Archive for the 'Pianeta Africa' Category

mar 17 2010

Nigeria: uccise donne e bambini

Published by Direttore under Pianeta Africa

Nuovo attacco ad un villaggio cristiano

ABUJA – Si allunga la scia di sangue in Nigeria dove nella parte centrale del Paese africano è in corso uno scontro tra la popolazione di etnia cristiana e quella musulmana. Attaccato il villaggio di Byie nel distretto di Riyom. L’attacco è avvenuto poco prima dell’alba e nonostante la massiccia presenza dell’esercito e benchè sia in vigore un coprifuoco nell’intera regione. Ancora una volta le vittime sono contadini stanziali berom, cristiani e animisti, che sono stati assaliti da bellicosi pastori nomadi fulani di religione musulmana. Sono 13 le persone rimaste uccise, per lo più donne e bambini uccisi a colpi di machete. Il fatto è accaduto nei pressi di Jos, il capoluogo dello stato nigeriano di Plateau. Nella regione, dall’inizio dell’anno, a causa di scontri interetnici e interreligiosi, sono state uccise centinaia di persone. Le ultime all’inizio del mese, quando uomini di etnia Fulani compirono un assalto notturno contro 3 villaggi a maggioranza cristiana presso Jos. In quell’occasione vennero uccise oltre 400 persone per gli operatori umanitari, mentre per la polizia solo 109. Le vittime, anche in quel caso, furono in gran parte donne e bambini uccisi a colpi di machete. Lo stato del Plateau costituisce di fatto, la linea di demarcazione tra il nord musulmano, abitato dalle etnie Fulani e Hausa, e il sud cristiano animista, abitato dagli Yourubam Berom e dagli Ibo. Nella regione, le violenze scoppiate dal 2001 ad oggi hanno provocato migliaia di morti e oltre 8mila profughi. L’arcivescovo di Jos, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, si è subito affrettato a respingere l’idea di associare l’episodio ad uno scontro interreligioso. “I pastori hanno compiuto una rappresaglia per un presunto furto di bestiame”, ha spiegatol’alto prelato aggiungendo che: “le violenze hanno origine sociale, economica e politica”. Secondo il vescovo: “a furia di parlare di lotta interreligiosa si finisce per scatenarla”. Parole messe in discussione nei giorni scorsi. Quando da Ginevra era giunto il monito di Asma Jahangir, una pachistana esperta delle Nazioni Unite sulla libertà religiosa. L’occasione le era stata data dalla presentazione del suo ultimo rapporto al Consiglio dei diritti umani dell’ONU. “E’ vitale dare la dovuta attenzione ai segni premonitori di discriminazione e di violenza in nome della religione o di credo”, aveva affermato Jahangir. Tra i segni premonitori l’esperta aveva citato, tra gli altri, il dilagare di messaggi di odio religioso, ma anche la mancanza di una legislazione appropriata sulla libertà religiosa e l’impunità per violazioni dei diritti umani contro specifiche comunità religiose. “I ricorrenti casi di violenze tra musulmani e cristiani in Nigeria, ed il recentissimo massacro di centinaia di cristiani nella regione di Jos, mostrano ancora una volta l’importanza di tener conto dei segni d’allerta precoce e di affrontare le radici delle tensioni religiose”, ha esplicitamente affermato l’esperta pachistana. Nel frattempo dopo che ieri il leader libico Muhammar Gheddafi aveva proposto la scissione del Paese in due parti, per porre fine alle tensioni storiche della nazione, una proposta che l’esecutivo di Abuja aveva assicurato che non verrà presa in considerazione. Oggi il Presidente nigeriano ad interim, Goodluck Jonathan, ha sciolto il governo. Il mese scorso, l’Assemblea nazionale aveva assegnato i pieni poteri a Jonathan in assenza del Presidente eletto Umaru Yar-Asya, che, dalla fine dello scorso anno, si trova in Arabia saudita per cure mediche.

Ferdinando Pelliccia

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mar 08 2010

Nigeria. Centinaia di cristiani uccisi a colpi di machete

Published by Direttore under Pianeta Africa

ABUJA – Una nuova ondata di violenze è scoppiata contro i cristiani in Nigeria. Sono almeno 500 le persone che, nella notte tra sabato e domenica, sono state massacrate da uomini appartenenti all’etnia dei Fulani, una tribù nomade musulmana dedita alla pastorizia. Molte delle vittime sono donne e bambini. Il presidente della repubblica federale di Nigeria ad interim, Goodluck Jonathan ha posto in stato d’allarme l’esercito del Plateau e degli altri stati confederati confinanti, è ha dato l’ordine di catturare i responsabili delle violenze e contrastarne il propagarsi oltre il confine dello stato.

il recupero delle vittime

Le forze di sicurezza hanno già effettuato 95 arresti, secondo quanto riferito dal ministro delle Comunicazioni del Palteau, Dan Majang. I nomadi, sarebbero scesi dalle montagne assalendo nella notte i villaggi di Zot e Dogo-nahawa nella regione del Plateau nei pressi del capoluogo Jos. La regione è il crocevia obbligato tra il nord a maggioranza musulmano e il sud a maggioranza cristiana. I villaggi attaccati erano popolati dalla maggioranza cristiana dei Berom per lo più contadini. Dopo aver costretto gli abitanti ad uscire dalle loro case gli aggressori li hanno tutti massacrati a colpi di machete. Molto probabilmente l’episodio è un atto di rappresaglia dovuto al precedente scontro scoppiato tra musulmani e cristiani, lo scorso gennaio. Allora nella tormentata regione nigeriana del Plateau si registrarono violenti e sanguinsoi scontri interetnici e interreligiosi. Scontri che durarono alcuni giorni e che provocarono oltre 400 morti, in gran parte musulmani, e 4mila feriti. Le cause scatenanti furono, secondo la polizia locale, l’attacco dei musulmani contro i cristiani in una chiesa. Questa volta però, sembra che i musulmani siano stati incoraggiati da gruppi integralisti islamici infiltratisi nella regione. Nel frattempo l’episodio ha generato anche l’esodo volontarito di decine di famiglie musulmane che stanno lasciando le città della regione per timore di rappresaglie da parte dei cristiani. E’ l’incrociarsi di vendette e rappresaglie, tra le due comunità, infatti, la causa maggiore degli scontri. Violenze, interetniche e interreligiose, che hanno di fatto, provocato dal 2000 ad oggi migliaia di vittime e altrettanti profughi. Nel Paese africano si vive un clima molto tesa. Lo scontro tra le due comunità, cristiana e musulmano si è ancor di più accentuato da quando, lo scorso 9 febbraio, il vicepresidente Goodluck, di etnia cristiana, è stato nominato presidente ad interim. Questo in vista delle prossime elezioni presidenziali che si terranno nel Paese entro l’estate del 2011. Un clima che si è ulteriormente surriscaldato dopo il rientro, dall’Arabia Saudita nel Paese, del presidente Umaru Yar’adua, di etnia musulmana che malato aveva lasciato il posto al suo vice ed ora invece, ha dichiarato di non voler più lasciare la carica. Un ‘ripensamento’ che seppure tardivo di certo innesca un nuovo scontro che potrebbe essere combattuto anche a colpi di kalashnikov.

Ferdinando Pelliccia

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mar 07 2010

Togo. Presidenziali, rieletto Faure. L’opposizione contesta

Published by Direttore under Pianeta Africa

LOME’ – Le elezioni del 4 marzo scorso in Togo hanno decretato che il capo di Stato uscente, Faure Gnassingbè è stato rieletto presidente. Ultimato il conteggio delle schede, ieri sera, il presidente della Commissione elettorale indipendente, Ceni, Issifou Taffa Tabiou ha reso noto i risultati. Il presidente uscente ha ottenuto quasi il doppio dei voti del suo principale rivale, il candidato dell’opposizione, Jean-Pierre Fabre sostenuto dall’Unione delle forze per il cambiamento, Ufc. A Faure sarebbe andato il 60,9 per cento delle preferenze contro il 39,9 per cento dei voti raccolti da Fabre. Quindi 1,2 milioni, dei 3,27 milioni di togolesi che hanno votato, hanno riconfermato alla massima carica del Paese il figlio dell’ex uomo forte del Togo, Gnassingbè Eyadema. L’uomo che con un colpo di stato prese il potere nel Paese detenendolo per 38 anni, fino al 2005, anno della sua morte. Nel 2005 poi, Gnassingbè figlio, sostenuto dal Raggruppamento del popolo togolese, Rpt, venne eletto presidente nel corso di un’elezione il cui risultato fu messo in discussione dall’opposizione che lo accusò di aver truccato i risultati. Quella stessa opposizione che anche stavolta è scesa in piazza a contestare il risultato elettorale. Ieri sera, non appena diffusi i risultati, centinaia di giovani si sono radunati davanti alla sede dell’Ufc mostrandosi aggressivi e gridando slogan contro il governo. Nella capitale Lomé la tensione è subito salita alle stelle. La polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Sarebbero stati arrestati anche 2 collaboratori di un altro dei 6 candidati dell’opposizione alla presidenza. Si tratta dell’ex premier Messan Agb yom Kodjo. La notizia è stata diffusa dalle autorità di polizia che hanno spiegato che insieme ai due sono stati arrestate altre 8 persone. Per tutti l’accusa è di aver distribuito volantini che incitavano alla sollevazione popolare, un accusa smentita dallo stesso Kodjo. Lo scorso venerdì Jean-Pierre Fabre, con molto anticipo, si era già dichiarato lui il vincitore delle elezioni presidenziali. Una dichiarazione che discendeva dal fatto che il suo partito aveva un ampio vantaggio sugli tutti altri. Dallo spoglio di quasi metà delle schede infatti, l’Unione delle forze per il cambiamento risultava essere in testa con il 75-80 per cento delle preferenze raccolte. Poi, come spesso accade in quei Paesi dove tutto è possibile, quando i giochi sembravano fatti, Faure ha doppiato Fabre superandolo abbondantemente. Le operazioni di voto sono state libere hanno certificato gli osservatori presenti nel Paese. Segnalate però, alcune irregolarità riguardanti il conteggio delle schede. Jean-Pierre Fabre, ha dichiarato oggi con estrema decisione che contesterà il risultato che ha decretato la vittoria di Faure Gnassingbè. “Moltiplicheremo le manifestazioni di protesta. Non ci lasceremo prendere in giro”, ha affermato Fabre. Il Togo ora rischia di precipitare di nuovo nelle violenze già viste nel 2005, quando si registrarono centinaia di morti nel corso delle proteste post elettorali. Come allora, anche questa volta, i due principali contendenti alla presidenza rivendicano, rispettivamente, il successo nella tornata elettorale.

Ferdinando Pelliccia

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mar 05 2010

Mauritania: ostaggi italiani

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Mauritania. Il governo irrigidisce la sua politica antiterrorismo

NOUAKCHOTT – Si irrigidisce ancora di più la politica antiterrorismo della Mauritania. Per il Paese nordafricano aprire negoziati con i gruppi terroristici o uno scambio di prigionieri con gli ostaggi in loro possesso è da escludere categoricamente. E’ questa la posizione espressa oggi dal governo di Nouakchott. Una posizione riportata dal giornale arabo ‘al-Quds al-Arabi’ che ha raccolto una dichiarazione del premier, Moulaye Ould Mohamed Laghdhaf in merito alla vicenda che vede coinvolti 5 ostaggi occidentali, 3 spagnoli e 2 italiani. Sequestro che l’organizzazione terroristica ‘al Qaida nel Maghreb islamico’, Aqmi, ne ha rivendicato la paternità chiedendo, in cambio del loro rilascio, denaro e la scarcerazione di 4 loro compagni detenuti in Mauritania. Il capo del governo mauritano ha ribadito anche la sua contrarietà al pagamento di un riscatto per la liberazione degli ostaggi.

il Presidente Mohamed Ould Abbel Aziz

Il ministero degli Esteri italiano non ha mai escluso finora nessuna opzione per ottenere la liberazione di Sergio Cicala e della moglie Philomene Kabouree i due italiani rapiti il 17 dicembre scorso in Mauritania dal ramo maghrebino di al Qaeda. Sulla vicenda la Farnesina però, ha più volte rinnovato anche l’invito al silenzio stampa. Lo scorso lunedì però, è scaduto anche il secondo ultimatum fissato dai terroristi, le ansie e le paure, per la sorte degli ostaggi, sono aumentate. Ieri il governo italiano aveva ancora una volta chiesto l’intervento del presidente del Mali, Amadou Toumane Tourè. Quella di oggi però, suona come una risposta implicita del governo di Noiakchott all’Italia. Nel ribadire la posizione intransigente del suo Paese in merito alla vicenda, il primo ministro mauritano ha anche precisato che il suo Paese farà il possibile per ottenere il rilascio degli ostaggi. A proposito il capo del governo di Nouakchott ha fatto intendere che potrebbe anche esserci un blitz dei militari mauritani. Laghdhaf ha sottolineato quanto sia ormai alto il grado di preparazione del suo esercito che è presente ormai ovunque e ben preparato per garantire la sicurezza nel Paese e alle frontiere. Si ingarbuglia quindi ulteriormente la vicenda degli ostaggi tuttora in mano ai terroristi filo al Qaeda in Africa Occidentale. Da tempo la situazione nell’area è di quelle che preoccupano le diplomazie internazionali. All’instabilità dovuta alla presenza di gruppi terroristici che agiscono quasi sempre impunemente, si è ora associata anche una crisi dei rapporti tra i vari Paesi dell’area. In particolare la tensione è forte tra Algeria, Mali e Mauritania.

I tre Paesi sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nella vicenda del sequestro degli ostaggi occidentali da parte dei terroristi dell’Aqmi. Dopo le concessioni fatte dal governo maliano di Bamako, che per il rilascio dell’ostaggio francese, Pierre Camatte ha scarcerato 4 membri dell’organizzazione terroristica, ora gli occhi sono tutti puntanti sulla Mauritania. Il braccio armato nordafricano di al Qaeda preme per la liberazione dei suoi uomini detenuti nelle carceri del Paese mentre il governo di Nouakchott mentre quet’ultimo non solo ha irrigidito la sua politica antiterrorismo, ma ha anche duramente condannate le concessioni fatte dal Mali. Sia il governo di Nouachkott sia quello di Algeri hanno ritirato il loro ambasciatore da Bamako in reazione alla concessioni fatte da quest’ultimo nel corso delle trattativa per l’ostaggio francese nelle mani dei terroristi. Algeria si sarebbe addirittura ritirata dalla mediazione tra i ribelli del Nord del Mali e il governo centrale.

Ferdinando Pelliccia

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mar 04 2010

Togo: al voto per le presidenziali

Published by Direttore under Pianeta Africa

Gnassingbe in cerca del secondo mandato

LOME’ – Sono oltre 3 milioni, su una popolazione di 6,6 milioni di abitanti, gli aventi diritto al voto che oggi si recheranno alle urne in Togo dove si vota per le presidenziali. I seggi sono stati aperti alle 7 ora locale, le 8 italiane. Sono 6 i candidati che sfidano il presidente uscente Faure Gnassingbe appoggiato dal ‘Raggruppamento del popolo togolese’, Rpt. Faure è il figlio del generale Gnassingbe Eyadema, dittatore nel Paese per 47 anni fino al 2005, anno della sua morte. Il principale sfidante del presidente uscente è Jean-Pierre Fabre candidato dell’opposizione sostenuta dall’ ‘Unione delle forze per il cambiamento’, UFC. Quel partito il cui leader è Gilchrist Olympio il figlio del primo presidente del Paese, Sylvanus Olympio destituito e ucciso nel 1963 in un golpe che portò al potere nel Paese africano Gnassingbe padre. A Olympio figlio, come era stato escluso dallo scrutinio 5 anni prima, così 5 anni dopo gli è stato nuovamente impedito di candidarsi. La commissione elettorale gli ha contestato di non aver riempito correttamente un certificato medico.

Jean-Pierre Fabre

Nonostante tutto la tornata elettorale odierna è vista come un test per la democrazia e la stabilizzazione nel Paese. In Togo è ancora vivo il ricordo delle violenze scoppiate nel 2005 quando l’opposizione contestò i risultati elettorali che decretarono l’elezione a presidente di Gnassingbe figlio. Elezioni organizzate dall’esercito per legalizzare l’imposizione di Faure come successore del padre. L’opposizione denunciò possibili brogli elettorali che gli osservatori internazionali confermarono. I disordini post-elettorali provocarono 500 morti. La campagna elettorale si è svolta in maniera molto tranquilla. Tanto da convincere a rientrare nel Paese, appena la scorsa settimana, dopo averlo lasciato nel 1992 in seguito ad un tentativo di assassinio a cui sfuggi per miracolo, anche il settantatreenne Gilchrist per sostenere il suo candidato. L’odierno appuntamento elettorale segue quello per le politiche del 2007 in cui non si sono registrati incidenti ne contestazioni. A monitorare il voto osservatori dell’Unione Europea, Ue, dell’Unione Africana, Ua, e della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, ECOWAS.

Faure Gnassingbe

Faure Gnassingbe punta ad un secondo mandato, ma soprattutto a legittimare il suo ruolo dopo le accuse di frodi del 2005. Gnassingbe figlio, come rottura con il passato, ha fatto sparire il suo cognome dai manifesti elettorali come anche il simbolo del suo partito, l’Rpt che era anche il partito del padre. E per tentare di dissipare del tutto le ombre e i fantasmi del passato, ha anche annullato la tradizionale parata militare del 13 gennaio con cui nel Paese si celebrava il colpo di Stato che portò al potere il padre. Si guarda con attenzione al voto in Togo anche perchè si svolge in un momento di massima tensione per l’intera area dell’Africa occidentale. Il recente golpe in Niger, le violenze in Costa D’Avorio a causa dell’ennesimo rinvio delle elezioni generali e la grave instabilità in Guinea mettono in piena luce quanto sia incandescente la situazione nell’area.

Ferdinando Pelliccia

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mar 03 2010

Pirateria

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Pirateria. Stagione dei monsoni finita. I pirati somali riprendono l’attività

Pirati somali di nuovo in azione nel Golfo di Aden, catturata una petroliera saudita. A cadere nelle mani dei predoni del mare è stata questa volta la ‘Al Nisr al Saudi’, una petroliera di oltre 5mila tonnellate di stazza, in navigazione dal Giappone verso Jeddah. Al momento della cattura le stive della nave erano però vuote. Oltre all’imbarcazione, catturati anche i membri dell’equipaggio. Si tratta di 13 marinai cingalesi e il capitano, un greco. La petroliera è stata dirottata verso il porto di Garacad, una delle roccaforti dei pirati somali lungo la costa. Sembra che la nave non viaggiasse seguendo una rotta coperta dalla sorveglianza della missione navale del’Ue, Atalanta. Dopo un periodo di riposo forzato, a causa della stagione dei monsoni. Le varie gang del mare che imperversano nell’Oceano Indiano, assaltando le navi commerciali che incappano nella loro rete, per catturarle e chiedere poi, un riscatto di almeno un milione di dollari per il loro rilascio, stanno di nuovo entrando in azione. E’ questo infatti, il periodo dell’anno in cui le condizioni atmosferiche nel mare dei pirati migliorano e sarà così per tutto marzo, aprile, maggio e parte di giugno. Nei giorni scorsi, in previsione della ripresa di questa attività criminale legata al fenomeno della pirateria marittima, la coalizione internazionale composta da unità navali da guerra di decine di Paesi ha intensificato i controlli e la vigilanza nel mare al largo della Somalia e nell’Oceano Indiano. Lunedì scorso nel corso di una di queste operazioni una nave da guerra della NATO aveva affondato una nave madre pirata proprio nelle acque antistanti la Somalia. La nave in questione è la fregata danese ‘Absalon’ che opera nell’ambito dell’operazione antiprateria ‘Ocean Shield’ dell’Alleanza Atlantica. La nave pirata era stata localizzata fin dal mattino di domenica scorsa subito dopo che aveva lasciato una dei tanti covi pirati lungo la costa somala, divenuta ormai una moderna Tortuga. Il comando della missione NATO aveva presentato il successo ottenuto nell’operazione condotta dalla ‘Absalon’ come un forte segnale di monito lanciato ai pirati. Evidentemente i pirati somali che hanno assaltato e catturato la petroliera saudita non l’hanno capito. Le navi madri pirate sono quelle imbarcazioni utilizzati dai pirati in alto mare come base di partenza dei loro barchini con i quali poi, conducono gli attacchi contro i mercantili. In genere per questo ‘ruolo’ i pirati scelgono delle imbarcazioni non molto grandi max 35-40 metri. A volte le stesse navi catturate, in genere preferiscono i pescherecci per il fatto che questo tipo di imbarcazione sono facilmente camuffabili. I pirati somali si servirono proprio di due pescherecci egiziani, catturati il giorno prima, per assaltare e catturare l’11 aprile scorso il rimorchiatore d’altura italiano ‘Buccaneer’ con a bordo 16 uomini di equipaggio, di cui 10 italiani. La nave, dopo una snervante trattativa durata quasi 4 mesi e “magistralmente” condotta dalla diplomazia italiana guidata dal ministro degli esteri Franco Frattini, venne liberata il 9 agosto successivo e senza che fosse stato pagato alcun riscatto. Questo è almeno quanto afferma, e ribadisce tuttora, il capo della Farnesina e la società armatrice della nave, la Micoperi di Ravenna. Fatto questo che pone l’Italia come unico Paese al mondo a non aver pagato un riscatto per riottenere indietro dai pirati somali una sua nave e il suo equipaggio. Finora tutti hanno pagato nessuno escluso. I pirati protagonisti del sequestro del Buccaneer da parte loro hanno sempre affermato di aver ricevuto in cambio del rilascio della nave e dei 16 membri d’equipaggio un forte riscatto, anzi affermano di aver ricevuto più del richiesto.

Ferdinando Pelliccia

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mar 01 2010

Darfur

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Darfur. ONU: centinaia i civili uccisi in scontri tra esercito e ribelli

L’accordo per il cessate il fuoco firmato tra i ribelli del Jem, la maggior forza ribelle del Darfur, e governo sudanese non ha fermato le violenze in Darfur, la regione sud occidentale del Sudan. E’ notizia di oggi che sarebbero centinaia i civili uccisi in Darfur nel corso degli scontri che stanno avvenendo in questi giorni, fra forze governative sudanesi e ribelli del ‘Sudan Liberation Army’, SLA. Il secondo gruppo ribelle della regione guidato da Abdel Wahed Mohamed al Nur che invece, rifiuta ogni trattativa con il governo sudanese. Lo SLA e altri movimenti ribelli hanno respinto l’accordo, chiedendo invece, prima la stipula di un patto di sicurezza nella regione prima dell’inizio di colloqui. La notizia del nuovo eccidio di civili in Darfur è stata data stamani alla Reuters da una fonte dell’Onu interpellata, che è stata però, smentita dal governo di Khartoum. “Crediamo di avere un numero crescente di morti. La stima più bassa è attorno ai 140, la più alta vicina ai 400 morti”, ha detto la fonte del Palazzo di Vetro. Un portavoce dell’esercito sudanese, sempre alla Reuters, ha invece, sostenuto che i militari e i ribelli non hanno ingaggiato alcun combattimento in Darfur. Il presidente sudanese Omar Hassan el Bashir appena lo scorso martedì aveva annunciato con enfasi la firma dell’accordo di pace tra il governo del Sudan e i ribelli, oltre alla scarcerazione di 57 persone affermando anche che la guerra in Darfur era finita. A fare da eco alla notizia l’appello lanciato da ‘Italians for Darfur’ : “Ci appelliamo a tutte le istituzioni che abbiano voce in capitolo, in particolare al ministro degli Esteri Franco Frattini in qualità di garante, per l’Italia, del rispetto dei termini del Comprehensive peace agreement, Cpa, si intervenga presso Khartoum per frenare questa nuova e cruenta ondata di violenza”.

Ferdinando Pelliccia


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feb 28 2010

Stop the Uganda death law – by Ben Wikler – Avaaz.org

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Dear friends,

Debate is raging in Uganda on the proposal to execute gay people. We can’t let extremists drown out voices of reason — donate now for opinion polls and ads showing Ugandans choose human rights over violent extremism:

In just two weeks, nearly half a million of us have signed the global petition against Uganda’s proposed law to sentence gay people to death and jail their friends.

It’s an extraordinary response to a terrifying law — but more is needed. Extremists are escalating their rhetoric — with one pastor showing gay pornography in order to whip up rage. But very few know the harsh details of this draconian bill. And no public opinion poll has asked whether the Ugandan people would support such mass execution.

The Ugandan movement against the bill, which has been electrified by global solidarity, hasn’t had the resources to inform their fellow citizens about the bill’s deadly provisions.

If enough of us chip in, we can help launch radio spots, newspaper ads, and billboard campaigns that reach millions of Ugandans with the truth — and a powerful, human call to protect human rights. Donate now to fuel the defense of rights in Uganda:

https://secure.avaaz.org/en/ugandan_voices/?vl

While homophobia is widespread in Uganda, as in much of the world, so is a belief in basic human rights — and this bill is, at heart, an assault on human rights.

The fundamental belief that every life is equally precious, regardless of nation, creed, or sexual orientation, is at the heart of the opposition to this bill. It’s what has led hundreds of thousands of us to sign the petition — which has been sent to Ugandan and donor governments, and will be presented to the Speaker of Parliament in Uganda next week. And it’s what has united the church leaders, gay groups, and human rights advocates in Uganda to join together for justice.

The Ugandans at the front lines of this struggle are doing all they can. Our support — resources that cost us very little — can make all the difference in the world to them. Donate here:

https://secure.avaaz.org/en/ugandan_voices/?vl

Let’s rise to this moment, and make their cause our own.

With hope,

Ben, Alice, David, Paula, Benjamin, Ricken, and the whole Avaaz team

PS: You can read the actual law here:
http://www.avaaz.org/death-law

You can read more about the proposed law here:
http://www.avaaz.org/uganda_article

If you haven’t signed it, you can join the petition against the law at this link:
http://www.avaaz.org/en/uganda_rights/?fr


Support the Avaaz community! We’re entirely funded by donations and receive no money from governments or corporations. Our dedicated team ensures even the smallest contributions go a long way — donate here.

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feb 27 2010

Sudan: in Darfur si continua a morire

Published by Direttore under Pianeta Africa

Sudan. Anche se è statao firmata una tregua, in Darfur si continua a morire

Dal rapporto 2009-2010 di ‘Italians for Darfur, reso noto in questi giorni, emerge in tutta la sua tragicità il bilancio scaturito dalla guerra etnica in corso dal 2003 in Darfur, la regione sud occidentale del Sudan. In sette anni sono morte 300mila persone e altre 3 milioni hanno visto cambiato il loro status in profughi interni o sfollati. Mentre altre 4.3 milioni le persone dipendono dagli aiuti alimentari internazionali. Tutto questo su una popolazione di 6 milioni di persone che vive in una regione che è tre volte la Francia. Nei soli ultimi mesi, per sfuggire al dramma della guerra, sono state almeno 180mila le persone che hanno dovuto abbandonaren i loro villaggi e tutti i loro averi e chiedere assistenza nei campi profughi. In media nella regione muoiono 75 bambini ogni giorno per malnutrizione, malattia e guerra.

peacekeeping nigeriani del’UNAMID

L’aspettativa di vita è scesa a 35 anni. Tutto questo ovviamente avviene nell’indifferenza del mondo. Sebbene nel 2005 con 2 risoluzioni il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha previsto sanzioni contro chi commette atrocità e il loro deferimento alla Corte Penale Internazionale dell’Aja non passa giorno che dal Darfur giungano notizie di uccisioni e distruzioni. In questi anni centinaia di villaggi sono stati bruciati e i suoi abitanti, i più fortunati, sono stati uccisi mentre altri ha nno subito mutilazioni, e violenze di ogni tipo anche psicologiche. Molto diffuso è lo stupro di massa come arma di guerra. Donne, uomini e bambini, indiscriminatamente ne sono vittime. Nella regione è in corso una vera e propria pulizia etnica scatenata dai Janjaweed, miliziani arabi filo governativi armati e finanziati da Khartoum e appoggiati apertamente dall’esercito sudanese. Un vero è proprio massacro. La minoranza sudanese di etnia africana che popola il Darfur è ‘cacciata’, dal cacciare, da parte della maggioranza sudanese di etnia araba al potere nel Paese. Un fatto questo che la comunità internazionale non vuole però, riconoscere. Anche se lo scorso anno, su iniziativa avviata un anno prima dal procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, Tpi, Luis Moreno Ocampo, il presidente sudanese Omar el Bashir è stato colpito da un mandato di cattura internazionale per l’aver compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur. Ovviamente el Bashir ha continuato il suo operato anche uscendo fuori dai confini del suo Paese.

Un chiaro segnale di sfida e di certa impunità garantitagli dalle coperture di Paesi come Cina e Russia che con il loro veto nel Cds dell’ONU impedisco ogni azione pratica nei suoi confronti. Sullo sfondo di tutto le enorme ricchezze minerarie e petrolifere del Paese africano che in pochi, tra cui la Cina, hanno il privilegio di sfruttare. Ricchezze che ovviamente fanno gola anche ad altri Paesi e che per questo motivo tacciono su quanto avviene in Darfur per non inimicarsene il governo.

Il Capo dello Stato el Bashir

Per il Sudan vige anche un’embargo delle armi, ma le sue forze armate e non solo, sono dotate delle più moderne armi e attrezzature di fabbricazione russa e Cinese. Dal 2004 nella regione è stata prima dispiegata una missione di pace dell’Unione africana, Ua, l’AMIS. Una forza militare male armata ed equipaggiata che poco ha potuto per impedire i massacri di civili inermi anzi, più volte è stata essa stessa oggetto di attacchi, lasciando sul terreno alla fine del suo mandato oltre 20 soldati. Poi nel dicembre 2007 è stata dispiegata una missione mista ONU/UA, l’UNAMID che al pari della precedente, osteggiata e debole, si è trasformata anch’essa in un’inutile missione arroccata ormai nei suoi campi fortificati che sempre meno spesso lascia. Questo a dimostrazione di quanto l’ONU abbia le mani legate. Le violenze in Darfur sono state più volte denunciate anche dai numerosi volontari umanitari sudanesi e stranieri che operano nella regione.

Povertà nei campi profughi

Un fatto questo che il governo di Khartoum ha ‘punito’ cacciando lo scorso anno quasi tutte le ONG che operavano in Sudan. Era chiaro che fossero diventati scomodi testimoni di quanto avveniva in quel lontano Paese. Lasciando di fatto decine di migliaia di persone senza assistenza. La situazione nei campi profughi è a dir poco drammatica. Quello che si sta tentando in Darfur è chiaro. E in corso un tentativo di cambiare l’aspetto demografico dell’intera regione ripopolandola con genti di etnia araba. Tanto è vero che la dove sorgevano insediamenti popolati da genti di etnia africana, dopo che questi sono scappati o sono stati uccisi, al loro posto giungono, a ripopolare quelle aree ormai abbandonate, genti di etnia africana.

Ferdinando Pelliccia

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feb 26 2010

Pirateria al largo della Somalia

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Pirateria. Prosegue l’azione di contrasto. Presto una forza di sicurezza somala opererà da terra

Sebbene in questo periodo l’attività dei pirati somali sia molto ridotta a causa della stagione dei monsoni essi continuano a battere cassa. Stamani hanno rilasciato la ‘MV Pramoni’. Si tratta di una nave cisterna battente bandiera di Singapore. La nave era stata catturata lo scorso mese di gennaio con a bordo 24 membri di equipaggio di diverse nazionalità, cinesi, indonesiani, nigeriani e vietnamiti. Ovviamente il rilascio è stato subordinato al pagamento di un riscatto da parte dei proprietari della nave come sempre è avvenuto finora. L’unico caso al mondo in cui non è stato pagato un riscatto è quello del rimorchiatore d’altura italiano ‘Buccaneer’. La nave venne catturata dai pirati somali nel Golfo di Aden l’11 aprile del 2009 e rilasciata dopo 4 mesi. Secondo quanto afferma il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini per il rilascio della nave e dei suoi 16 membri dell’equipaggio, dei quali 10 italiani, non è stato mai pagato un riscatto. Una nave torna libera ed un’altra perde la ‘libertà’. La scorsa settimana a cadere nella rete dei predoni del mare un piccolo cargo indiano, l’ ‘Abdul Razak’. A bordo un equipaggio di 9 marittimi tutti indiani. La nave era in navigazione nell’Oceano Indiano e dall’India era diretta a Dubai. Molto probabilmente l’imbarcazione lunga appena 40 metri è stata catturata, dai pirati somali, allo scopo prevalente di utilizzarla come nave madre in appoggio ai barchini che lanciano l’assalto alle navi al largo della Somalia. Purtroppo il fenomeno della pirateria marittima nel mare del Corno d’Africa risulta essere una piaga difficile da sanare. Questo nonostante in quel mare siano presenti, a pattugliarlo, navi da guerra di diverse nazionalità. Alcune unite in missioni internazionali come quella dell’Unione europea, Ue, denominata ‘Atalanta’, quella della NATO denominata ‘Oceano Shield’ e quella della coalizione multinazionale Ctf-151 a guida americana. A queste poi, si associano altre missioni di contrasto condotte da singoli Paesi con proprie navi da guerra indipendentemente dagli altri. Tra questi Paesi vi sono Russia, Cina, Iran, India, Corea del Sud, Giappone, Australia e tanti altri ancora. Nonostante questo forte impegno il fenomeno non accenna però, a terminare anche se però, appare più contenuto. Se prima un attacco su tre andava a buon fine, ora è uno su sei. E’ comunque il 2009 l’hanno che ha fatto registrare una forte spinta in avanti del fenomeno. L’unico risultato certo ottenuto dall’intervento internazionale riguarda la maggiore protezione offerta alle navi del Programma Alimentare Mondiale, PAM. Mentre sul fronte della difesa del traffico mercantile, che attraversa l’Oceano Indiano, i risultati sono irrisorio rispetto all’impegno e ai costi che comporta, per ogni Paese, la partecipazione ad una missione anti pirateria marittima nel mare del Corno d’Africa.

la nave Etna e la nave olandese Evertsen

Inviare una nave da guerra nel mare dei pirati e tenercela comporta, per il Paese d’origine, una spesa media di 100mila euro al giorno che se rapportata alla durata media di ogni missione, che è di circa 4 mesi, il costo equivale a 14 milioni di euro. Dallo scorso 12 dicembre la guida della missione navale europea è toccata, per rotazione, all’Italia e le resterà fino alla metà del mese di aprile. Nell’Oceano Indiano, nell’ambito dell’operazione Atalanta, opera  la nave da rifornimento della marina militare italiana Etna, che ne è anche l’ammiraglia. Nei giorni scorsi questa unità navale ha fatto da angelo custode per 4 giorni al mercantile ‘Alpha Kirawira’ che trasportava aiuti umanitari per conto dell’Amisom, la missione di pace dell’Unione africana, Ua, in Somalia. Il cargo da Mombasa in Kenya è giunto sano e salvo a Mogadiscio in Somalia. La nave Etna è ora alla fonda al largo del porto di Mogadiscio in attesa che il mercantile riparta per scortarlo di nuovo nel suo viaggio di ritorno a Mombasa. Nel frattempo lo scorso martedì i ministri della Difesa Ue hanno deciso, nel corso della riunione tenutasi a Palma di Maiorca, di allargare al controllo dei porti i compiti della missione Atalanta. Con questo nuovo mandato le navi da guerra ‘Ue potranno ora estendere il controllo e la vigilanza anche ai porti lungo la costa somala. Porti da cui partono i pirati somali e procedere fin dalla loro uscita in mare all’individuazione e alla neutralizzazione dei barchini utilizzati dai predoni del mare per assaltare le navi mercantili. Questa attività sarà particolarmente intensificata fra maggio e giugno e fra settembre e novembre prossimi quando, dopo i monsoni d’inverno e d’estate, le condizioni del mare faciliteranno l’attività dei pirati somali. I 27 ministri della difesa Ue inoltre, hanno anche deciso che a maggio venga dato il via alla missione di addestramento delle forze di sicurezza in Somalia. Questo allo scopo di avviare l’azione di contrasto alla pirateria marittima anche dalla terraferma. In questo modo da terra le forze somale e dal mare le forze navali internazionali si dovrebbe ottenere una maggiore efficacia della lotta contro le varie gang del mare che operano al largo della Somalia. La missione militare Ue di addestramento delle forze somale del Governo Federale di Transizione di Mogadiscio è stata decisa lo scorso gennaio dal consiglio Ue. L’addestramento sarà effettuato in Uganda e interesserà 2mila uomini delle forze somale.

Ferdinando Pelliccia

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feb 25 2010

Darfur: la guerra continua

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Sudan. La guerra non è finita in Darfur!!! Nella regione sudanese si spara ancora

La guerra non è finita in Darfur, la regione sudoccidentale del Sudan. Il processo di pace tanto decantato da giorni dal governo di Khartoum non è neanche partito. A dispetto di quanto ha affermato recentemente ad El Fasher, capoluogo del Darfur del nord, il presidente sudanese, Omar Hassan el Bashir. “Il Darfur è di nuovo in pace, i combattimenti sono terminati ed ora può partire lo sviluppo”, aveva detto el Bashir. Nella regione sudanese, dove è in corso una guerra etnica dal febbraio 2003, ieri invece, si sono di nuovo verificati scontri tra ribelli e forze governative. I combattimenti sono avvenuti presso la città di Deribat nella provincia di Jebel Marra. Nella città vi risiedono 50mila abitanti e la provincia è considerata una roccaforte del ‘Sudan Liberation Army’ SLA di Abdel Al-Nur, grande gruppo ribelle storico del Darfur che però, non ha firmato la tregua di Doha.

Omar Hassan el Bashir

Quest’area è attualmente la più contesa della regione sudanese pertanto teatro di sanguinosi scontri. L’episodio di fatto sancisce la violazione del cessate il fuoco appena firmato lo scorso martedì 23 febbraio a Doha in Qatar, tra i miliziani del ‘ Justice and Equality Movement’ JEM, l’altro principale gruppo ribelle del Darfur guidato da Ahmed Mohamed Wady, e il governo di Khartoum. Secondo un portavoce dello SLA ad attaccare sarebbero stati i militari di Khartoum. “Vi sono stati combattimenti fino a notte inoltrata e in parte oggi. Il governo ha deciso un attacco sostenuto da elicotteri e aerei Antonov e caccia. E’ questa la pace che offrono?”, ha affermato il portavoce dello SLA. Il gruppo si è sempre opposto con fermezza al dialogo con le autorità di Khartoum in cui non pone alcuna fiducia. Solo nel 2006 avvenne una spaccatura nel suo interno, quando il capo di una sua fazione, l’ex ribelle, Minni Arcua Minnawi, firmò un’intesa con le autorità sudanesi che lo portò a ricoprire la carica che detiene ancora attualmente, quella di assistente presidenziale. In verità appare difficile mettere in dubbio l’affermazione dei rappresentanti del gruppo ribelle. Quello del governo di Khartoum è un ‘giochetto’ sperimentatissimo. Mentre da un lato porge la mano ad uno dei contendenti dall’altro porge il pugno chiuso all’altro contendente. Questo lo sanno bene le diplomazie internazionali che hanno salutato l’evento con moderazione. Alla notizia che il governo di Khartoum e lo JEM avevano firmato prima, lo scorso sabato, un accordo quadro nella capitale del Ciad, N’Djamena, alla presenza del suo fautore, il presidente ciadiano Idriss Deby che è ritenuto alleato e sostenitore del JEM e poi, martedì a Doha l’accordo ufficiale che dovrebbe condurre ad un accordo comprensivo di pace entro il 15 marzo prossimo, nessuno ha esultato.

il candidato presidente dellsplm Yasir Arman

“L’intesa sul cessate il fuoco è un importante primo passo per ridurre la violenza in Darfur”, aveva affermato con un laconico comunicato il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Philip Crowley. Mentre il segretario generale dell’ONU, Ban Ki moon, aveva affidato la sua ’soddisfazione’ ad una nota ufficiale. Da anni il Palazzo di Vetro punta inutilmente a raggiungere la pace in Darfur. E’ Djibril Bassole, l’attuale mediatore speciale dell’ONU e dell’Unione africana, Ua, per il Darfur che sta cercando invano di raggiungere questo importante obiettivo. Alle trattative che hanno portato a questo accordo di pace ha anche attivamente partecipato la Comunità di Sant’Egidio. Il sentore che neanche stavolta la pace sarebbe durata era nell’aria. Da settimane infatti, mentre erano in corso le trattative per giungere ad una ‘pace’ con il gruppo ribelle dello JEM, i ribelli dello SLA erano invece, sottoposti a continui raid aerei sulle loro postazioni e sui villaggi abitati dai civili. Dalle stime fatta dalle poche Ong che ancora operano sul territorio sudanese sono almeno un centinaio i civili uccisi dallo scorso dicembre ad oggi. L’episodio più significativo e sanguinoso è avvenuto lo scorso 16 gennaio a Souk Fruk. Allora oltre 200 veicoli militari carichi di soldati sudanesi e miliziani filo governativi appoggiati dall’aviazione lanciarono un pesante attacco contro le postazioni ribelli. Il numero delle vittime causato da quest’offensiva militare fu di almeno 10 ribelli uccisi, ma con loro colpiti a morte anche 20 civili, tra cui donne e bambini, che si trovavano in un mercato vicino alla zona degli scontri. Dal febbraio del 2003, a causa della guerra civile in corso in Darfur, secondo stime fatte dall’ONU, sono circa 300 mila i morti e 2,7 milioni gli sfollati su una popolazione complessiva di 6 milioni di persone. Una vera e propria crisi umanitaria innescata dal conflitto.

firma dell’accordo di pace

Un conflitto iniziato tra miliziani filo governativi appoggiati dal governo sudanese e i ribelli locali. Per i morti in Darfur e per tante altre ragioni, sul capo del presidente sudanese pende un mandato di cattura internazionale emesso lo scorso anno dall’Alta Corte penale internazionale, Cpi. L’accusa è l’aver compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur. Per ’sfuggire’ a quest’accusa da tempo el Bashir è impegnato in una campagna di sensibilizzazione dei Paesi amici, per ottenere consensi e appoggi, e di riappacificazione ‘forzata’ con le genti del Darfur, per ottenere testimonianze di buona volontà. Inoltre è impegnato in una serie di contatti con i diversi gruppi ribelli del Darfur per ottenere un impegno alla pace. Un impegno questo collegato al fatto che quest’anno, ad aprile, in Sudan si dovrebbero svolgere le elezioni generali: sia le presidenziali sia le legislative. I combattenti dello Jem, nel maggio 2008, si erano resi protagonisti di un formidabile attacco senza precedenti contro la città di Omdurman. La città che sorge sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Khartoum. Le forze di sicurezza sudanesi riuscirono a respingere i ribelli solo dopo violenti combattimenti. Negli scontri morirono oltre 200 persone. Mentre tribunali speciali vennero istituiti per processare e condannare i ribelli catturati. Oltre 100 membri dello JEM vennero condannati a morte. Il presidente el Bashir dopo aver annunciato, poco dopo la firma dell’accordo, che annullava queste sentenze di morte, lo scorso 20 febbraio ha anche rilasciato 57 membri del gruppo ribelle che erano detenuti nelle prigioni sudanesi. Nel frattempo in Sudan la campagna elettorale è già entrata nel vivo. A lanciare la sua sfida al presidente uscente el Bashir, è stato, lo scorso 15 febbraio, il ‘Sudan People’s Liberation Movement’, Splm. Si tratta di uno dei gruppi ribelli che hanno combattuto la ventennale guerra tra il nord e il sud del Paese. Dopo la pace raggiunta nel 2005, diventati partito, ora fanno parte della coalizione di governo. Quelle di aprile di fatto saranno le prime elezioni libere e multipartitiche degli ultimi 24 anni. A queste elezioni l’Splm punta su un forte candidato, Yassir Arman. Il gruppo dovrebbe raccogliere numerosi consensi specie nel sud del Paese dove vivono milioni di emarginati indipendentemente che siano cristiani o amnisti. Un elettorato che rappresenta un quarto degli elettori. Tutto questo rende l’Splm un temuto rivale per il ‘National Congress Party’, Ncp , il partito di el Bashir che invece, gode dei consensi del ricco nord soprattutto arabo e musulmano. Se nessun dei candidati alla presidenza raggiungerà il 50 per cento dei voti al primo turno, è previsto un ballottaggio a maggio.

Ferdinando Pelliccia

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feb 21 2010

Mauritania: Spagna paga riscatto

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Mauritania. La Spagna paga il riscatto per la liberazione degli suoi connazionali

La Spagna ha deciso di pagare il riscatto chiesto per la liberazione degli ostaggi spagnoli in mano a miliziani filo al Qaeda. Nell’edizione odierna il quotidiano ‘El Mundo’ rivela dalle sue pagine che nelle prossime ore dovrebbe avvenire il pagamento del riscatto di 5 milioni di dollari. E’ questa infatti, la somma che il braccio armato di al Qaeda per il Maghreb Islamico, l’Aqmi ha chiesto per la liberazione dei 3 catalani nelle loro mani dallo scorso novembre. Sempre secondo quanto rivelato dal tabloid madrileno, il pagamento del riscatto sarebbe stato concordato a fine gennaio. Anche se la rivelazione non ha trovato alcuna conferma è chiaro che qualcosa si sta muovendo e nella direzione indicata dal quotidiano. Sempre secondo quanto scrive El Mundo, dovrebbe essere il capo tuareg, Yyad Ag Ghali che è il mediatore incaricato dalle autorità di Bamako di tenere i contatti con i rapitori al fine di ottenere la liberazione dei 6 ostaggi occidentali, oltre agli spagnoli ci sono nelle mani dei miliziani di Aqmi anche 2 italiani e un francese, a consegnare agli uomini di al Qaeda il riscatto. Rivela sempre il media spagnolo che la notizia è stata confermata da un membro del governo. A sostegno di questa tesi, mercoledì scorso un alto funzionario del ministero dell’Interno spagnolo aveva affermato che: “La liberazione dei cooperanti spagnoli può avvenire in qualsiasi momento”. Per El Mundo la liberazione dei 3 spagnoli è questione di ore. Tanti sono gli elementi che secondo il quotidiano spagnolo, indicano che sarebbe ormai imminente la loro liberazione. Anche il fatto che nella settimana appena trascorsa le trattative con i rapitori avrebbero subito un forte impulso in avanti anche grazie alla mediazione del governo del Mali. Tanto è vero che El Mundo oggi ha anche pubblicato un intervista al presidente del Mali, Amadou Toumani Toourè. Il capo dello stato maliano si è detto anche lui ottimista sulla felice soluzione dell’intera vicenda che riguarda i sei ostaggi occidentali sequestrati dai militanti dell’Aqmi. Venerdì scorso sono stati rilasciati 4 uomini dell’Aqmi incarcerati nel Mali. Il loro rilascio era una delle condizioni poste dai terroristi filo al Qaeda per il rilascio degli ostaggi. Sempre nell’intervista rilasciata a El Mundo, Toourè ha poi, difeso la linea di condotta tenuta dal suo Paese per giungere al rilascio, sani e salvi, di tutti gli ostaggi in mano ai terroristi islamici. “Nonostante diversi Paesi si oppongano a questa strategia, il Mali non può restare con le braccia incrociate”, ha affermato il presidente nell’intervista. Neanche a dirlo, e proprio quando si cominciava a ben sperare per il ritorno a casa di tutti gli ostaggi. Dopo che ieri l’Algeria ha protestato contro la presa di posizione del Mali. Stamani è giunta dalla Mauritania, come un fulmine a ciel sereno, una forte contestazione al Mali per la decisione presa di rilasciare i 4 terroristi di al Qaeda. Sembra addirittura che ne sia nato un incidente diplomatico tanto è vero che il governo di Nouakchott ha richiamato in patria il suo ambasciatore a Bamako. Questo allo scopo di consegnargli una lettera contenete le dure proteste da recapitare alle autorità diplomatiche del Mali. La decisione adottata dal Mali di fatto va nella direzione opposta rispetto alle posizioni assunte dagli altri Paesi della regione, tra cui oltre alla Mauritania anche l’Algeria e il Niger, nella lotta al terrorismo. Per tutti soddisfare le richieste di riscatto dei terroristi vuol dire spingerli a compiere altri rapimenti. Però la rabbia della Mauritania risiede anche nel fatto che quanto compiuto dal Mali l’ha messa in serie difficoltà con le cancellerie italiane, spagnole e francesi. Finora il governo di Nouakchott ha sempre respinto le loro pressioni, specie dalle diplomazie italiane e spagnole, che spingevano per ottenere la liberazione di miliziani filo al Qaeda incarcerati in Mauritania, come chiedevano i terroristi in cambio del rilascio degli ostaggi.

Ferdinando Pelliccia

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feb 19 2010

Colpo di stato in Niger

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Niger. Un golpe militare affonda le ambizioni del presidente Tandja

NIAMEY – Ieri in Niger l’esercito ha preso in mano le redini del potere, destituendo il presidente Mamadou Tandja e dichiarando il governo sciolto. E’ accaduto tutto mentre era in corso un consiglio dei ministri presso il Palazzo Presidenziale. I militari prima hanno circondato l’edificio e poi l’hanno preso d’assalto arrestando tutti i suoi occupanti. Nel corso di queste prime fasi del golpe militare si sono verificati sanguinosi scontri tra militari fedeli al governo e golpisti. Il numero delle vittime causate dai combattimenti non è ancora stato reso noto. Però sarebbero almeno 4 i militari morti e numerosi altri feriti. Dal pomeriggio di ieri poi, la radio e la televisione di Stato hanno iniziato a diffondere solo inni militari fino a sera inoltrata quando il colonnello Goukoye Abdoulkarim, portavoce del neo eletto ‘Consiglio Supremo per la restaurazione della democrazia’, ha ufficializzato il passaggio dei poteri nelle mani della Giunta militare proclamando la sospensione della Costituzione e lo scioglimento di tutte le istituzioni ad essa collegate. Comunicando nel contempo che Mamadou Tandja, separato dai suoi ministri, è ora detenuto in una caserma nei pressi della capitale del Niger. Dopo gli scontri di ieri, oggi la riapertura delle frontiere e la revoca del coprifuoco hanno significato che i militari hanno preso il controllo totale del Paese africano.

La giunta militare insediatasi in Niger ha nominato come nuovo leader del Paese il generale Salou Djibo. Con un comunicato è stato spiegato che Djibo resterà alla guida del Niger fino alla formazione del nuovo esecutivo. Nella giunta anche il più importante comandante militare del Paese, Dijibrilla Hima Hamidou. Una ferma condanna a quanto è accaduto in Niger è giunta oggi dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Ua, Jean Ping, che ha chiesto il ritorno rapido all’ordine costituzionale nel Paese. Anche la Francia, che ha oltre 1500 suoi connazionali residenti nel Paese africano, ha condannato il colpo di Stato e ha lanciato un appello al dialogo per trovare una soluzione alla crisi. A condividere le preoccupazioni espresse dall’Ua e dalla Francia anche l’Unione europea, Ue. Catherine Ashton, il capo della diplomazia Ue, ha condannato il colpo di Stato compiuto in Niger ed ha chiesto alla giunta militare di agire immediatamente per far si che ritorni la democrazia nel Paese. Quello che è accaduto in Niger era inevitabile. Una sorta di passaggio obbligato per arrivare al cambiamento così come è stato nelle altre tre volte precedenti: nel’74, nel’96 e nel’99. Il golpe dei militari non è infatti, giunto inatteso.

il presidente Mamadou Tandja

La situazione nel Paese stava ormai precipitando in un vortice senza uscita. Era dalla scorsa estate che il Paese dell’Africa occidentale era attraversato da una profonda crisi politica. Una crisi scatenata prevalentemente dal deposto presidente Tandja accusato da più parti di deriva autoritaria. L’ex capo dello stato era stato eletto nel 1999 e da allora aveva governato interrottamente il Paese fino ad oggi per decreti. Per continuare a soddisfare le proprie ambizioni e restare ancora al potere lo scorso mese di agosto, per modificare la costituzione che non prevedeva un terzo mandato presidenziale, aveva indetto un referendum costituzionale dichiarato poi, illegale dalla magistratura e contestato dall’opposizione. Lo scopo era quello di prolungare il suo mandato di almeno altri 3 anni fino al 2012 in barba all’impegno preso in precedenza di indire nuove elezioni presidenziali nel dicembre 2009. Dopo la modifica costituzionale però, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, Ecowas, aveva sospeso il Niger, mentre l’Ue e gli USA avevano imposto sanzioni al Paese africano al terzo posto nel mondo come esportatore di uranio e altri minerali. Questo aveva soprattutto comportato il blocco dell’erogazione del budget di Stato garantito dall’Ue nel quadro degli accordi di cooperazione internazionale e che coprivano il 60 percento di tutto il bilancio statale. Una questione economica quindi, oltre a quella politica, è alla base del colpo di mano dei militari. Essi sono di fatto intervenuti a sanare la situazione e far uscire dall’impasse politico-istituzionale il Niger. Il Paese africano, nonostante le sue immense ricchezze minerarie, è tra i più poveri del mondo.

Ferdinando Pelliccia

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feb 13 2010

La pirateria al largo della Somalia

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Pirateria. Continua l’allarmante fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia

Quella appena trascorsa è stata una settimana molto proficua dal punto di vista economico per i pirati somali che hanno incassato i riscatti richiesti per il rilascio di navi tenute da loro in ostaggio insieme ai loro equipaggi. Non è dato sapere con precisione quanto sia stato pagato di riscatto dai Paesi interessati per ottenere il rilascio delle loro navi e dei loro equipaggi, da ricordare che si tratta di navi commerciali o da pesca e che i loro marinai sono marittimi e non militari. Una sola cosa è certa, il riscatto per il rilascio di navi e uomini è stato pagato. Finora nessuna imbarcazione è stata mai rilasciata senza il pagamento di una somma in denaro in cambio. Solo un Paese al mondo non ha pagato. Esso è l’Italia che, per bocca del suo ministro degli Esteri Franco Frattini, ha sempre affermato, almeno finora, pubblicamente che per il rilascio del rimorchiatore italiano, Buccaneer e del suo equipaggio non è stato mai pagato un riscatto. Una negazione che continua ostinatamente anche se gli stessi autori dell’atto di pirateria marittima hanno fin dall’inizio dichiarato di aver ricevuto una forte somma di denaro per il rilascio del Buccaneer. La nave venne rilasciata lo scorso 9 agosto, a 4 mesi dalla sua cattura. Un episodio avvenuto a più di 100 miglia dalla costa somala nel Golfo di Aden e compiuto da parte di pirati somali a bordo di due pescherecci egiziani catturati il giorno prima, il 10 aprile. A bordo dell’imbarcazione 16 marittimi di cui 10 italiani e 5 rumeni e un croato. Tutti i successivi episodi legati al fenomeno della pirateria avvenuti al largo della Somalia portano a credere più ai predoni del mare somali che al capo della diplomazia italiana. Il fatto che si neghi il pagamento del riscatto potrebbe portare a pensare che si vogliono nascondere forse, delle responsabilità inconfessabili. La vicenda ha dimostrato numerose carenze da parte del governo italiano e delle sue istituzioni all’Estero. Il rilascio degli ostaggi è stato giustificato sulla base di una presunta collaborazione di mediatori, inventatisi tali al momento, e a quella del governo somalo di Mogadiscio. Quest’ultimo avrebbe convinto i pirati a rilasciare gli ostaggi. Una convincimento che non sarebbe scaturito dal pagamento di un riscatto ne con la forza. Quest’ultima ipotesi è molto meno probabile delle altre. Questo perchè il governo somalo vive con precarietà la sua esistenza. Esso sopravvive, giorno dopo giorno, a stento agli attacchi dei miliziani islamici filo al Qaeda degli ‘al Shabaab’ che ormai controllano il 90 per cento del territorio nazionale strappato a quello delle autorità di Mogadiscio. Un governo quindi, in agonia che ha poco peso in casa sua figuriamoci in casa degli altri. Tante le navi ancora nelle mani dei predoni del mare somali. Dopo l’ultima nave catturata, esse sono almeno 12 con un totale di marinai tenuti in ostaggi pari ad almeno 150 marittimi di diversa nazionalità tra cui filippini, ucraini, rumeni, indiani, egiziani, cinesi e anche alcuni europei come due sfortunati coniugi inglesi. A cui poi, vanno aggiunte altre navi catturate e mai denunciate perchè erano navi fantasma ossia non registrate. L’unico motivo per cui navi e uomini non vengono rilasciati è che per il loro rilascio nessuno vuole pagare il riscatto richiesto dai predoni del mare che li hanno catturati. E quindi ancora una volta arriva implicitamente la conferma che nessuna nave è stata rilasciata finora senza che vi sia stato il pagamento di un riscatto. Gli uomini sequestrati dai pirati somali sono persone che non hanno voce ne peso nella comunità internazionale. Pertanto essi non beneficiano di alcuna iniziativa mondiale che tenda a ridare loro la libertà e fargli riabbracciare i loro cari che da mesi li aspettano trepidanti e soffrendo. Tra essi anche dei minori, mozzi a bordo di pescherecci egiziani catturati dai pirati somali nel mese di aprile dello scorso anno e di cui nessuno, nemmeno l’agenzia ONU per l’infanzia, Unicef, ha mai speso una parola per chiederne il rilascio immediato. Le navi catturate sono quasi sempre catturate e poi tenute alla fonda lungo i porti situati nei 345 km della costa della regione del Galmudug nel sud del Puntland dove i pirati somali hanno costituito le loro roccaforti trasformando di fatto quelle coste in una sorta di moderna Tortuga. Ovviamente essa costituisce per i pirati una zona franca dove nessun estraneo vi ha mai messo piede. I predoni del mare vivono a bordo delle navi catturate insieme agli uomini del suo equipaggio. Una promiscuità forzata che conduce anche a situazioni esasperanti dal momento che i somali sono molto dediti a consumare grandi quantità di droghe e a bere molto con relative conseguenze. La drammaticità del sequestro viene vissuta intensamente dai marittimi membri dell’equipaggio delle navi mercantili che entrano nel mirino dei pirati somali. I pirati raggiungono l’area di azione prescelta a bordo di navi madri e da queste poi, si staccano a bordo di barchini veloci su cui vi salgono non meno di 5, armati con armi automatiche e lanciagranate RPG. Raggiunto l’obiettivo prescelto o meglio la vittima, l’assaltano a colpi di kalanschikov e lanciando scale a rampino e ancoraggi. A nulla servirebbe la reazione dell’equipaggio che dal momento in cui scatta l’allarme si rifugia sottocoperta in attesa degli sviluppi dell’attacco che in genere si conclude con la presa della nave senza colpo ferire da parte dei pirati somali che poi, la dirottano verso i loro covi sulla costa del Puntland. La principale preoccupazione della comunità internazionale è stata quello di creare una flotta navale militare internazionale con il compito di proteggere le navi cariche di aiuti umanitari e capace anche di contrastare il fenomeno della pirateria marittima nel mare del Corno d’Africa. L’intervento è iniziato nel 2008 e, continua tuttora, condotto attraverso missioni internazionali NATO, Ue e di altri Paesi e anche in forma indipendente. Questo però, vuol dire, per i Paesi che vi prendono parte, dover mettere a rischio le proprie navi e uomini. Per ovviare a questo si sta sempre di più ricorrendo a pattugliamenti aerei anche con droni, gli aerei senza pilota, che hanno una lunga autonomia e capaci di operare sia di notte sia di giorno. Dall’inizio del loro impiego, da qualche mese, grazie al loro operato è stato possibile catturate due navi madri pirate e una dozzina di predoni del mare. Nel frattempo sembra che lo Yemen insieme alla Francia, che ha una sua base militare navale a Gibuti, abbiano deciso di costruire un porto a Myon scelto per la sua posizione strategica, si trova infatti al largo delle coste yemenite davanti al mar Rosso. Un porto che dovrebbe permettere l’ancoraggio alle navi della coalizione internazionale antipirateria impegnate nell’Oceano Indiano. La pirateria da prima si è andata sviluppando nelle acque al largo delle coste somale e poi si è allargata a tutto l’Oceano Indiano. Un fenomeno esploso in tutta la sua drammaticità nel 2009, ma che aveva già fatto capolino, in maniera meno marcata, fin dal lontano 2005. Già nel 2008 i pirati somali con i loro atti predatori avevano compiuto almeno 130 attacchi, tra portati a compimento e non, ad altrettanti navi al largo della Somalia. Nel 2009 questi atti criminali sono aumentati del 200 per cento. L’azione dei predoni del mare nel Golfo di Aden è stata resa possibile dall’assenza soprattutto in Somalia di un autorità costituita, ma anche dall’incapacità, per mancanza di mezzi e uomini, della guardia costiera yemenita di fronteggiare le varie gang del mare che agivano indisturbate nel golfo. A pattugliare quel mare per molti anni, tanti, sono rimaste solo 3 guardiacoste dello Yemen e questo ha favorito il rapido e indisturbato sviluppo del fenomeno della pirateria. Quello stesso Yemen che finora non ha concesso alle navi della flotta internazionale anti pirateria di poter inseguire i pirati nelle sue acque territoriali cosa che invece, permettono gli altri Paesi che si affacciano sul mare dei pirati. L’assenza di contrasto per così tanto tempo ha reso il tratto di mare del Golfo di Aden il più pericolo al mondo. Il fenomeno della pirateria marittima è nato certamente per primo, come un’occasionale modo di cercare di contrastare la pesca illegale nelle loro acque territoriali da parte dei pescatori somali. Poi come un modo, sempre occasionale, di cercare di procurarsi del cibo, visto che a poche centinaia di miglia dalle coste transitavano indifesi cargo carichi di aiuti umanitari del PAM. Il tutto poi, ha perso il suo indirizzo originario e, abilmente organizzato e orchestrato, è finito per diventare un favoloso e indefinito modo di lucrare. E’ stato stimato che i somali attivamente impegnati in questa attività criminale siano un manipolo di uomini, appena 1200. Di essi un centinaio sono finiti nella rete della forza navale internazionale e poi, sono stati affidati al giudizio e custodia delle autorità del Kenya. Con questo Paese africano infatti, prima gli USA e poi altri Paesi occidentali hanno stipulato un accordo bilaterale che prevede che ogni pirata catturato sia affidato alle autorità giudiziarie kenyane.

Ferdinando Pelliccia

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feb 04 2010

Nel mare della Somalia un manipolo di uomini tiene in scacco una flotta internazionale

Published by Marcello De Giorgio under Pianeta Africa

Pirateria. Nel mare della Somalia un manipolo di uomini tiene in scacco una flotta internazionale

E’ ormai un dato di fatto che il pagamento dei riscatti legittimano anzichè contrastare il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia. Tanto è vero che un anno terribile, il 2009, se ne è andato e un altro ne è arrivato. Nel primo mese del 2010, ha reso noto l’Imb, l’organizzazione internazionale che vigila sulla pirateria nel Golfo di Aden sono già state catturate 12 navi. Questo, nonostante sia dispiegata nel mare del Corno d’Africa una forza navale militare di contrasto alla pirateria. Una flotta attivata per prima dalla NATO, dall’estate del 2008, seguita poi, dall’Unione Europea, Ue, e da altri Paesi, come Cina, Russia, India, Corea del Sud, Giappone, Australia, Iran, Filippine e tanti altri. Paesi che in un modo o in un altro si sono visti coinvolti in episodi collegati con la pirateria marittima nell’Oceano Indiano. A fronte di questa azione di contrasto vi è invece, l’azione di attacco condotta dai pirati somali che hanno stabilito le loro basi nei porti lungo le coste del Puntland, la regione semiautonoma nel nord est della Somalia, divenuta ormai per antonomasia, una moderna Tortuga in chiave però, meno pittoresca. Un manipolo di uomini dunque, perchè al massimo i pirati somali che infestano l’Oceano Indiano, almeno quelli che lo fanno per mestiere, sono appena un migliaio, tiene in scacco una poderosa flotta internazionale. Finora, a parte qualche attacco sventato ad alcuni cargo, e una settantina di pirati catturati nel corso delle operazioni anti pirateria, di concreto si è visto ben poco. Questo anche rispetto alla poderosa macchina bellica messa in moto e ai forti investimenti della comunità internazionali nell’area per fronteggiare il fenomeno. Investimenti che di certo ne staranno godendo in tanti e che tremano al solo pensiero che un giorno questa ‘manna’ possa terminare. I pirati catturati sono stati trasferiti in prigioni in Kenya. Questo Paese africano ha stipulato ricchi accordi con la comunità internazionale per ‘ospitare’ e ‘processare’ i predoni del mare catturati. Alcuni pirati, sono già stati anche giudicati e condannati. Le pene elargite sono state tra i 7 e gli 11 anni. I costi di questa operazione non è dato saperli, ma di certo la ‘collaborazione’ keniana costerà diversi milioni di dollari ‘elargiti’ dai Paesi occidentali. Le stesse missioni anti pirateria, inizialmente previste per un anno, stanno ricevendo un continuo rinnovo che li mantiene ‘in vita’ di anno in anno. Un rinnovo non giustificabile visti i ‘penosi’ risultati ottenuti. ‘Penosi’ non per incapacità, ma per il fatto che non basterebbero 500 navi per controllare una superficie di mare così vasta quale è quella che parte dal canale di Suez e finisce all’arcipelago delle Seychelles. La missione più attiva è quella dell’Ue, denominata ‘Atalanta’, avviata nel dicembre 2008 è poi, prorogata fino al dicembre 2010, e non è esclusa un’ennesima proroga, a cui partecipano direttamente 8 Paesi con le rispettive navi da guerra: Italia, che ne ha il comando operativo fino ad aprile con il contrammiraglio Giovanni Gumiero, Olanda, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo e Grecia. Indirettamente altri 5 Paesi in vario modo: Cipro, Irlanda, Finlandia, Malta e Svezia. La Svezia in particolare è molta attiva nella missione anti pirateria della Ue. Di recente ha offerto il suo contributo con la nave da guerra ‘Hms Carlskrona’. Il governo di Stoccolma inoltre, contribuisce già con una aereo di sorveglianza della sua Guardia costiera. Alla Svezia è stato affidato, fino ad aprile, il comando direttivo della missione. Tra i Paesi invece, extra Ue intervenuti nell’azione di contrasto alla pirateria, ultimamente si sta mostrando particolarmente attenta al fenomeno la Turchia. Il parlamento di Ankara lo scorso 2 febbraio ha votato il prolungamento di un altro anno del mandato alla sua marina militare ad inviare navi da guerra al largo della Somalia, per partecipare al pattugliamento internazionale di quel mare e combattere i pirati somali. Rinnovando però, il diniego a partecipare invece, ad azioni militari terrestri in territorio somalo contro i pirati. Il primo febbraio scorso è già salpata, dal porto turco di Aksaz, per Aden la fregata ‘Tcg Gemlik’ che si avvicenderà con la fregata Gokova. L’unità navale da guerra turca infatti, una volta raggiunto il ‘mare dei pirati’ inizierà il pattugliamento nell’ambito della forza multinazionale NATO, Combined Multinational Force 151, CTF 151. E’ dal febbraio dello scorso anno che la Turchia è impegnata nell’azione di contrasto ai pirati somali. Finora ha già inviato, nel Golfo di Aden, altre 3 Fregate: Giresun, Gaziantep e Gediz. L’apporto dato dalla Turchia ha permesso di sventare diversi attacchi dei pirati e in particolare la Fregata Gediz si è distinta in almeno due azioni anti pirateria catturando anche una decina di pirati somali. Anche la NATO ha dato il via al rafforzamento della sua flotta navale impegnata con la missione ‘Ocean Shield’ nell’azione di contrasto alla pirateria nel mare del Corno d’Africa. In questi giorni è giunta in rinforzo della missione NATO l’unità navale da guerra inglese ‘HMS Chatham’ che contribuirà alla protezione dei mercantili e della tutela del traffico marittimo nell’area. Nel frattempo, nonostante tutto questo, gli attacchi dei pirati somali alle navi commerciali continuano. Nel breve arco di tempo che è intercorso tra la fine del mese di gennaio e l’inizio di quello di febbraio i pirati somali non hanno dato tregua ai mercantili in navigazione nel mare al largo della Somalia. I moderni filibustieri hanno portato a casa un grosso bottino, in barba a tutti. Forse anche galvanizzati dai forti proventi derivati dal pagamento del riscatto per il rilascio della nave ‘Filitsa’ battente bandiera delle Isole Marshall, ma di proprietà della compagnia greca ‘Order Shipping’. La nave era stata catturata lo scorso novembre e liberata ieri dopo il pagamento di circa 4 milioni di dollari. Ieri è stata catturata, nel Golfo di Aden, la ‘MV Rim’, battente bandiera nord coreana, e di proprietà della compagnia di navigazione libica ‘White Sea Shipping’. Insieme alla nave finiti nelle mani dei predoni del mare anche l’equipaggio composto probabilmente da 17 marittimi tra libici e rumeni. Come sempre accade in questi casi, la nave è stata dirottata dai pirati somali verso le coste del Puntland dove vi hanno stabilito, indisturbati, i loro covi. Unità navali da guerra della coalizione internazionale stanno come sempre fanno in questi casi, monitorando la situazione. La nave non era stato registrata presso le autorità incaricate di sorvegliare la rotta commerciale nel Golfo di Aden. Lo scorso 28 gennaio invece, i pirati somali hanno catturato, al largo di Berbera, il principale porto del Somaliland, l’altra regione semiautonoma della Somalia, un cargo battente bandiera cambogiana, il ‘MvLaylas’. La nave è stata catturata appena ha lasciato il porto. Insieme alla nave sono stati catturati anche i membri dell’equipaggio. Marittimi pakistani, indiani, somali, siriani e dello Sri Lanka. A tutto questo si aggiunge ora anche il fatto che sempre più spesso stanno scoppiando sanguinose lotte intestine tra le varie gang del mare per prendere il controllo della gestione delle ‘prede’ catturate o per la spartizione del riscatto pagato per ottenerne il rilascio. Così è stato anche dopo il rilascio del cargo MV Filitsa. Il riscatto è stato pagato lo scorso lunedì, ma la nave non è stata subito rilasciata perchè un altro gang di predoni voleva impossessarsi del denaro. Da questo ne è nato uno scontro. Per fortuna poi, ieri i pirati somali hanno liberato il cargo greco e il suo equipaggio anche se con un giorno di ritardo. Lo stesso episodio si era verificato lo scorso 19 gennaio quando, dopo il rilascio della superpetroliera greca ‘Maran Centaurus’ dietro il pagamento di un riscatto di 5,5 milioni di dollari, il più alto mai pagato finora, era scoppiata una violenta battaglia tra due gruppi di pirati somali per la spartizione del bottino. Almeno 4 i morti e numerosi i feriti. Lo scontro era avvenuto ad Harardere, uno dei covi dei pirati lungo la costa del Puntland. La Maran Centaurus era stata sequestrata con un carico di 2 milioni di barili di petrolio il 29 novembre scorso. Nel frattempo continuano nel Puntland gli omicidi mirati di personalità di spicco del mondo politico e giudiziario del Paese. Dopo l’assassinio del ministro dell’Informazione, Sefta Bananka ucciso ad agosto da un commando armato davanti a un ristorante nella città di Galkayo. Dal mese di novembre sono stati assassinati tre parlamentari e un giudice. L’ultimo Mohamed Abdi Daqar, ucciso dai sicari a Bosasso, uno dei porti covo dei pirati somali e capitale economica del Puntland. Un allarmante segnale questo, che indica che la guerra civile in corso nel resto della Somalia sta avvinghiando anche questa regione somala. Da tempo infatti, i miliziani islamici di al Shabaab, che controllano già gran parte della Somalia, cercano di penetrare anche nel Puntland e sovvertire le sue istituzioni. Se ciò avvenisse sarebbe un ulteriore aggravio per la comunità internazionale nella lotta al fenomeno della pirateria marittima. Perchè anche se altalenante, la collaborazione del governo di Garowe è utile al contenere il fenomeno.

Ferdinando Pelliccia

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