somalo, tfg, guidato dal presidente Sheikh Sharif Ahmed, in carica dal 2009.

miliziani islamici

Un governo che resta ‘in piedi’ solo grazie al sostegno che riceve dall’Occidente e della forza di pace militare dell’Unione africana, Ua, denominata Amisom. I ribelli, il cui leader è Mohamed Abdi Godane, alias Abu Zubayr però, ormai controllano tutto il sud della Somalia, larga parte del centro e centro ovest, e la quasi totalità di Mogadiscio. La capitale somala di fatto è l’ultimo baluardo del tfg in Somalia. Un baluardo difeso strenuamente, ma scontro dopo scontro la realtà dei fatti sta venendo fuori. Gli al Shabaab presto controlleranno la Somalia. Lo si capisce dal fatto che negli ultimi giorni si sono intensificati i loro attacchi alle postazioni governative e dei Peacekeeper dell’Amisom, e violenti combattimenti sono in corso ininterrottamente a Mogadiscio tra i miliziani al Shabaab da una parte e le forze governative e truppe Ua dall’altra parte. Combattimenti condotti anche con l’artiglieria pesante.

un carro armato dell'Amisom

Tutto questo sta provocando, come sempre, la morte soprattutto di numerosi civili in quanto i combattimenti si svolgono nella totale noncuranza per la sicurezza e la tutela della popolazione civile. E questo con colpevole consapevolezza di tutte le parti coinvolte. Persino dell’Amisom, come la stessa Ua ha confermato in un recente rapporto. Il movimento degli al Shabaab nato alla fine del 2006 dai resti dell’Unione delle Corti islamiche,Uci, sconfitte nel dicembre dello stesso anno dalle truppe etiopi inviate in soccorso del governo di Mogadiscio, punta ad assumere il controllo della Somalia e ad imporre una rigida forma della Sharia, la legge islamica. Dopo che ci saranno riusciti nessuno si potrà più dire al sicuro da queste milizie integraliste. Tanto è vero che gli USA hanno inserito il gruppo nella lista nera ONU delle organizzazioni terroristiche. I primi segnali si stanno registrando in queste ultime settimane. Nelle ultime ore si sono verificati intensi combattimenti fra le forze della regione semiautonoma somala del Puntland, e gruppi di ribelli armati guidati da Mohamed Said Atam che è legato agli integralisti somali. Said Atam è un religioso salafita del nord della Somalia ed è inserito nella lista nera dell’ONU per avere contrabbandato armi per i miliziani. Sembra che le forze di sicurezza locali abbiano attaccato i campi di addestramento ubicati nella zona montuosa di Gargala e usati da al Qaeda e dai mujahidin somali. I combattimenti si sono verificati soprattutto presso i villaggi di Sanag e  Karan nella provincia di Bari, nord est della Somalia. Nei giorni scorsi la stampa araba aveva denunciato la presenza nel nord del Puntland di un nuovo santuario di al Qaeda, paragonandolo addirittura a quello di Tora Bora in Afghanistan, e dove almeno 400 mujahidin si addestrano per la Jihad, la guerra santa.

presidente somalo Sharif Sheikh Ahmed

Il Puntland finora era restato fuori dallo scontro tra tfg e integralisti somali, ma evidentemente a quest’ultimi non interessa più tenerli fuori dallo scontro ed ora la regione è sotto crescente tensione. Tanto è vero che sempre ieri, nella capitale della regione semiautonoma somala, Bosaso  si è verificato un attentato terroristico. Segnale tangibile questo, della volontà dei ribelli somali di cercare di allargare il loro controllo anche nel nord del Paese africano. Il Puntland che già si trovava a dover affrontare l’emergenze pirateria ora si vede aperto un nuovo fronte, quello della minaccia che viene dai ribelli di al Shabaab che già controllano gran parte del territorio somalo. Prima ancora che si verificassero questi episodi, sempre la scorsa settimana, si era registrato, al confine tra il Kenya e la Somalia, uno scontro armato tra forze di sicurezza kenyane e miliziani somali degli al Shabaab. Le milizia somale già in passato hanno minacciato di attaccare il Kenya. Il governo di questo Paese appoggia quello somalo. Tutto questo ha reso la regione di confine tra Kenya e Somalia pericolossissima e il governo di Nairobi ha inoltre espresso il timore di subire attentati suicidi anche sul suo territorio, come è accaduto poche settimane fa a Kampala, in Uganda. L’Uganda insieme al Burundi è il Paese africano che dal 2007 contribuisce con uomini e mezzi alla missione di pace dell’Ua in Somalia. Gli al Shabab gli definiscono ‘invasori africani’ e l’attentato è stato un atto intimidatorio nei confronti dell’Uganda compiuto dagli integralisti somali che ne hanno rivendicato la paternità giustificandolo come punizione per i civili morti nel corso della guerra in Somalia. Di fatto è stato il loro primo atto terroristico compiuto al di fuori del territorio somalo. Di certo non sarà nemmeno l’ultimo, in quanto hanno promesso stesso trattamento al Burundi e a tutti i Paesi che appoggiano il tfg somalo. L’Ua ha immediatamente annunciato che anche la Guinea invierà un contingente di soldati a Mogadiscio nell’ambito della missione Amisom. A causa di tutto questo la Somalia sta vivendo anche una delle peggiori crisi al mondo. Quasi la metà della popolazione civile somala dipende dagli aiuti umanitari. Per il fatto che, nel Paese del Corno d’Africa, sono 1,4 milioni le persone che hanno lo status di sfollati interni e oltre 600mila quelle di  rifugiati nei Paesi confinanti, la Somalia è il terzo Paese nel mondo per provenienza di rifugiati, superato solo da Afghanistan e Iraq. A causa poi, degli intensi combattimenti di questi giorni sono state costrette alla fuga altri 18mila somali. Da questo emerge un’altra conseguenza meno nota delle azioni degli al Shabaab.

civili in fuga da Mogadiscio

La preoccupazione per l’aggravarsi del modo in cui questi civili somali, costretti alla fuga per sfuggire al dramma della guerra, sono trattati sia all’interno della Somalia stessa sia nei Paesi confinanti. Una denuncia che giunge dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Unhcr. “Il clima di paura, innescato soprattutto dai recenti attentati terroristici, ma anche dalla consapevolezza della forza che sta assumendo il movimento islamico somalo, fa registrare un crescente numero d’episodi di xenofobia, retate e deportazioni nei confronti degli sfollati e profughi somali”, si legge in una nota dell’agenzia ONU. Non si contano più infatti, i casi di molestie fisiche e verbali così come gli arresti e la detenzione irregolare, oltre all’estorsione e anche ai respingimenti di rifugiati somali da parte dei Paesi confinanti. Un’azione questa che l’Unhcr condanna e pone all’attenzione della comunità internazionale. “I somali sono in fuga da anni di violenze, vittime del terrore e dei conflitti che hanno causato la perdita di migliaia di vite e la fuga di milioni di persone”, ricorda l’agenzia per i profughi nella nota. Anche la regione semiautonoma del Puntland, che di fatto è in Somalia, respinge gli sfollati che provengono dalle aree di conflitto della Somalia centrale. Nella nota diffusa dall’Unhcr si legge ancora che essa riconosce la preoccupazione dei governi dei Paesi interessati.

un campo profughi

Però pur sostenendo la legittimità di controlli di sicurezza e delle pratiche di registrazione al fine di assicurare una maggior protezione ai rifugiati e rispondere alle loro esigenze, condanna ogni pratica che lede il loro status di rifugiati o profughi. “Solo i civili possono essere rifugiati e chi porta avanti un’azione armata, e crea violenza e terrore nel Paese di asilo, non può essere considerato un rifugiato”,  sottolinea la nota dell’agenzia ONU.

Ferdinando Pelliccia

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lug 22 2010

Somalia: al Shabaab e governo somalo alla resa dei conti

Published by Direttore under Dal Mondo, Pianeta Africa

MOGADISCIO – Continua l’offensiva dei ribelli islamici del gruppo filo al Qaeda, al Shabaab, contro il governo somalo e gli invasori africani della forza militare Amisom. Anche stamani a Mogadiscio si registrano scontri a fuoco tra ribelli e le truppe fedeli al governo transitorio somalo, tfg, del presidente Sharif Sheikh Ahmed.
Sharif Sheikh Ahmed

La situazione è particolarmente critica nei quartieri settentrionali e nella zona meridionale della capitale dove si sono verificati gli scontri più sanguinosi delle ultime settimane.  Scontri che oltre a numerosi morti e feriti, specie tra i civili, stanno facendo aumentare il numero degli sfollati. Il presidente somalo ha chiesto aiuto militare per contrastare la nuova offensiva dei mujahidin arrivati ormai ad un passo dal conquistare completamente Mogadiscio. Il gruppo ha in pratica il controllo dell’80 per cento del territorio somalo compresa gran parte della  capitale Mogadiscio. Il tfg controlla solo i quartieri dove sono ubicati, il palazzo presidenziale, Villa  Somalia, gli edifici governativi, e l’aeroporto. Sono stati i Paesi dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo dei Paesi del Corno d’Africa, Igad, a rispondere all’appello ed hanno deciso di inviare 2mila soldati in difesa del governo somalo. Un nuovo contingente che si unirà ai 6mila già presenti dal 2007 a Mogadiscio nell’ambito della missione di peacekeeping dell’Unione africana, Ua, denominata Amisom

peacekeepers ugandesi dell'Amisom

Un forza militare composta esclusivamente da militari del Burundi e dell’Uganda, unici Paesi dell’Ua ad aver inviato loro truppe in Somalia. Soprattutto per il fatto che l’Amisom garantisce la sopravvivenza al fragile tfg somalo. Nei confronti di questi due Paesi africani più volte i miliziani islamici hanno promesso una dura punizione. Una promessa materializzatasi con il recente duplice attentato di Kampala in Uganda è rivendicato dagli al Shabaab. Di fatto il primo attentato messo a segno dal gruppo filo al Qaeda fuori dai confini somali. L’Uganda ha però risposto all’attentato con l’annuncio che rafforzerà il suo contingente nella missione dell’Ua. Gli al Shabaab sono nati come movimento giovanile dell’Unione delle Corti islamiche, Uci, che governò il Paese fino al dicembre 2006, poi si sono trasformati in combattenti dopo la cacciata delll’Uci ad opera delle truppe etiopi accorse in aiuto del governo somalo e rimaste nel Paese fino al 2009. Il gruppo conta su una forza di 7mila combattenti esperti di guerriglia. Tra gli al Shebab militano parecchi combattenti estranei alla Somalia, provenienti dallo Yemen, Afghanistan e anche Paesi occidentali. Il loro leader è Mohamed Abdi Godane alias Abu Zubair, un religioso nato in Somaliland, regione semiautonoma della Somalia. Questi pur apparendo raramente in pubblico fa sentire spesso la sua voce diffondendo messaggi audio attraverso i media locali e i siti web. I ribelli islamisti puntano ad assumere il controllo della Somalia imponendo una rigida forma della Sharia, la legge islamica.
truppe governative
La nuova violenta offensiva lanciata dai ribelli contro il tfg è il frutto di recenti accordi di unità presi tra i leader dei due movimenti islamici che controllano gran parte della Somalia: il movimento degli al Shabaab, e il gruppo degli ‘Hizbul islam’. La comunità internazionale, USA in testa, che sostiene e ha promosso la costituzione del tfg, sta cercando in ogni modo di impedire il peggio. Tra i Paesi occidentali l’Italia si sta dimostrando tra i maggiori partner della Somalia. In settimana il Ministro degli Esteri, Franco Frattini ha ricevuto a Roma, alla Farnesina, il presidente somalo insieme al Ministro degli Esteri, Yusuf ‘Dheeg’ Hassan Ibrahim, a quello della Difesa, Abukar Abdi Osman, e delle Poste e Telecomunicazioni, Abdirisaq Osman Hassan ‘Jurile’. Nel corso dell’incontro il capo della diplomazia italiana ha confermato il pieno sostegno politico ed economico dell’Italia a favore della pacificazione del Paese africano.
miliziani di al Shabaab

L’Italia, che finora ha stanziato a favore della Somalia, dal 2009 ad oggi, oltre 27 milioni di euro, in occasione dell’incontro ha versato un milione di euro a favore delle Forze di sicurezza somale. Promettendo al contempo di assegnare a breve altri due milioni di euro a sostegno delle Amministrazioni del tfg somalo. Tre milioni che rientrano nell’ambito del piano di sostegno a favore della Somalia che prevede un totale di 5,2 milioni di euro. “Uno sforzo finanziario che il governo italiano è orgoglioso di compiere per aiutare un Paese amico”, ha affermato Frattini mentre il Presidente Ahmed ha ringraziato affermando che: “esprimo l’auspicio di poter continuare a contare sull’aiuto dell’Italia”.

Ferdinando Pelliccia

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lug 16 2010

Anlaids Lazio: ”Gala di solidarietà” .

Come ogni anno  Anlaids Lazio ha organizzato il Gala di solidarietà  per la lotta contro l’Aids. Un evento importante ,quello del 13 luglio, giunto alla sua ottava edizione, una serata per ricordare e informare sulla malattia, per sensibilizzare.

le interviste della serata

Un parterre di personaggi illustri ha partecipato attivamente all’appuntamento, il gotha internazionale della scienza e della medicina.: il Prof. Aiuti, fondatore dell’Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids, il Prof. Narciso Direttore dell’Istituto Spallanzani di Roma, una serata da non  dimenticare…

servizio a cura di PAOLA DONNINI

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lug 13 2010

Sudan: incriminato il presidente el Bashir

Published by Direttore under Pianeta Africa

Genocidio in Darfur; nel frattempo l’Italia si defila dalla missione di pace  ONU in Darfur

KHARTOUM – Nuovi guai per Omar Hassan el Bashir. A pochi mesi dalle presidenziali dell’11 aprile scorso, che lo hanno visto essere riconfermato alla presidenza del Sudan la Corte penale internazionale dell’Aja, Cpi, ha incriminato il presidente sudanese anche per il reato di genocidio in relazione ai crimini commessi in Darfur.

Omar Hassan el Bashir

La nuova accusa è per genocidio per omicidio, genocidio per grave attentato all’integrità fisica e mentale e genocidio per sottomissione intenzionale di ciascun gruppo a condizioni di vita che ne comportano la distruzione fisica. Un fatto questo, che aggrava ulteriormente la posizione, sia interna sia esterna al Paese, del numero uno di Khartoum. Nel mese di marzo dello scorso anno, l’Alta corte aveva già spiccato un ordine di cattura internazionale nei confronti di el Bashir per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il fatto rende il leader di Khartoum detentore di un primato. È il primo capo di stato in carica ad essere colpito da un simile mandato di arresto. Bashir fino ad ora ha sempre negato le sue responsabilità definendo le accuse della Corte come decisioni politiche tese a colpire l’integrità del Sudan. In segno di sfida al tribunale dell’Aja dopo il marzo 2009 aveva effettuato alcune visite di stato all’estero. Il suo  principale accusatore è il procuratore capo del tribunale penale internazionale dell’Aja, Tpi, Luis Moreno Ocampo, che ha accusato el Bashir di aver costretto almeno 2 milioni e 700mila sudanesi a rifugiarsi all’interno di campi profughi per sfuggire al dramma della guerra abbandonando ogni loro avere, oltre a averne provocato la morte di altri 300mila.

Luis Moreno Ocampo

Il governo di Khartoum ha immediatamente reagito duramente alla notizia. “La nuove accusa di genocidio in Darfur contro il presidente sudanese Omar el Bashir confermano che La Corte penale internazionale dell’Aja è un tribunale politico”, ha dichiarato il portavoce del governo, il ministro dell’Informazione sudanese, Kamal Obeid. Solo ieri era stata resa nota la notizia che la Cpi aveva spiccato un secondo mandato d’arresto contro el Bashir, ma la si conosceva già da settimane. La decisone è stata pubblicata sulle pagine web del sito della corte, dove in un comunicato si legge: “La Cpi sostiene di avere ragionevoli motivi di credere nella sua responsabilità penale per tre capi d’accusa di genocidio nei confronti di altrettanti gruppi etnici nel Darfur”. Il riferimento è ai gruppi etnici dei Four, dei Masalit e dei Zaghawa. “Questo secondo mandato d’arresto non sostituisce e né revoca in nessun caso il primo mandato d’arresto emesso a carico del presidente Omar el Bashir il 4 marzo 2009, che resta in vigore”, precisa la Cpi. A questo importante risultato si è giunti dopo che lo scorso anno, nell’emettere l’ordine d’arresto, la Camera aveva considerato allora che il materiale messo a disposizione dal procuratore Ocampo non forniva ragionevoli motivi per credere che il governo del Sudan abbia agito con lo specifico intento di distruggere, in tutto o in parte, i gruppi Fur, Masalit e Zaghawa. Pertanto il  reato di genocidio non era stato incluso nel mandato di arresto emesso per el Bashir. Il procuratore Ocampo però, in questi mesi ha messo a disposizione dei giudici nuove prove e documenti.

“Era ora! Finalmente la Corte penale internazionale dell’Aja ha deciso di estendere il mandato d’arresto per il presidente del Sudan, Omar al Bashir, anche al reato di genocidio perpetrato in Darfur! I sudanesi, come noi e le altre ong denunciamo da anni, continuano a vivere l’inferno”. Queste le parole usate da Souad Sbai, deputata del Pdl, alla notizia della seconda incriminazione per el Bashir. “Quanto emesso dal Tribunale Internazionale rappresenta una vittoria per la dignità della vita umana. Due milioni di persone in Darfur sono state internate in campi di concentramento, tantissimi altri sono stati trucidati assieme alle loro famiglie. Ma se oggi possiamo rallegrarci per la decisione della Corte, dobbiamo, d’altra parte, ricordarci che esistono ancora tanti Paesi i cui capi di stato o di governo si fanno beffe dei diritti umani e della sacralità della vita”, ha continuato Sbai augurandosi che: “non solo, che la decisione possa servire da monito a queste persone, ma che rappresenti la prima di una lunga serie di sentenze per chiudere dietro le sbarre criminali che operano scientificamente l’annullamento fisico della vita umana”. Mentre da una parte giungono notizie confortanti dall’altra però ne arrivano altre meno ‘allegre’.  Oggi nel corso del dibattito in commissione Difesa sul decreto di rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero, il sottosegretario Cossiga ha reso noto che la partecipazione italiana alla missione ONU in Darfur è stata di fatto non rifinanziata per l’impossibilità di ricevere i necessari visti d’ingresso da parte del governo sudanese. “Si tratta di un fatto grave, che indebolisce la presenza internazionale in un’area di crisi tra le più complesse al mondo, dove non sono garantiti diritti umani fondamentali e dove il ruolo delle organizzazioni internazionali può essere decisivo per avviare un processo di pacificazione e di stabilizzazione. Non basta una presa d’atto burocratica di questa indisponibilità del governo sudanese. E’ urgente che l’Italia assuma un’iniziativa, sollecitando l’intera comunita’ internazionale ad una forte reazione che renda possibile il completo svolgimento della missione”, ha commentato Federica Mogherini, deputata PD e segretario della Commissione Difesa.

Ferdinando Pelliccia

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lug 10 2010

Yemen: Al Qaeda punta a destabilizzare Paese colpendo funzionari e poliziotti

Published by Direttore under Pianeta Africa

SANAA – Nello Yemen è in corso da parte dei terroristi filo al Qaeda un attacco alle istituzioni e ai suoi rappresentanti nel Paese. La notte scorsa ad essere preso di mira Muhsin Rabish, capo della sicurezza nella provincia yemenita di Mareb, a nord della capitale Sanaa. Rabish è impegnato in prima persona nella lotta alle cellule terroriste presenti nella sua provincia. La zona di Mareb è da mesi infatti, al centro di continui scontri tra terroristi e agenti di polizia. I terroristi gli hanno teso un’imboscata mentre l’alto ufficiale, a bordo della sua auto, attraversava una delle arterie principali della provincia. L’auto è stata crivellata da una tempesta di proiettili. Mentre il suo autista è rimasto ferito Rabish ne è uscito indenne. Questo non è il primo attentato di condotto dai terroristi di al Qaeda in Yemen contro i responsabili della sicurezza di Mareb. Il predecessore di Rabish è morto nel 2008 infatti, ucciso con un pacco bomba recapitatogli nel suo ufficio. L’attentato venne rivendicato dalla cellula yemenita di al Qaeda. Il 3 luglio scorso invece, era toccato allo sceicco Saghir Aziz,  leader tribale filo-governativo di Harf Sufiane nella provincia di Amrane, a circa 100 chilometri a nord di Sanaa nel nord dello Yemen. I militanti sciiti gli fecero saltare in aria la casa uccidendo tre persone. Il ministero dell’Interno di Sanaa in un comunicato pubblicato sul suo sito internet, definì l’episodio un atto di sabotaggio. Mentre il 29 giugno scorso scampò ad un attentato dinamitardo, messo in atto con la stessa metodica, il governatore della provincia di Taiz, Humud Khaled Sufi e il capo della sicurezza locale, Yahya al-Hasimi. I due abitano nello stesso edificio. I terroristi avevano piazzato un pacco con 16 chili di esplosivo davanti alla loro abitazione. Per fortuna la polizia yemenita intervenne in tempo è sventò l’attentato. L’esplosivo era collegato a un detonatore comandato a distanza e l’ordigno sarebbe dovuto esplodere quando i due alti funzionari governativi uscivano di casa per recarsi al lavoro. L’attentato era stato sventato grazie ad una segnalazione dei servizi segreti locali che avevano saputo che era in preparazione un attentato contro i due alti funzionari. Una perquisizione da parte della polizia aveva permesso poi, di ritrovare l’ordigno che era stato collocato in un cassonetto della spazzatura posto davanti all’abitazione. Ogni giorno nel Paese si hanno notizie di conflitti a fuoco tra forze di sicurezza e terroristi. Gli uomini della sicurezza nelle ultime settimane hanno intensificato i pattugliamenti e i rastrellamenti in tutto il Paese e capita sempre più spesso che incontrino sospetti che poi, si rivelano terroristi. Quest’ultimi opposto resistenza aprendo il fuoco contro di loro e quasi sempre finiscono per essere arrestati o uccisi. Evidentemente quest’azione disturba molto l’attività dei ribelli che in qualche modo cercano di limitarla puntando a colpire i vertici istituzionali delle varie province yemenite.

Ferdinando Pelliccia

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lug 01 2010

Somalia: Al Shabab avanza a Mogadiscio

Published by Direttore under Pianeta Africa

MOGADISCIO – La Somalia, che è  un Paese dove tradizionalmente l’Islam praticato è moderato, con una forte influenza di sufismo, a breve potrebbe essere completamente islamizzata. Ovviamente Non solo a colpi di Corano, ma anche con la forza delle armi. Da giorni a Mogadiscio è iniziata una violenta offensiva degli ‘al Shabab’ e dei loro alleati ‘il Partito islamico’ contro le forze militari del debole governo di transizione somalo, tfg, sostenuto dalla Comunità internazionale. L’esercito governativo è impegnato in una strenua resistenza agli estremisti islamici filo al Qaeda che puntano a rovesciare il governo filo occidentale di Mogadiscio e, ad insediarvi un governo islamico.

Il presidente somalo Sharif Sheikh Ahmed

Lo stesso presidente somalo, Sheikh Sharif Ahmed, eletto nel gennaio 2009, è stato visto, con indosso l’uniforme militare e il giubbotto antiproiettile, guidare personalmente le forze filogovernative contro i miliziani islamici radicali. La resa dei conti è vicina e di questo se ne rendono conto in ambo gli schieramenti. Ormai sono così tante le vittorie ottenute dai giovani mujahidin somali che non se ne riesce più a tenerne il conto. Le truppe governative subiscono di giorno in giorno pesanti sconfitte. A nulla può più per impedirlo, nemmeno il contingente di pace dell’‘Amisom’ costituito da 6mila soldati burundesi e ugandesi dell’Unione Africana, Ua. Un contingente che è presente a Mogadiscio perché è stato inviato dalla comunità internazionale a difendere il tfg asserragliato nella capitale somala, ormai controllata in gran parte dai ribelli come il resto del Paese africano. Le truppe del contingente africano controllano quelli che di fatto rappresentano gli ultimi baluardi del governo transitorio somalo: il porto, l’aeroporto e il palazzo presidenziale, ‘Villa Somalia’.

miliziani islamici

La situazione è ormai precaria per il tfg e il suo presidente, sono alla  frutta. Il porto e il palazzo presidenziale ormai sono a sole poche centinaia di metri dalla postazione più avanzata degli ‘al Shabab’. Con i combattimenti di ieri, i mujahidin somali hanno conquistato altro terreno e sono avanzati ancor di più verso il centro della capitale somala. Dopo aver conquistato la zona di ‘Shanghani’, ormai tra i ribelli e il palazzo presidenziale c’è solo il quartiere di ‘Shabs’. I miliziani avanzano anche lungo la costa, sempre in direzione del centro, e sono arrivati molto vicini al vecchio porto. Negli ultimi giorni gli ‘al shabab’ hanno ottenuto una grossa spinta in avanti con la conquista di un’importante base militare governativa ritenuta strategica. In essa i ribelli hanno trovato numerose armi e apparecchiature militari. Una vittoria avvenuta a pochi giorni dalla conquista della sede dei servizi segreti e del parlamento somalo. Nel corso dei combattimenti di questi giorni però, è stato colpito anche l’ospedale Keysaney, a nord della capitale somala gestito dalla Mezzaluna rossa somala. Il comitato internazionale della Croce Rossa, Cicr, ha duramente condannato questo episodio rilanciando l’’appello al rispetto del diritto umanitario internazionale. Priva di un governo stabile dal 1991, la Somalia è da allora preda di sanguinosi scontri per la conquista del potere nel Paese. L’unificazione della Somalia Italiana e della Somalia Britannica portò alla nascita della Somalia come stato indipendente. Era il 1 luglio 1960. Oggi cade il 50esimo anniversario dell’indipendenza somala. Il gruppo islamico ‘Hizbul al Islam’, alleato degli al Shabab e dichiaratosi custode della legge islamica, ha ordinato a tutte le emittenti radiofoniche di non trasmettere programmi per celebrare questo anniversario. Un divieto motivato con il fatto che è una festa contraria alla ‘sharia’ la legge islamica nella sua interpretazione più rigida. La spavalderia degli integralisti  islamici è talmente alta da arrivare a vietare ai somali di festeggiare la ricorrenza della nascita del loro Paese come nazione arrivando persino a minacciare ritorsioni.

forze governative

Ad opporsi però, ai loro ancora una volta radio ‘Shabelle’. La radio somala che trasmettere notizie, ma anche musica nonostante il divieto imposto nei mesi scorsi dagli islamici che considerano la musica contraria alla ‘sharia’. La radio di recente ha spostato i suoi studi nei pressi dell’aeroporto di Mogadiscio, per mettersi sotto l’ala protettrice delle truppe dell’Amisom. Quello di proibire di fare una cosa in nome della sharia è un’altra forma di conquista della Somalia da parte dell’integralisti. I due principali gruppi islamici, ‘al Shabab’ e i loro alleati ‘il Partito islamico’, controllano il centro sud della Somalia e la maggior parte dei quartieri di Mogadiscio. Nei territori controllati hanno imposto regole assai severe in nome di un’interpretazione fondamentalista dell’Islam. E’ stato imposto il divieto di ascoltare la musica occidentale, di vedere i dvd, di usare i videogiochi e, da ultimo, di seguire i Mondiali di calcio in corso in Sudafrica. Nelle settimane scorse poi, è stato ordinato a tutti gli uomini che vivono nelle zone di Mogadiscio sotto il loro controllo di lasciarsi crescere la barba, promettendo che chiunque non rispetterà questo ordine ne subirà le conseguenze. Gli al Shabab in particolare hanno istituito persino una polizia religiosa denominata ‘Jaish al-Hisbah’, Esercito della moralità. I suoi appartenenti sono attivissimi nell’imporre regole e restrizioni, praticando anche amputazioni, lapidazioni, esecuzioni, distruggendo le tombe dei santi del sufismo che è l’espressione religiosa tradizionale in Somalia con il pretesto di lottare contro l’idolatria.

Ferdinando Pelliccia

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giu 29 2010

ROMA:”ANLAIDS LAZIO”un impegno costante per la vita.

                                                     

           Informare - Educare- Prevenire  

                                                                                          

         Da ”Gli alibi del cuore”

”…la vita è un dono, di essa nulla deve essere sprecato nemmeno il dolore” di Fabio Maraschi regista e attore di teatro deceduto a Roma  nel 1992 a soli 34 anni.

 Fabio adorava il teatro,  viveva con passione la vita, la sua professione che affrontava con tenacia e amore ; in scena era diretto da Lavia. Sapeva di essere condannato all’Aids ma fino all’ultimo non si è arreso.Scrisse un testo, il primo e unico della sua carriera ”Gli alibi del cuore”, prima commedia italiana sull’Aids.

Da Antonietta Parisi la mamma del dolcissimo Daniele ”… l’ho conosciuto quasi subito dopo la sua nascita,aveva solo 10 mesi e si trovava in un Istituto per orfani perchè la madre era morta.Volevo adottare un figlio…Daniele :due occhi grandi e neri,in un corpo piccolo e delicato. Mi innamorai subito di lui”. La storia di Daniele è entrata subito a far parte del mondo scientifico, è stato il bambino che più a lungo è riuscito a sopravvivere e convivere in Aids conclamato. A 15 anni è volato via trasformandosi in un Angelo…

                

(nella foto Daniele con Michael Jackson)

Quando si affronta un argomento cosi’ importante e impegnativo, come quello dell’Aids è doveroso dare voce a chi ha affrontato con coraggio e dolore giorni duri e tormentati. Il piccolo Daniele e l’attore Fabio Maraschi sono due stelle che si sono spente lottando con tutte le loro forze e sono testimoni di solidarietà: un valido strumento per poter affrontare il domani. Un dovere quello di informare, educare soprattutto le nuove generazioni a prevenire e a comprendere come l’Aids è una patologia presente più che mai all’interno della nostra società, occorre quindi non sottovalutarla e sensibilizzare l’opinione pubblica.

Il Prof. Fernando Aiuti è stato fondatore nel 1985,Vice Presidente e poi Presidente dell’Associazione Nazionale per la lotta contro l’ Aids, Ente morale fino al 2007 e attualmente è il Presidente Onorario.

La sezione Anlaids del Lazio, con sede a Roma, attiva e presente da parecchi anni, è nata per proseguire sul territorio gli stessi obiettivi dell’Associazione Nazionale. Il Presidente Massimo Ghenzer, coadiuvato da uno staff di persone capaci e altamente preparate, è responsabile dal 2003 dell’Associazione.

Le iniziative realizzate dalla sezione Lazio sono parecchie e sempre rivolte all’impegno costante: corsi per preparare operatori e volontari, assistenza sanitaria, psicologia e sociale alle persone sieropositive, incontri di consulenza individuale e per le famiglie, l’assistenza sanitaria e il sostegno alla creazione di Case Alloggio.

Tuttavia per comprendere meglio la dedizione che quotidianamente l’Anlaids Lazio promuove per questa causa, dobbiamo ricordare i vari progetti ai quali sta lavorando, che esamineremo nei dettagli: Progetto Scuole, Progetto Genitorialità, Progetto club Mingha.

PROGETTO SCUOLE

Attualmente in Italia l’Aids conclamato si manifesta nella fascia di età compresa tra i 25 e i 39 anni e dopo il lungo periodo di latenza della malattia, il contagio potrebbe essere avvenuto durante l’ adolescenza.. Obiettivo quindi è quello di sensibilizzare i giovani a considerare la salute un bene primario da difendere e potenziare. La metodologia per informare è quella di effettuare incontri per ogni classe nelle varie scuole, il progetto prevede incontri della durata di 2 ore da effettuarsi durante l ‘anno scolastico.Ogni incontro è tenuto da specialisti del settore, medici, psicologi, e biologi.

Per interagire con i giovani vi è un incontro base con un’informazione generica ed informativa , seguita poi da un incontro di approfondimento che esamina gli aspetti sociali dell’infezione e con argomenti richiesti direttamente dai ragazzi.

Nel Progetto Scuole ricordiamo una Partnership eccellente come quella dell’.I.R.C.C.S.”Lazzaro Spallanzani” di Roma dove il direttore scientifico del Progetto scuole è il Prof. Pasquale Narciso, eccellenza nel campo dello studio dell’infezione da Hiv e delle patologie correlate e della coinfezione HIV/HCV/HBV.

PROGETTO GENITORIALITA’

Un progetto importante nell’ambito delle coppie: la costituzione di una rete di informazione e assistenza per coppie sieropositive discordanti con desiderio di genitorialità.

Purtroppo il virus coinvolge oggi un numero sempre più crescente di donne in età fertile che si accompagna a un forte desiderio di genitorialità, favorito dalla possibilità di ridurre al minimo la possibilità di trasmissione verticale; attraverso lo svolgimento di terapia antiretrovirale in gravidanza, parto cesareo e allattamento artificiale. Grazie dunque a questa terapia nelle donne in età fertile il pericolo si è abbassato, a tal punto che nel 2007, i casi permanenti registrati di trasmissione verticale sono stati di una sola unità,in Italia.

Consapevole di questa realtà, l’Anlaids Lazio ha deciso di andare incontro a tutte le coppie che decidono e desiderano di avere un figlio e che si trovano a fronteggiare dubbi, paure, perplessità, resistenze, creando un centro di eccellenza presso l’INMI Spallanzani che rimane aperto per accogliere le coppie che vogliono aiuto proveniente da tutti i centri di cura della regione Lazio.Il centro si propone di fornire alla coppie il counselling come uno strumento idoneo a rispondere ai loro bisogni e a darle un valido sostegno.

PROGETTO CLUB MINGHA.

(nella foto la piccola Eleonore con la nonna.Vive in un villaggio rurale del distretto della Menoua ed è entrata nel progetto ”Sostegno a distanza”  con la sorella Laurelle)

Un progetto nato nel 2005 con 15 bambini sieropositivi, il Club conta oggi 75 bambini, ma approfondiamo meglio il discorso parlando con la responsabile, la Dott.ssa Adriana Nicastro:

L’Associazione opera in alcuni distretti rurali del Camerun Occidentale, una zona dove il 40 per cento della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, e il 15,4 per cento dei bimbi non arriva a 5 anni. Nella popolazione l’incidenza del virus Hiv supera il 15 per cento e si stima che 230.000 bambini siano orfani causa dell’Aids.

(nella foto la piccola Sophie, ha raccolto il bucato.E’ assistita dalla ”Casa Sanitaria”)

Il Club attraverso le sue attività didattico-ricreative si pone il duplice scopo di educare, sensibilizzare i bambini e le loro famiglie alla lotta contro il virus. L’attività principale verte su ripetizioni scolastiche due volte la settimana, con insegnanti qualificati. Interessante l’approccio verso i comportamenti da tenere per la prevenzione che si effettuano con attività ricreative, teatrali, poetiche. Una soddisfazione sapere che l’85 per cento dei bimbi ha ottenuto buoni risultati scolastici, grazie alle lezioni settimanali anche a quei piccoli che per povertà non hanno potuto iscriversi alla scuola.

L’Anlaids Lazio sostiene inoltre il Club con 400 euro mensili. Tuttavia un altro progetto da menzionare è ”Sostegno a distanza” che nasce nella coscienza dell’Anlaids Lazio, da quei 75 bambini del club Mingha: tutti sieropositivi . Ad oggi sono 20 i bimbi presi in carico da altrettante famiglie italiane che provvedono al loro sostegno medico, alimentare e scolastico a seconda delle necessità. Il progetto è tutto autofinanziato e vi è anche un fondo ”cassa sanitaria” per pagare le medicine e comprare qualche biscotto a bimbi non ancora adottati.

Nel marzo 2009 grazie ai fondi raccolti dall’Anlaids Lazio, si è inaugurata la nuova Casa Alloggio Orphelinat Mia’Moo per i bimbi rimasti soli al mondo.La struttura ospita 12 piccoli di età diverse, la casa nasce su una struttura pre-esistente che però era priva degli spazi e delle strutture igieniche di base , le spese sono coperte dal Ministero degli Affari sociali del Camerun.

Ricordiamo come oltre all’Anlaids Lazio e a donatori amici, si sono ricevuti fondi anche dalla Acea che ha erogato 12.000 euro per la realizzazione di un pozzo a servizio dell’Orphelinat Mia’Moo.

Come e’ ormai tradizione, per finanziare queste attivita’, l’Anlaids sezione Laziale organizza un evento dedicato alla raccolta fondi: Il GALA ANNUALE DI SOLIDARIETA’ giunto quest’anno alla sua 8°edizione.

L’APPUNTAMENTO E’ PER MARTEDI’ 13 LUGLIO P.V. ALLE ORE 21.00 NELLA SPLENDIDA CORNICE DI ”CASINA DI MACCHIA MADAMA” A ROMA.

L’evento sarà seguito dalla DGTV.TV /dgtvonline.com, con riprese e interviste durante tutta la serata, per seguire uno degli appuntamenti piu’ attesi della Capitale.

Per informazioni sulla serata: 06.4746031- anlaidslazio@anlaids.it

 

Servizio a cura di Paola Donnini

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giu 18 2010

Padova: un progetto per il Congo

L'ospedale di Katana - Sud Kivu (Rep.Dem. Congo)

 

Bethania Hospital Services /AsMT è un’ associazione non-profit padovana che realizza progetti di cooperazione internazionale in ambito sanitario, nel campo delle tecnologie e delle procedure relative ad alcuni settori particolarmente delicati della medicina applicata, quali l’anestesia, la diagnostica per immagini, il laboratorio, la sala operatoria, anche attraverso il recupero funzionale di strumenti medici dismessi.

da destra: assessore Verlato, dr. Casumba, dr. Pittoni, dr.Busato

 

Tra i progetti più importanti quello per lo sviluppo del servizio di anestesia nell’ospedale di Katana, nella Repubblica Democratica del Congo, che prevede l’installazione e l’attivazione di una centrale per la produzione di gas medicali nel nosocomio africano. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con numerosi partners  pubblici e privati. Le attività dell’associazione sono state presentate ieri a Palazzo Moroni - alla presenza dell’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Padova Fabio Verlato - dal Presidente dott. Giovanni Pittoni.

 Bethania Hospital Services - ha detto il dott. Pittoni - è particolarmente impegnata  -ella formazione in loco di tecnici di anestesia e rianimazione, non essendovi medici anestesisti nell’intera zona. Vi sono infatti solo 5 medici specialisti in anestesia e rianimazione nell’intera Repubblica Democratica del Congo e si trovano tutti nella capitale Kinshasa. Dal che consegue – ha aggiunto - che la mortalità post-intervento è paragonabile a quella che si riscontrava in Europa agli inizi del ‘900: delle donne che partoriscono con taglio cesareo – l’atto chirurgico più frequente in quella zona – ne muore per complicazioni post-operatorie ben una su 350, un numero inaccettabile – ha concluso.

La centrale per la produzione di ossigeno all'ospedale di Katana

La centrale per la produzione di ossigeno all'ospedale di Katana

La formazione dei tecnici anestesisti è svolta da medici specialisti provenienti dagli ospedali di Padova, di Vicenza, di Treviso e di Milano e comprende sia lezioni teoriche che una parte applicativa. Da luglio, grazie alla collaborazione dell’Ospedale San Raffaele e del Politecnico di Milano, verrà allestita presso l’ospedale di Katana un’aula informatica dotata dei più moderni strumenti tecnologici.

 Il dott. Giannino Busato, presente nella doppia veste di vice presidente di Bethania e di medico del CUAMM (Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari), ha sottolineato l’importanza nell’ambito del progetto della centrale di produzione e di distribuzione di ossigeno realizzata presso l’ospedale di Katana, costruita da un’azienda padovana e interamente finanziata da privati. La centrale, installata in un piccolo edificio appositamente costruito all’esterno dell’ospedale e collegata alle sale operatorie, è un esempio di sviluppo sostenibile, in quanto autosufficiente. Infatti la produzione eccedente verrà venduta agli altri presidi sanitari della zona, finora costretti a recarsi in Burundi per riempire le bombole.

Il dott. J.C. Casumba Kangene, direttore dell'ospedale di Katana

 

L’ospedale di Katana infatti si trova nella zona del Sud Kivu, confinante con il Ruanda e con il Burundi ed è l’ospedale di riferimento della zona in quanto è l’unico dotato di energia elettrica continua, grazie a due turbine installate dall‘Unione Europea. La regione è stata fino a poco tempo fa zona di guerra, teatro di massacri - con oltre cinque milioni di morti – e di spostamento di popolazioni e si trova ora in uno stato di estrema miseria e bisogno soprattutto dal punto di vista sanitario, affidato interamente ad organizzazioni non goverantive e di volontariato.  Il Governo – ha detto il dott. Jules Claude Casumba Kangene, direttore sanitario dell’ospedale di Katana – ha completamente abbandonato il servizio sanitario e l’ospedale si trova a servire un bacino d’utenza di oltre 1.500.000 persone con poco personale e con mezzi spesso di fortuna.

Il progetto, che è sostenuto anche dalla Regione Veneto, si propone non solo di formare  personale tecnico qualificato e di fornire tecnologie, ma anche di favorire lo sviluppo della zona, con la creazione di strutture e la formazione di quadri. Per questo l’associazione Bethania rivolge un appello a tutti coloro – industrie, piccoli imprenditori ma anche privati – che vogliano e possano aiutare l’opera dei volontari donando denaro o materiale sanitario.

Per informazioni sulle attività  di Bethania: www.bethaniahospitalserviceamt.org

 

mp

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mag 18 2010

Bologna: nuovo libro di Donato Ndongo

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

“IL METRÒ”. MERCOLEDÌ 19 MAGGIO PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI DONATO NDONGO AL CENTRO ZONARELLI

Mercoledì 19 maggio, alle 17 al Centro Interculturale Zonarelli (Via A. Sacco 14), sarà presentato il libro Il metrò (Edizioni Gorée 2010.
Traduzione, prefazione e cura di Valeria Magnani) di Donato Ndongo, primo autore equatoguineiano tradotto in italiano.

Organizzata in collaborazione con il Centro Cabral, alla presentazione del libro parteciperanno insieme all’autore, Riccardo Bassani, edizioni Gorée,
Fonju Ndemesah Fausta, ricercatore Centro Cabral, Raymon Dassi, giornalista, Fausto Amelii, responsabile del Centro Zonarelli.

Il libro
Camerun. Obama Ondo vive in un villaggio rurale nel cuore dell’Africa nera, dove emergono tutte le contraddizioni del colonialismo. Nella sua fuga
verso la città, il protagonista prende coscienza dell?assenza di prospettive in un paese governato da una classe politica arrogante e
corrotta, e comincia a sognare l’Europa. Lo attende una drammatica odissea per mare, fino all’incontro scontro con la società dei “bianchi”, tra
alienazione e speranze di integrazione. Un affresco vivo e coinvolgente dell’Africa post-coloniale e contemporanea, l’epopea personale di un uomo
che è disposto a inseguire i propri sogni anche a costo della vita. Una scrittura appassionante che trascina il lettore in un vortice di incontri
ed emozioni forti. Un racconto a più voci che non rinuncia al ritmo narrativo dei cantastorie africani, e che rivela il talento di uno degli
autori africani più interessanti di questi ultimi anni. “L’autore utilizza con arte la storia di Lambert Obama Ondo per guidarci a esplorare
l’universo Africa in tutte le sue componenti: l’evoluzione della donna nel contesto sociale, la poligamia, la spiritualità, l’ottimismo, lo
smantellamento delle strutture sociali e culturali tradizionali. E ancora, ci parla dei responsabili del divario nord-sud del mondo, dei manipolatori,
della stregoneria e della medicina, di tutte quelle sfaccettature che nelm nostro immaginario fanno dell’Africa un mito o una condanna”. (Valeria
Magnani)

L’autore
Donato Ndongo scrittore e giornalista della Guinea Equatoriale è senza dubbio uno dei più interessanti autori africani. Ha pubblicato diversi
romanzi molto apprezzati dalla critica internazionale. Ha diretto per molti anni il “Centro di Studi Africani” dell?Università di Murcia e il
prestigioso “Collegio di Nostra Signora d’Africa” di Madrid. Costretto a lasciare l’Africa per motivi politici, attualmente vive in Spagna.

Info
Centro Interculturale M. Zonarelli
Via A. Sacco, 14
Tel. 051 4222 072
www.zonagidue.it

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mag 08 2010

Sudan. Morire per la pace in Darfur

Published by Direttore under Pianeta Africa

KHARTOUM – Ancora violenze contro i caschi blu in Darfur. Uccisi due peacekeping e altri tre feriti. Quello di ieri non è il primo ne sarà l’ultimo degli attacchi compiuti contro la forza di pace ONU/Ua dell’UNAMID da quando, nel gennaio 2008, essa è ufficialmente subentrata all’Amis, la forza di pace dell’Unione Africana, Ua, ed è incaricata di mantenere la pace in Darfur. L’episodio di ieri è secondo per gravità solo a quello del luglio 2008 quando nel corso di un’imboscata erano stati uccisi 7 peacekeeping mentre altri 22 erano rimasti feriti. Con i due morti di ieri aumenta ulteriormente il numero dei caduti in seno alla missione di pace dell’ONU in Darfur che sta per toccare quota trenta morti. Per ora sono solo 24. Un prezzo altissimo pagato in nome della pace e del rispetto dei diritti umani. In molti ritengono che questo sia il chiaro segnale che si vuole spaventare ed allontanare testimoni scomodi di quanto avviene in quella parte del mondo. L’ONU ha finora sempre condannato, definendoli un atto ‘inaccettabile’, ogni attacco contro la forza di pace in Darfur e chiesto che non si ripetano. Il Consiglio di Sicurezza ogni volta poi, ha sempre chiesto che i responsabili di questo crimine venissero portati di fronte alla giustizia. Appelli sempre disattesi dal governo di Khartoum. I due caschi blu morti sono di nazionalità egiziana. Le vittime sono state colpite quando il convoglio su cui viaggiavano, composto da tre mezzi e 20 militari, è caduto in un’imboscata tesa loro da un gruppo di miliziani locali. I veicoli sono stati centrati dal fuoco di mitragliatrici pesanti. L’episodio si è verificato nel villaggio di Katila, nella zona di Edd al Fursan, nel sud della regione sudanese. Come sempre accade in questi casi l’ONU ha espresso la propria indignazione per l’uccisione dei due caschi blu egiziani. Il rappresentante speciale dell’Onu in Darfur e capo della missione di pace Minuad, Ibrahim Gambari. ha condannato l’attacco sottolineando che questi soldati di pace sono in Darfur per aiutare a ristabilire la stabilità. “La Minuad non si lascerà intimidire e resta determinata a portare a termine il suo servizio di pace”, ha dichiarato Gambari.

 

I militari dell'UNAMID

Appena qualche giorno fa erano stati liberati 4 caschi blu sudafricani rapiti dal ‘Movimento popolare di lotta democratica’ l’11 aprile scorso in Darfur. Il gruppo ribelle aveva ceduto alle forti pressioni del governo sudanese e delle autorità locali del Darfur meridionale, una delle tre provincie che costituiscono la regione sudanese del Darfur. Il fatto aveva acceso una speranza negli animi di tutti per poi, rivelarsi solo un episodio isolato. La tragedia del Darfur è esplosa in tutta la sua drammaticità nel febbraio del 2003 quando le popolazioni locali, di etnia africana, circa 6 milioni, si ribellarono alle angherie dei governanti di Khartoum, di etnia araba. Da allora l’ONU ha stimato che siano state uccise oltre 300mila persone tra orrori senza fine, e che siano quasi 3 milioni i profughi e gli sfollati. Cifre che le autorità di Khartoum contestano affermando che i morti sono solo 10mila nel tentativo di sminuire la portata del dramma del popolo del Darfur. Purtroppo dopo il 2003 i gruppi di guerriglieri antigovernativi si sono poi, scissi e moltiplicati, diventando incontrollabili e addirittura senza più seguire una strategia comune. Nel frattempo nella regione, grande quanto la Francia, hanno cominciato anche a proliferare bande armate di miliziani che in molti ritengono armati e finanziati da Khartoum allo scopo di destabilizzare ulteriormente la situazione. A questi miliziani infatti, sono affidati i lavori più ’sporchi’ e il compito di provocare la reazione armata sia dei ribelli antigovernativi sia dei peacekeeping. Attualmente, i caschi blu costituiscono il tentativo generoso della comunità internazionale di salvare il salvabile in Darfur, con mezzi modesti e quasi a mani nude. Essi sono di fatto, l’esempio più emblematico della scarsa capacità dell’ONU di riuscire a ristabilire e conservare l’ordine internazionale. In Darfur, l’UNAMID opera grazie alla risoluzione 1969 sostenuta da Italia, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Congo, Perù e Slovacchia che prevedeva l’invio di una forza di peacekeeping di 26mila caschi blu nella tormentata regione occidentale del Sudan. Operano sulla base del capitolo 7 della Carta ONU, che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili e per prevenire attacchi armati che ostacolino l’adempimento della missione. E’ previsto anche che essi non possano sequestrare le armi rinvenute, ma solo autorizzati a monitorarne i traffici. Ed invece, a distanza di due anni la missione di pace dispone di poco più di 18mila. Di questi 7500 sono i caschi verdi dell’Ua già dispiegati sul terreno dal 2004 e che hanno dato scarsi risultati. Era il contingente di pace dell’Amis. Essi hanno semplicemente cambiato elmetto, indossando quello dei caschi blu dell’Onu. Ad essi poi si sommano altri 10mila ‘new entry’. Sono quest’ultimi composti da 7.800 soldati e 1600 poliziotti. Uomini male equipaggiati e male addestrati che sono giunti in Sudan per lo più provenendo da Paesi africani, questo soprattutto per volere del governo di Khartoum. Infatti, le autorità sudanesi hanno sempre imposto che la forza di pace sia composta da truppe africane e non occidentali. Una volontà questa, ovviamente dettata dalla consapevolezza che i militari africani sono meno addestrati ed equipaggiati di quelli occidentali. Un fatto questo che determina che la loro presenza incide poco sul territorio. Comunque sia i peacekeeping rimangono, per le popolazioni civili del Darfur, l’unica speranza per poter riuscire a sopravvivere.

Ferdinando Pelliccia

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mag 03 2010

Sudan: scontri nel sud del Paese tra nomadi e governativi

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KHARTOUM – Tensione alle stelle nella parte meridionale del Sudan. Nei giorni scorsi si sono registrati sanguinosi scontri tra pastori nomadi e governativi. Scontri avvenuti nella zona di frontiera tra la regione sudanese del Darfur e il Sud-Sudan, la regione semiautonoma del Paese africano. Cinquantacinque morti e 85 feriti è il bilancio di questi combattimenti. Gli scontri sono nati dopo che miliziani dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese, Spla, a cui è affidata la difesa della regione meridionale sono intervenuti per bloccare dei pastori nomadi arabi del Darfur che si erano spinti a sud, nello stato del Bahr al-Ghazali, per cercare pascoli e acqua per il loro bestiame. Da prima ne è nata una scaramuccia che poi, è degenerata in violenti scontri. In merito però, ci sono contrastanti versioni. Secondo l’Spla sarebbero stati militari di Khartoum ad attaccare i miliziani. Versione questa, negata dall’esercito che invece, accusa i governativi del Sud-Sudan di aver provocato gli scontri con i nomadi. Violenze che il portavoce dell’esercito sudanese ha definito una chiara violazione dell’accordo di pace la cui bozza è stata siglata a Doha lo scorso febbraio. Non sarebbe la prima volta che provocazioni dei governativi di Khartoum creano tensioni ai confini tra le due regioni sudanesi. Questa volta però, non sono pochi quelli che temono che possano essere il preludio ad un’azione di forza da parte di Khartoum contro i ribelli del Darfur. Lo scorso 22 aprile un portavoce del gruppo ribelle del ‘Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, Jem, aveva annunciato un imminente attacco al Darfur. Il Darfur, è la regione del Sudan dove è in corso una guerra civile che dura ormai dal 2003 e che secondo l’ONU ha causato 300mila morti ed 3 milioni di sfollati. Un attacco che ovviamente non può avvenire se non per una giusta causa. Altrimenti agli occhi della comunità internazionale, che da anni cerca di riportare la pace nella regione promuovendo e sostenendo anche economicamente accordi di pace, apparirebbe come una vile aggressione. Nel frattempo dopo Doha ogni altro colloquio che è seguito non ha dato risultati. Addirittura la data del 15 marzo stabilita per siglare nuove intese è passata nell’indifferenza di tutti. In effetti raggiungere un accordo sembra interessare poco a Khartoum che puntava, secondo molti, solo a guadagnare tempo fino al voto dell’11-15 aprile. Un voto che avrebbe dovuto sancire la definitiva consacrazione a leader indiscusso del Sudan del generale Omar Hassan el Bashir. I ribelli, con questa consapevolezza, avevano chiesto invano un rinvio delle elezioni. Non a caso i recenti scontri della scorsa settimana si sono verificati pochi giorni dopo queste prime elezioni presidenziali, legislative e locali multipartitiche svoltesi in Sudan dopo 24 anni. Elezioni che hanno decretato appunto l’elezione a presidente del Sudan di Omar Hassan el Bashir. Prima non lo era di fatto, in quanto dopo aver preso il potere con un colpo di stato nel 1989 si era poi, autoproclamato presidente del Paese africano nel 1993. Con il suo avvento il Sudan si divise in nord, arabo e islamico, e sud, nero, cristiano e animista. Un fatto questo, che ha sancito la divisione del Paese. Una divisione su cui è stato indetto un referendum nel 2011 che dovrà stabilire se dovrà continuare o meno. El Bashir è l’unico capo di Stato in carica nei confronti del quale la Corte penale internazionale dell’Aja, Cpi, ha emesso un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Crimini che secondo la corte sono stati commessi negli ultimi 7 anni in Darfur. Ed è proprio riferendosi a questa martoriata regione sudanese, che il leader di Khartoum, nel discorso alla nazione tenuto in diretta Tv, subito dopo l’annuncio della sua rielezione alla presidenza della Repubblica, ha affermato: “Vigileremo affinchè venga completato il processo di pace nel Darfur”. Sibilline parole che presto si potrebbero materializzeranno in qualche altra eclatante azione contro il popolo del Darfur a maggioranza nera, cristiana e animista. Contro cui el Bashir ha messo in atto una vera e propria pulizia etnica ricorrendo anche alle sanguinarie milizie arabe dei ‘Janjaweed’.

Ferdinando Pelliccia

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apr 17 2010

Sudan. Il ‘Global Day for Darfur’

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Ad aprile, come ogni anno, in tutto il mondo si celebra il ‘Global Day for Darfur’, dedicato alla crisi umanitaria in corso nella regione sudanese del Darfur dove dal febbraio del 2003 è in corso una guerra etnica interna. Dal 2006 la giornata viene celebrata anche in Italia, grazie all’impegno di ‘Italians for Darfur’, associazione Onlus di cui fanno parte giornalisti, artisti, operatori umanitari ed esponenti della società civile. Il prossimo mercoledì 21 aprile, alle ore 11, Sala Risonanze, Auditorium Parco della Musica, Roma, sarà presentato il programma della serata evento di beneficenza organizzato per sostenere la “Giornata mondiale per il Darfur” in Italia. Interverranno il presidente di ‘Italians for Darfur’, Antonella Napoli, giornalista e autrice del libro ”Volti e colori del Darfur”, pubblicato proprio in occasione della Giornata mondiale per il Darfur, Andrea Delogu, showgirl e cantante che presenterà la serata, Tony Esposito, testimonial della campagna ”Sudan365” e i musicisti dell’Orchestra di Santa Cecilia che lo affiancheranno nel concerto del 28 aprile che avrà luogo a “Stazione Birra”, via Placanica a Roma.

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