
Il 1873/74 ed il 1874/75 furono per l’Archita gli ultimi anni nell’atrio del Seminario, dove in primavera, come avrebbe ricordato anni più tardi un altro preside dell’Archita, Eduardo De Vincentiis (niente a che vedere col padre domenicano autore della ricordata Storia di Taranto), una lussureggiante vegetazione di pomodori, ortaggi e cocomeri allietava la vista.
La nuova sede del Ginnasio sarebbe stata il Palazzo Orfanotrofio, come allora veniva chiamato, ovvero l’odierno Palazzo degli Uffici, dove l’ultracentenario Liceo è tuttora, seppure a dispetto di qualcuno, allocato.
Già nel maggio 1875 la Giunta municipale aveva deliberato l’apertura di un Convitto da affiancare al Ginnasio, Convitto che fu impiantato proprio nel Palazzo Orfanotrofio.
Il 1° gennaio 1876 anche l’Archita lasciava il Seminario e passava oltre il Canale navigabile, in quel nascente Borgo la cui prima casa d’abitazione, sul Corso ai Due Mari, era stata eretta dal cospiratore antiborbonico e ricco possidente Domenico Savino nel 1869.
L’Archita al Borgo
nel Palazzo Orfanotrofio
La storica sede dell’Archita (…) merita qualche cenno. Le sue fondamenta furono gittate – regnante ancora il Borbone (Ferdinando IV, per la precisione, Re di Napoli, di Sicilia, di Gerusalemme, eccetera eccetera eccetera…) – nel lontano 1791, la destinazione era ad orfanotrofio militare; la costruzione rimase interrotta a parte del solo pianterreno dalla rivoluzione napoletana del 1799 e dalla traversìe e vicissitudini di quello che dopo l’intervallo napoleonico e murattiano si sarebbe chiamato Reame delle Due Sicilie, sicché soltanto nel 1872 (proprio mentre l’Archita nasceva), su progetto e a cura dell’ingegner Giovanni Galeone, ne furono ripresi i lavori, ultimati nel 1896, quando da tempo, cioè, vi si erano insediate più scuole, e dopo un drammatico crollo, il 31 dicembre del 1893.
“Ma i lavori di rifinitura e di arredamento – scriveva il preside Medori nel 1972 su Galaesus – si protrassero ancora, perciò l’inaugurazione ufficiale venne fatta il 28 giugno 1892. Tenne il discorso ufficiale il funzionante Sindaco Alessandro Criscuolo. Con le Autorità e le varie rappresentanze erano presenti le scuole in festa, prima fra tutte le scolaresche dell’Archita, alle quali ad un certo momento l’oratore in special modo rivolse le sue alate parole: <… Venga la nuova scuola: qui il fulgido pensiero del vero, qui le alte e pure ispirazioni dell’arte! (…) Oh! Archita, filosofo, legislatore, elleno fra gli elleni, o padre nostro sapiente, divinatore e buono, tu, oggi, ritorni in mezzo a noi. L’ombra sua torna, ch’era dipartita>”.
Oltre all’Archita e al suo Convitto, anche la Regia Scuola Nautica fu trasferita nel 1876 nel Palazzo Orfanotrofio, ma l’anno seguente fu soppressa; in suo luogo sarebbe nata nel 1879, ereditandone anche il misero arredo scolastico, la Scuola Tecnica.
Per soli convittori, fu insediata in Palazzo Orfanotrofio anche una scuola elementare preparatoria al Ginnasio. Il resto del palazzo era usato come caserma militare, oltre ad ospitare alcune botteghe.
Quanto al pianterreno del Seminario, lasciato libero dall’Archita, vi si insediarono le scuole elementari, diurne e serali, dirette prima dal sacerdote Cataldo Foresio poi da Eduardo De Vincentiis, fino al 23 giugno del 1889, quando tutte le elementari della Città Vecchia furono concentrate a Palazzo Amati, che fu ribattezzato edificio scolastico Vittorio Emanuele.
La stagnante economia tarantina veniva intanto smossa dalla prima delle istituzioni che dovevano accompagnarne e condizionarne in epoca contemporanea la vita e lo sviluppo, anche urbanistico e sociale: la Regia Marina, che nel 1865 aveva iniziato i lavori di realizzazione della base navale (Taranto fu da allora sede di Dipartimento navale) e del Canale navigabile in luogo del “Fosso” scavato dagli Aragonesi in quel naturale avvallamento del quale già aveva approfittato Annibale per far uscire per via di terra, su rulli, la flotta tarantina sua alleata, imbottigliata dai Romani padroni dell’acropoli in Mar Piccolo; in fase avanzata di progettazione era poi l’Arsenale, istituito con legge del 1882 ed inaugurato nel 1889.
Nel 1875 Ferdinando Gregorovius, insigne storico ed umanista, visita Taranto, rimanendone scandalizzato, come molti altri viaggiatori fra Settecento ed Ottocento: “la patria d’Archita – nota tra l’altro – non ha neppur più biblioteca, per piccola e meschina” (allora come sostanzialmente adesso, purtroppo, perché la Acclavio non è certo adeguata alle esigenze di una grande metropoli del XXI secolo, e la pur ricchissima biblioteca dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, ventimila fra volumi e riviste, è ovviamente estremamente specializzata, così come quella apprezzabile della Soprintendenza archeologica).
Gli istituti di istruzione sono il Ginnasio comunale Archita e la Regia Scuola Nautica, che sta purtroppo per spirare, suscitando già verso fine Ottocento rimpianti. E’ una scomparsa (1877) da collegare alle difficoltà del porto commerciale, mentre la vocazione marittima di Taranto sembra affidata esclusivamente alla Regia Marina.
La decretata elevazione di Taranto a sede del II Dipartimento navale, precedentemente di stanza a Napoli, il rafforzamento delle strutture militari per ospitare la flotta, la realizzazione – in uno degli angoli più incantevoli e più interessanti anche archeologicamente del golfo interno, con conseguenti stravolgimenti e distruzioni – dell’Arsenale, marcano fortemente lo sviluppo del Borgo, al di là di quel Fosso divenuto ormai Canale navigabile.
Se le proteste e le mene napoletane portano allo sdoppiamento del Dipartimento navale (il II rimane a Napoli, a Taranto se ne istituisce un III), non perciò la presenza ed influenza della Regia Marina vengono a Taranto sminuite, come si noterà dallo stesso impianto urbanistico (condizionato dal Palazzo degli Uffizi, come comincia ad essere chiamato a fine Ottocento, dopo le ristrutturazioni, il Palazzo Orfanotrofio, la più significativa comunque delle preesistenze edilizie, e in seguito dall’Arsenale e dal suo muraglione) nonché, in sottordine, da alcune vicende inerenti il nostro tema, l’istruzione.
Nel 1877 con la legge Coppino si vara in Italia l’istruzione obbligatoria, la cui evasione è a Taranto fortissima. Il Comune è povero, l’Amministrazione provinciale di Lecce è – non solo geograficamente – distante; pure, le autorità municipali si impegnano nel garantire almeno – Ginnasio Archita a parte, che rimane comunque il fiore all’occhiello, il più grande investimento culturale della comunità tarantina – l’istruzione di base: come riporta il periodico locale La Sentinella, nel 1892 il Comune riceverà “la grande medaglia d’argento per la istruzione primaria e popolare” per gli sforzi e le risorse destinati al tal fine nell’ultimo decennio dell’Ottocento (una spesa media annua di 158mila lire, mentre capoluoghi di Provincia come Avellino, Benevento, Como, Siracusa, Chieti, Pisa ne avevano di oscillanti fra le 20 e le 22mila, come rileva il prof. Conte su Galaesus nel 1969).
Perno di questa strategia è la ristrutturazione dell’Asilo infantile, decretato nel 1860, realizzato nel 1871 e che dal 1884 viene considerato istituto di educazione infantile, non più semplice istituto assistenziale, ed ospita bambini “poveri” di età fra i 3 ed i 7 anni.
Nel 1900, cedendo alla richiesta degli ormai accresciuti abitanti del Borgo, che trovavano scomodo attraversare il ponte girevole (realizzato nel 1887 e retoricamente battezzato, a metà fra il pomposo e lo strapaesano, “Cataldo Umberto I”, coniugando il nome del santo protettore ed antico vescovo della città con quello del regnante monarca sabaudo), se ne realizza una seconda sezione in piazza Giordano Bruno (attuale piazza Maria Immacolata, anche se nessun tarantino verace di una certa età la chiama così, così come nessun romano chiamerebbe piazza Esedra col suo “nuovo” nome – si fa per dire, ha ormai più di cinquant’anni… – di piazza della Repubblica), presso le Figlie della Carità.
L’Asilo si salda così, in un progetto educativo continuo, alle Scuole Elementari; dopo di queste si propone il bivio fra Ginnasio e Scuola Tecnica. Quanto agli iscritti, erano 317 divisi in 7 aule nel 1887, mentre nel 1900 (anno dello sdoppiamento) erano diventati ben 1.000, suddivisi in 14 aule.
La Scuola Tecnica ha preso nel 1879 il posto della Regia Scuola Nautica (soppressa due anni prima) in Palazzo Orfanotrofio; verrà parificata nel 1887 e nel 1893 avvierà un corso di Agraria ed Enologia.
Nel 1882/83, con grande scandalo dei benpensanti e dei bacchettoni, una signorina fa il suo ingresso nel Ginnasio Comunale Archita: Adalgisa Orlandi. Si segnala per profitto, e perfino il provveditore di Lecce, pur invitando alla cautela per future ammissioni di Signorine (con la maiuscola) in scuole considerate “maschili”, si compiace del fatto che la ineccepibile moralità di studenti e docenti dell’Archita abbia potuto ispirare una “così nobile fiducia” nei genitori della Adalgisa. Nonostante le prudenze e le remore del provveditore, le studentesse invece aumenteranno, così come cresceranno complessivamente gli studenti.
Nel 1883 si forma la prima classe liceale (ce n’è voluto di tempo! Undici anni scolastici!), e dunque l’Archita diventa Ginnasio-Liceo Classico, ed il Comune approva ufficialmente l’ingresso delle “giovanette” nell’istituto (ed il ministro Baccelli benedirà per telegramma questa decisione); nel 1884 – dopo una crisi la cui portata ci sfugge, ma che aveva minacciato di travolgere la giovane scuola – leggiamo sul giornale tarantino Il Rinnovamento (in data 21 aprile) che “sembra che tutti gli inconvenienti verificatisi al Convitto Archita si siano eliminati. Ci si assicura che tutto cammini oggi regolarmente; la disciplina è ristabilita, l’appaltatore per il vitto si è messo in regola, e tutti, dal vice Preside ai Professori, ai Bidelli, adempiono scrupolosamente ai loro doveri. Ciò ci rallegra, poiché nessuno ignora quel che si è fatto per ottenere il pareggiamento, nessuno ignora i sacrifici, a cui il paese si è sottoposto per vedere progredire questo benedetto Ginnasio”. Il 1884/85 è anche l’anno in cui il Ginnasio-Liceo viene pareggiato. Sempre nel 1884 (data importante: Antonio Rizzo fonda La Voce del Popolo, che durerà fino al 1976, accompagnando e commentando nel bene e nel male le vicende tarantine, con tutti i pregi e i difetti del pubblicismo jonico; si apre finalmente in Taranto la sezione della Banca d’Italia) debutta alla presidenza, ma come facente funzione (tornerà come preside effettivo nell’anno scolastico 1896/97), un controverso personaggio, che però getterà le basi del grande sviluppo dell’Archita: Eduardo De Vincentiis, massone e mangiapreti, gran cumulatore di incarichi (tutti retribuiti), sospettato anche di qualche disinvolta confusione fra il bilancio domestico e quelli del Convitto nazionale e del Ginnasio Liceo Archita che reggeva ambo e dove in assoluta gratuità aveva messo su casa, come sarcasticamente rileverà nel suo romanzo sull’Archita, Quinta Classe, l’ex-alunno Cesare Giulio Viola.
Come presidi dell’Archita (o meglio, fino alla regificazione, direttori) si alternarono Vincenzo Boccieri, scomparso nel febbraio 1883 (sotto la sua direzione, con Decreto Ministeriale del 20 settembre 1882, fu effettuato il pareggiamento provvisorio dell’Archita); De Vincentiis come direttore facente funzioni (sotto la sua direzione, il 9 marzo 1884, l’Archita ottenne il pareggiamento definitivo); dal 1885/86 la direzione fu assunta da Pietro Pellizzari (nel corso del suo mandato, con l’anno scolastico 1886/87, fu istituita la terza liceale e quindi il Liceo Ginnasio arrivò a completezza). Alla fine dell’anno scolastico 1888/89 scomparve il prof. Pellizzari, proprio mentre, con Regio Decreto del 23 luglio 1889, veniva decretata, a partire dal 1° ottobre 1889, la regificazione dell’Archita, che assumeva quindi nome e qualifica di Regio Liceo Ginnasio, così come il Convitto diveniva Convitto nazionale. Primo preside governativo del’Archita fu, a partire dal 1889/90, il prof. Pasquale Celli; dal 1892/93 Giovan Battista dal Lago e, dal 1896/97, Eduardo De Vincentiis, sotto la cui direzione provvisoria il Liceo era stato definitivamente pareggiato.
Nel medesimo 1889 Palazzo Amati, un grande edificio intitolato per l’occasione a Vittorio Emanuele, ed oggi sede del corso di laurea in Maricoltura della Facoltà di Veterinaria, raccoglieva sul lungomare della Città Vecchia (la “ringhiera”) le varie classi delle Scuole Elementari, diurne e serali; altra Scuola Elementare, intestata a Pitagora, si apriva nel Borgo. Dal 1906 al 1927, quando l’edificio fu malauguratamente espropriato per essere demolito (come nel 1929 il teatro Alhambra; e da allora Taranto, questa nostra Taranto “che si rinnova autodistruggendosi”, come deprecava Antonio Rizzo, non ha mai più avuto teatri…), onde consentire la costruzione di quel mastodontico Palazzo del Governo del quale i futuristi dissero peste e corna su una delle loro coraggiose riviste (per la precisione su Futurismo del 1° gennaio 1933, in cui si deprecano – a firma di Bruno La Padula – tre brutture: la sistemazione di piazza Castello; la costruzione sul “meraviglioso” canale navigabile di un palazzo “degno di una repubblica centro-africana” e per l’appunto il Palazzo del Governo), la Scuola Elementare del Borgo fu allocata nel primo piano del cosiddetto “casino Carducci”. Da un contratto di sub-locazione da parte del Comune rileviamo – riporta Giovangualberto Carducci su Cenacolo nel 1989 – che “la parte di detto piano si compone di nove vani, ritirata, corridoio e terrazza, con pavimenti regolari senza alcuna rottura di quadrelli, con pareti incartate e colorate, serramenti in legno ed a vetrate, con relative serrature e corrispondenti chiavi”.
Sempre nel 1889 arriva a Taranto il telefono: ma resta un marchingegno sconosciuto al Municipio ed ai suoi uffici, cosa che suscita la palesemente non disinteressata protesta de La Sentinella, giornale legato agli interessi economici di Cacace, l’imprenditore-affarista, trafficante in antichità illegalmente sottratte allo Stato, titolare, fra mille altre attività, anche della locale compagnia telefonica, e che, suocero di Luigi Viola, avrebbe oppresso il celebre archeologo, provvedendo anche a sfasciargli la famiglia.
E ancora, nel 1889, alla augusta presenza di Sua Maestà il Re Umberto I, veniva inaugurato l’Arsenale, il cui centenario sarebbe stato celebrato in età repubblicana con la emissione di una moneta commemorativa da duecento lire, di quelle color oro, in memoria forse delle coniazioni – in oro puro, quelle, però – di Taras all’epoca dei condottieri, quando occorreva pagare i mercenari con valuta forte.
Per edificare l’Arsenale, oltre a distruggere villa Capecelatro ed a sventrare la rada di Santa Lucia, fu edificato quel muraglione che ancor oggi impronta di sé il Borgo (ed oltre) ed amputa quasi totalmente di vista e godimento di uno dei suoi mari, il Mar Piccolo, la moderna Taranto.
Giuseppe Mazzarino, da “Nel nome d’Archita. La scuola e l’istruzione in Taranto
dall’Unità d’Italia”, in “Cenacolo”, rivista della sezione tarantina
della Società di Storia patria per la Puglia, fasc. XVII, 2005