Archive for the 'Come eravamo…' Category

set 12 2009

Golpe in Cile

11 settembre 2009

Cile. Martedì 11 settembre 1973 il golpe contro Salvatore Allende

Oltre all’attentato alle Torri Gemelle a New York l’11 settembre è legato anche ad un altro tragico avvenimento, il ‘Golpe cileno’. Mentre in tanti oggi hanno commemorato l’11 settembre ‘americano’ in pochi hanno ricordato quello ‘cileno’. Stamani il capo dello stato cileno Michelle Bachelet ha commemorato il 36esimo anniversario del ‘golpe cileno’ attuato dai militari nel 1973 contro la democrazia nel Paese e contro l’allora presidente socialista Salvador Allende. Un golpe che avvenne l’11 settembre 1973 e fu un evento fondamentale della storia del Cile portando al potere i militari e in particolare il generale Pinochet, che costituirono la ‘ Junta’. Allende aveva vinto le elezioni presidenziali del 5 settembre 1970. Ponendosi alla guida di una coalizione di sinistra, la ‘Unidad Popolar’, sconfisse di misura il candidato della destra Jorge Alessandri. Il suo fu il primo governo di sinistra democraticamente eletto in Sudamerica. Il programma di Allende si basava sulla nazionalizzazione dell’economia, ma gli Stati Uniti, che in Cile avevano interessi legati principalmente alla produzione di rame, non restarono a guardare e…..

golpe in cile 1

Tutto cominciò all’alba quando i caccia bombardarono il palazzo presidenziale della Moneda a Santiago e la marina che si ammutinava a Valparaiso. Poi l’assalto dei carri armati del generale Augusto Pinochet e tutto terminò con la morte di Allende. Chiudendo di fatto nel sangue l’esperienza democratica di ‘Unidad popular’ la coalizione che aveva portato le sinistre al governo in Cile. L’episodio che tutti ricordano bene è l’assalto dei golpisti al palazzo presidenziale e la sua strenua difesa da parte dei pochi fedelissimi del presidente Allende che inutilmente tentò di contattare Pinochet credendolo un suo fidato generale e senza sapere che invece il generale era a capo dei golpisti. Allende morì nel corso dell’assedio. Le cause della sua morte sono rimaste incerte e controverse. Fin da subito si disse che Allende si era suicidato con il fucile mitragliatore che stava utilizzando durante l’assedio, un’arma a lui molto cara perché regalo personale di Fidel Castro, ed un’autopsia avallò la tesi del suicidio. Però in tanti furono quelli che sostennero che il presidente fosse stato assassinato dai golpisti durante l’irruzione finale all’interno del palazzo. Dopo alcuni anni il medico personale di Allende, che era con lui al momento dell’assedio, diede in un’intervista trasmessa negli anni ‘80 dalla televisiva televisione Rai nel corso del programma ‘Mixer’di Giovanni Minoli una versione dettagliata dell’accaduto.

golpe cile allende_salvadorSalvador Allende

Secondo il suo racconto Allende si suicidò dopo aver ordinato ai suoi di abbandonare la difesa del Palazzo presidenziale. Con la presa del potere dei militari nel Paese iniziarono 17 anni di dittatura militare e di terrore in cui uccisioni di massa, torture e deportazioni saranno all’ordine del giorno. Inizialmente la ‘Junta’ che prese il potere era formata da 4 capi: oltre a Pinochet generale della fanteria, c’erano i generali Gustavo Leigh Guzman dell’aviazione, Josè Toribo Merino Castro della marina, e Cesar Mendoza Duran dei carabineros. I capi del golpe si accordarono subito per una presidenza a rotazione e nominarono Pinochet capo permanente della giunta militare. Quando la giunta fu al potere, Pinochet ne consolidò ben presto il controllo, prima mantenendo la guida solitaria della giunta e poi venendo proclamato Presidente della Repubblica. Il generale poi si mosse per consolidare il suo controllo contro ogni opposizione. Due giorni dopo il golpe, il 13 settembre, sciolse il Congresso e lo Stadio Nazionale divenne un’immensa prigione a cielo aperto in cui la ‘Junta’ imprigionò gli oppositori. Una stima per difetto enumera le persone arrestate negli anni che seguirono il golpe a circa 130mila. Mentre il numero dei ‘scomparsi’ raggiunse le migliaia nel giro di soli pochi mesi. Gran parte delle persone arrestate erano stati sostenitori di Allende. La ‘Junta’ dichiarò fuorilegge tutti i partiti che avevano fatto parte di Unità Popolare. Il presidente cileno Bachelet ha oggi ricordato Allende come il simbolo di un popolo che non rinuncia alla sua libertà ed un esempio universale’. La cerimonia commemorativa si è svolta nel cortile del ‘Palazzo della Moneda’, alla presenza di 250 invitati, tra i quali anche dei collaboratori di allora dell’ex capo dello Stato. Un intervento bellissimo quello della presidente Bachelet, che ha trattenuto a stento le lacrime in vari passaggi del suo brillante intervento. Un discorso concluso con le stesse parole con le quali Allende concluse il suo discorso di addio, trasmesso ai cileni da Radio Magallanes, mentre l’edificio era attaccato dai golpisti: “Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori”. Alla vigilia dell’ anniversario si temevano incidenti come quelli scoppiati negli anni precedenti tanto che il governo ha mobilitato circa 3mila uomini del corpo dei ‘Carabineros’. Ma per fortuna non si sono verificati che sporadici incidenti.

Ferdinando Pelliccia

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giu 02 2009

E’ nata la Repubblica Italiana

Così titolava il Corriere della Sera del 2 giugno di 63 anni fa.

Era il 1946.

corsera

L’Italia usciva dagli orrori della guerra e aveva bisogno di sorridere e di facce pulite.

Abbiamo mantenuto quelle premesse?

Retorica la domanda. Scontata, malinconica ed inevitabile la risposta.

(Fonte : http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com)

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giu 02 2009

ANNA FOUGEZ

Omaggio ad una grande artista del Sud: Anna Fougez, stella del Varietà che dominò la scena mondiale per 40 anni. Nata a Taranto nel 1894, concluse i suoi giorni nel 1966 in un’altra città di mare, Santa Marinella in provincia di Roma che, forse,le ricordava la città natale con la trasparenza del suo mare.

(Fonte : http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com)

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mag 09 2009

RICORDO DI GIUSEPPE IMPASTATO

Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978

… nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio privata autofinanziata, con cui denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.

… dal sito del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” – Onlus
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“L’ignoranza è nemica della vita”

Organizzatore::
Roberto Morgantini
Tipo:
Rete:
Global
Inizio:
sabato 9 maggio 2009 alle ore 0.00
Fine:
venerdì 15 maggio 2009 alle ore 0.00
Luogo:
OVUNQUE
Città/Paese:
Bologna, Italy
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mar 24 2009

BRIGANTI… la “sorpresa” per papa giru

(clicca sull’immagine per vederla a grandezza naturale)

Questo invece un video “cult” emozionante. Dalle immagini alla colonna sonora riesce a trasmetterti il malessere di quell’epoca inquieta!
Tratto da
“Li chiamarono… briganti!” Film diretto nel 1999 da Pasquale Squitieri e che ha come protagonista il brigante lucano Carmine Crocco (il generale dei Briganti)
http://it.wikipedia.org/wiki/Carmine_Crocco

Il film, seppur criticato e di difficile reperibilità, riscuote un grande successo nelle università e nei convegni, dove trova estimatori che vanno aldilà del buonismo politico.(da wikipedia)

Due figure molto simili quella di Papa Giru e di Carmine Crocco, anche se vissuti in anni diversi, seppure entrambi in epoca ottocentesca. Infatti la figura di Papa Giru riempie le cronache grottagliesi del tempo nel primo ventennio dell’800, mentre troviamo la figura di Crocco nel secondo ventennio nella vicina Basilicata. Entrambi tuttora al centro di pareri discordanti, vengono considerati banditi e carnefici per alcuni e eroi popolari per altri.

(Fonte : http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com)

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mar 23 2009

Taranto di tanti anni fa…

Abbiamo scovato in rete  questa retrospettiva di una Taranto “senza diossina”….

Il merito dell’amarcord,anche se tra le immagini e l’autrice non c’è una diretta proporzione epocale,è di Angela Ferilli,che alterna alla passione per la scrittura di romanzi,quella per i video…

Buona visione…

MDG

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feb 02 2009

Per non dimenticare… Qualche nota sull’Archita

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Il 1873/74 ed il 1874/75 furono per l’Archita gli ultimi anni nell’atrio del Seminario, dove in primavera, come avrebbe ricordato anni più tardi un altro preside dell’Archita, Eduardo De Vincentiis (niente a che vedere col padre domenicano autore della ricordata Storia di Taranto), una lussureggiante vegetazione di pomodori, ortaggi e cocomeri allietava la vista.
La nuova sede del Ginnasio sarebbe stata il Palazzo Orfanotrofio, come allora veniva chiamato, ovvero l’odierno Palazzo degli Uffici, dove l’ultracentenario Liceo è tuttora, seppure a dispetto di qualcuno, allocato.
Già nel maggio 1875 la Giunta municipale aveva deliberato l’apertura di un Convitto da affiancare al Ginnasio, Convitto che fu impiantato proprio nel Palazzo Orfanotrofio.
Il 1° gennaio 1876 anche l’Archita lasciava il Seminario e passava oltre il Canale navigabile, in quel nascente Borgo la cui prima casa d’abitazione, sul Corso ai Due Mari, era stata eretta dal cospiratore antiborbonico e ricco possidente Domenico Savino nel 1869.

L’Archita al Borgo
nel Palazzo Orfanotrofio

La storica sede dell’Archita (…) merita qualche cenno. Le sue fondamenta furono gittate – regnante ancora il Borbone (Ferdinando IV, per la precisione, Re di Napoli, di Sicilia, di Gerusalemme, eccetera eccetera eccetera…) – nel lontano 1791, la destinazione era ad orfanotrofio militare; la costruzione rimase interrotta a parte del solo pianterreno dalla rivoluzione napoletana del 1799 e dalla traversìe e vicissitudini di quello che dopo l’intervallo napoleonico e murattiano si sarebbe chiamato Reame delle Due Sicilie, sicché soltanto nel 1872 (proprio mentre l’Archita nasceva), su progetto e a cura dell’ingegner Giovanni Galeone, ne furono ripresi i lavori, ultimati nel 1896, quando da tempo, cioè, vi si erano insediate più scuole, e dopo un drammatico crollo, il 31 dicembre del 1893.
“Ma i lavori di rifinitura e di arredamento – scriveva il preside Medori nel 1972 su Galaesus – si protrassero ancora, perciò l’inaugurazione ufficiale venne fatta il 28 giugno 1892. Tenne il discorso ufficiale il funzionante Sindaco Alessandro Criscuolo. Con le Autorità e le varie rappresentanze erano presenti le scuole in festa, prima fra tutte le scolaresche dell’Archita, alle quali ad un certo momento l’oratore in special modo rivolse le sue alate parole: <… Venga la nuova scuola: qui il fulgido pensiero del vero, qui le alte e pure ispirazioni dell’arte! (…) Oh! Archita, filosofo, legislatore, elleno fra gli elleni, o padre nostro sapiente, divinatore e buono, tu, oggi, ritorni in mezzo a noi. L’ombra sua torna, ch’era dipartita>”.

Oltre all’Archita e al suo Convitto, anche la Regia Scuola Nautica fu trasferita nel 1876 nel Palazzo Orfanotrofio, ma l’anno seguente fu soppressa; in suo luogo sarebbe nata nel 1879, ereditandone anche il misero arredo scolastico, la Scuola Tecnica.
Per soli convittori, fu insediata in Palazzo Orfanotrofio anche una scuola elementare preparatoria al Ginnasio. Il resto del palazzo era usato come caserma militare, oltre ad ospitare alcune botteghe.
Quanto al pianterreno del Seminario, lasciato libero dall’Archita, vi si insediarono le scuole elementari, diurne e serali, dirette prima dal sacerdote Cataldo Foresio poi da Eduardo De Vincentiis, fino al 23 giugno del 1889, quando tutte le elementari della Città Vecchia furono concentrate a Palazzo Amati, che fu ribattezzato edificio scolastico Vittorio Emanuele.

La stagnante economia tarantina veniva intanto smossa dalla prima delle istituzioni che dovevano accompagnarne e condizionarne in epoca contemporanea la vita e lo sviluppo, anche urbanistico e sociale: la Regia Marina, che nel 1865 aveva iniziato i lavori di realizzazione della base navale (Taranto fu da allora sede di Dipartimento navale) e del Canale navigabile in luogo del “Fosso” scavato dagli Aragonesi in quel naturale avvallamento del quale già aveva approfittato Annibale per far uscire per via di terra, su rulli, la flotta tarantina sua alleata, imbottigliata dai Romani padroni dell’acropoli in Mar Piccolo; in fase avanzata di progettazione era poi l’Arsenale, istituito con legge del 1882 ed inaugurato nel 1889.

Nel 1875 Ferdinando Gregorovius, insigne storico ed umanista, visita Taranto, rimanendone scandalizzato, come molti altri viaggiatori fra Settecento ed Ottocento: “la patria d’Archita – nota tra l’altro – non ha neppur più biblioteca, per piccola e meschina” (allora come sostanzialmente adesso, purtroppo, perché la Acclavio non è certo adeguata alle esigenze di una grande metropoli del XXI secolo, e la pur ricchissima biblioteca dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, ventimila fra volumi e riviste, è ovviamente estremamente specializzata, così come quella apprezzabile della Soprintendenza archeologica).
Gli istituti di istruzione sono il Ginnasio comunale Archita e la Regia Scuola Nautica, che sta purtroppo per spirare, suscitando già verso fine Ottocento rimpianti. E’ una scomparsa (1877) da collegare alle difficoltà del porto commerciale, mentre la vocazione marittima di Taranto sembra affidata esclusivamente alla Regia Marina.

La decretata elevazione di Taranto a sede del II Dipartimento navale, precedentemente di stanza a Napoli, il rafforzamento delle strutture militari per ospitare la flotta, la realizzazione – in uno degli angoli più incantevoli e più interessanti anche archeologicamente del golfo interno, con conseguenti stravolgimenti e distruzioni – dell’Arsenale, marcano fortemente lo sviluppo del Borgo, al di là di quel Fosso divenuto ormai Canale navigabile.
Se le proteste e le mene napoletane portano allo sdoppiamento del Dipartimento navale (il II rimane a Napoli, a Taranto se ne istituisce un III), non perciò la presenza ed influenza della Regia Marina vengono a Taranto sminuite, come si noterà dallo stesso impianto urbanistico (condizionato dal Palazzo degli Uffizi, come comincia ad essere chiamato a fine Ottocento, dopo le ristrutturazioni, il Palazzo Orfanotrofio, la più significativa comunque delle preesistenze edilizie, e in seguito dall’Arsenale e dal suo muraglione) nonché, in sottordine, da alcune vicende inerenti il nostro tema, l’istruzione.

Nel 1877 con la legge Coppino si vara in Italia l’istruzione obbligatoria, la cui evasione è a Taranto fortissima. Il Comune è povero, l’Amministrazione provinciale di Lecce è – non solo geograficamente – distante; pure, le autorità municipali si impegnano nel garantire almeno – Ginnasio Archita a parte, che rimane comunque il fiore all’occhiello, il più grande investimento culturale della comunità tarantina – l’istruzione di base: come riporta il periodico locale La Sentinella, nel 1892 il Comune riceverà “la grande medaglia d’argento per la istruzione primaria e popolare” per gli sforzi e le risorse destinati al tal fine nell’ultimo decennio dell’Ottocento (una spesa media annua di 158mila lire, mentre capoluoghi di Provincia come Avellino, Benevento, Como, Siracusa, Chieti, Pisa ne avevano di oscillanti fra le 20 e le 22mila, come rileva il prof. Conte su Galaesus nel 1969).
Perno di questa strategia è la ristrutturazione dell’Asilo infantile, decretato nel 1860, realizzato nel 1871 e che dal 1884 viene considerato istituto di educazione infantile, non più semplice istituto assistenziale, ed ospita bambini “poveri” di età fra i 3 ed i 7 anni.
Nel 1900, cedendo alla richiesta degli ormai accresciuti abitanti del Borgo, che trovavano scomodo attraversare il ponte girevole (realizzato nel 1887 e retoricamente battezzato, a metà fra il pomposo e lo strapaesano, “Cataldo Umberto I”, coniugando il nome del santo protettore ed antico vescovo della città con quello del regnante monarca sabaudo), se ne realizza una seconda sezione in piazza Giordano Bruno (attuale piazza Maria Immacolata, anche se nessun tarantino verace di una certa età la chiama così, così come nessun romano chiamerebbe piazza Esedra col suo “nuovo” nome – si fa per dire, ha ormai più di cinquant’anni… – di piazza della Repubblica), presso le Figlie della Carità.
L’Asilo si salda così, in un progetto educativo continuo, alle Scuole Elementari; dopo di queste si propone il bivio fra Ginnasio e Scuola Tecnica. Quanto agli iscritti, erano 317 divisi in 7 aule nel 1887, mentre nel 1900 (anno dello sdoppiamento) erano diventati ben 1.000, suddivisi in 14 aule.

La Scuola Tecnica ha preso nel 1879 il posto della Regia Scuola Nautica (soppressa due anni prima) in Palazzo Orfanotrofio; verrà parificata nel 1887 e nel 1893 avvierà un corso di Agraria ed Enologia.

Nel 1882/83, con grande scandalo dei benpensanti e dei bacchettoni, una signorina fa il suo ingresso nel Ginnasio Comunale Archita: Adalgisa Orlandi. Si segnala per profitto, e perfino il provveditore di Lecce, pur invitando alla cautela per future ammissioni di Signorine (con la maiuscola) in scuole considerate “maschili”, si compiace del fatto che la ineccepibile moralità di studenti e docenti dell’Archita abbia potuto ispirare una “così nobile fiducia” nei genitori della Adalgisa. Nonostante le prudenze e le remore del provveditore, le studentesse invece aumenteranno, così come cresceranno complessivamente gli studenti.

Nel 1883 si forma la prima classe liceale (ce n’è voluto di tempo! Undici anni scolastici!), e dunque l’Archita diventa Ginnasio-Liceo Classico, ed il Comune approva ufficialmente l’ingresso delle “giovanette” nell’istituto (ed il ministro Baccelli benedirà per telegramma questa decisione); nel 1884 – dopo una crisi la cui portata ci sfugge, ma che aveva minacciato di travolgere la giovane scuola – leggiamo sul giornale tarantino Il Rinnovamento (in data 21 aprile) che “sembra che tutti gli inconvenienti verificatisi al Convitto Archita si siano eliminati. Ci si assicura che tutto cammini oggi regolarmente; la disciplina è ristabilita, l’appaltatore per il vitto si è messo in regola, e tutti, dal vice Preside ai Professori, ai Bidelli, adempiono scrupolosamente ai loro doveri. Ciò ci rallegra, poiché nessuno ignora quel che si è fatto per ottenere il pareggiamento, nessuno ignora i sacrifici, a cui il paese si è sottoposto per vedere progredire questo benedetto Ginnasio”. Il 1884/85 è anche l’anno in cui il Ginnasio-Liceo viene pareggiato. Sempre nel 1884 (data importante: Antonio Rizzo fonda La Voce del Popolo, che durerà fino al 1976, accompagnando e commentando nel bene e nel male le vicende tarantine, con tutti i pregi e i difetti del pubblicismo jonico; si apre finalmente in Taranto la sezione della Banca d’Italia) debutta alla presidenza, ma come facente funzione (tornerà come preside effettivo nell’anno scolastico 1896/97), un controverso personaggio, che però getterà le basi del grande sviluppo dell’Archita: Eduardo De Vincentiis, massone e mangiapreti, gran cumulatore di incarichi (tutti retribuiti), sospettato anche di qualche disinvolta confusione fra il bilancio domestico e quelli del Convitto nazionale e del Ginnasio Liceo Archita che reggeva ambo e dove in assoluta gratuità aveva messo su casa, come sarcasticamente rileverà nel suo romanzo sull’Archita, Quinta Classe, l’ex-alunno Cesare Giulio Viola.

Come presidi dell’Archita (o meglio, fino alla regificazione, direttori) si alternarono Vincenzo Boccieri, scomparso nel febbraio 1883 (sotto la sua direzione, con Decreto Ministeriale del 20 settembre 1882, fu effettuato il pareggiamento provvisorio dell’Archita); De Vincentiis come direttore facente funzioni (sotto la sua direzione, il 9 marzo 1884, l’Archita ottenne il pareggiamento definitivo); dal 1885/86 la direzione fu assunta da Pietro Pellizzari (nel corso del suo mandato, con l’anno scolastico 1886/87, fu istituita la terza liceale e quindi il Liceo Ginnasio arrivò a completezza). Alla fine dell’anno scolastico 1888/89 scomparve il prof. Pellizzari, proprio mentre, con Regio Decreto del 23 luglio 1889, veniva decretata, a partire dal 1° ottobre 1889, la regificazione dell’Archita, che assumeva quindi nome e qualifica di Regio Liceo Ginnasio, così come il Convitto diveniva Convitto nazionale. Primo preside governativo del’Archita fu, a partire dal 1889/90, il prof. Pasquale Celli; dal 1892/93 Giovan Battista dal Lago e, dal 1896/97, Eduardo De Vincentiis, sotto la cui direzione provvisoria il Liceo era stato definitivamente pareggiato.

Nel medesimo 1889 Palazzo Amati, un grande edificio intitolato per l’occasione a Vittorio Emanuele, ed oggi sede del corso di laurea in Maricoltura della Facoltà di Veterinaria, raccoglieva sul lungomare della Città Vecchia (la “ringhiera”) le varie classi delle Scuole Elementari, diurne e serali; altra Scuola Elementare, intestata a Pitagora, si apriva nel Borgo. Dal 1906 al 1927, quando l’edificio fu malauguratamente espropriato per essere demolito (come nel 1929 il teatro Alhambra; e da allora Taranto, questa nostra Taranto “che si rinnova autodistruggendosi”, come deprecava Antonio Rizzo, non ha mai più avuto teatri…), onde consentire la costruzione di quel mastodontico Palazzo del Governo del quale i futuristi dissero peste e corna su una delle loro coraggiose riviste (per la precisione su Futurismo del 1° gennaio 1933, in cui si deprecano – a firma di Bruno La Padula – tre brutture: la sistemazione di piazza Castello; la costruzione sul “meraviglioso” canale navigabile di un palazzo “degno di una repubblica centro-africana” e per l’appunto il Palazzo del Governo), la Scuola Elementare del Borgo fu allocata nel primo piano del cosiddetto “casino Carducci”. Da un contratto di sub-locazione da parte del Comune rileviamo – riporta Giovangualberto Carducci su Cenacolo nel 1989 – che “la parte di detto piano si compone di nove vani, ritirata, corridoio e terrazza, con pavimenti regolari senza alcuna rottura di quadrelli, con pareti incartate e colorate, serramenti in legno ed a vetrate, con relative serrature e corrispondenti chiavi”.

Sempre nel 1889 arriva a Taranto il telefono: ma resta un marchingegno sconosciuto al Municipio ed ai suoi uffici, cosa che suscita la palesemente non disinteressata protesta de La Sentinella, giornale legato agli interessi economici di Cacace, l’imprenditore-affarista, trafficante in antichità illegalmente sottratte allo Stato, titolare, fra mille altre attività, anche della locale compagnia telefonica, e che, suocero di Luigi Viola, avrebbe oppresso il celebre archeologo, provvedendo anche a sfasciargli la famiglia.

E ancora, nel 1889, alla augusta presenza di Sua Maestà il Re Umberto I, veniva inaugurato l’Arsenale, il cui centenario sarebbe stato celebrato in età repubblicana con la emissione di una moneta commemorativa da duecento lire, di quelle color oro, in memoria forse delle coniazioni – in oro puro, quelle, però – di Taras all’epoca dei condottieri, quando occorreva pagare i mercenari con valuta forte.
Per edificare l’Arsenale, oltre a distruggere villa Capecelatro ed a sventrare la rada di Santa Lucia, fu edificato quel muraglione che ancor oggi impronta di sé il Borgo (ed oltre) ed amputa quasi totalmente di vista e godimento di uno dei suoi mari, il Mar Piccolo, la moderna Taranto.

Giuseppe Mazzarino, da “Nel nome d’Archita. La scuola e l’istruzione in Taranto
dall’Unità d’Italia”, in “Cenacolo”, rivista della sezione tarantina
della Società di Storia patria per la Puglia, fasc. XVII, 2005

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gen 30 2009

Cronache degli anni 70 – P. Ernetti: la macchina del tempo

ernetti Monday 08 March 2004 – 08:19

di Paolo Benetollo

Tra le invenzioni mitiche che potrebbero rivoluzionare la vita degli uomini,la macchina del tempo è quella che da sempre ha affascinato geni,inventori e ovviamente scrittori di tutte le nazionalità e di tutte le epoche storiche.E negli anni settanta sembrò che tale possibilità potesse passare da un piano teorico a quello pratico. Per merito di un uomo, Pellegrino Alfredo Maria Ernetti. Non un uomo qualsiasi, ma un autentico erudito,e cosa più importante, un prete.Si, perché si trattava di un monaco benedettino, con fama di esorcista e studioso di musica, conosciuto pertanto a livello internazionale, titolare dell’ unica cattedra al mondo di musica prepolifonica. La notizia esplose come una bomba quando la Domenica del corriere, nel numero 18 del 2 maggio 1972, riportò il testo di un’intervista fatta a Padre Ernetti sugli esperimenti eseguiti con altri fisici (tra i quali và citato Enrico Fermi) circa 30 anni prima, che avevano portato alla costruzione di un apparecchio denominato macchina del tempo, capace di trasportare indietro lo spettatore nel tempo, come se stesse guardando la tv, in un qualsiasi punto scelto fra la miriade di avvenimenti passati. Padre Ernetti parlò della sua rivoluzionaria invenzione con l’ inviato del settimanale,Vincenzo Maddaloni, spiegandogli nel dettaglio sia come era giunto alla costruzione dell’apparecchio, sia le cose alle quali aveva assistito nel corso della sperimentazione del apparecchio. Raccontò di aver ascoltato e visto un discorso di Mussolini, di aver visto Napoleone Bonaparte mentre pronunciava il discorso sull’abolizione della repubblica della Serenissima..L’apparecchio miracoloso era costituito da una serie di antenne, utili a sintonizzarsi sull’ avvenimento prescelto, funzionante sullo stesso principio utilizzato dagli astronomi per osservare il collasso delle stelle e delle galassie, basato sull’ipotesi che tutto quello che accade si trasforma in onde visive, che, lungi dal distruggersi, si trasformano in una fonte di energia che rimangono in una sorta di cappa che avvolge il pianeta, eterne ed immutabili. Suono e luce,quindi, che una volta prodotti non sono più riconoscibili dall’ uomo, ma che diventano energia. L’uomo lascia una scia, i suoi suoni fanno lo stesso, e tramite la macchina del tempo è possibile riassemblare il tutto. Ma vediamo un frammento della dichiarazione di Padre Ernetti :” “Tutta la nostra fisionomia è energia visiva che si sprigiona da noi, dalla nostra epidermide, e tutte le parole che noi diciamo sono energia sonora. Ora, ogni energia, una volta emessa, non si distrugge più semmai si trasforma, però resta eterna nello spazio aereo. Occorrono strumenti che captino queste energie e le ricostruiscano in maniera tale da ridarci la persona o l’evento storico ricercato: quindi noi avremo tutto il presente nel tempo e nello spazio”.Questa è una parte della spiegazione di Ernetti, che, almeno nella teoria,è accettabile. Un pò meno comprensibile è l’assoluto silenzio sui fisici che avrebbero partecipato al progetto cronovisore: oltre a Fermi, Padre Ernetti confermò solamente il nome di Werner Von Braun. Per rendere più credibile l’invenzione, Padre Ernetti raccontò di aver assistito alla rappresentazione del Thyeste, opera scritta da Ennio Quinto, attorno al 170 a.C., alla quale aggiunse le parti mancanti, che erano state ottenute grazie alla registrazione effettuata durante la sua rappresentazione grazie al cronovisore, avvenuta al cospetto degli antichi romani presso il tempio di Apollo, situato fra il Foro e il circo Flaminio. Alla domanda sul perché non avesse ancora rese pubbliche le risultanze dei suoi esperimenti, Padre Ernetti rispose testualmente ” Renderemo noto tutto quando ci sarà una controprova ai nostri esperimenti.Gli americani stanno tentando anche loro di scoprire quello che noi abbiamo già scoperto. Soltanto allora, quando noi potremo confrontare i risultati delle nostre esperienze con le loro, potremo dare notizia ufficiale della scoperta.”.Aggiunse che era una scoperta pericolosa “Perché toglie la libertà di parola, di azione e di pensiero infatti, anche il pensiero è una emissione di energia, quindi è captabile.Si potrà, cioè, per mezzo della macchina, sapere quello che il vicino o l’avversario pensa. Le conseguenze sarebbero due: – o un eccidio dell’umanità – oppure, cosa difficile, nascerebbe una nuova morale. Ecco perché è necessario che questi apparecchi non diventino alla portata di tutti, ma restino sotto il controllo diretto delle autorità.”In definitiva, mistero e silenzio sulla scoperta in attesa che i tempi fossero maturi. Ma la parte più importante dell’ intervista,quella più sconvolgente,riguardava la visione e la registrazione avvenuta, tramite il cronovisore, della passione e della morte di Gesù Cristo. L’ intervistatore propose a Padre Ernetti una foto di Cristo dicendogli: ” Padre Ernetti,questa è una foto di Gesù ripresa dalla vostra macchina.Lei cosa può aggiungere,che commento può fare?” Padre Ernetti ” guardò la foto, sorrise compiaciuto e disse: Verrà il tempo in cui potrò parlare”. La foto del Gesù ( che è tra i documenti fotografici allegati al presente) sarà un punto determinante per il futuro della nostra storia. Vedremo in seguito perchè. Nel frattempo si sviluppò una vera e propria caccia a Padre Ernetti. Che però rifiutò categoricamente di concedere altre interviste o di commentare gli sviluppi della sua invenzione. Ma passano pochi giorni e c’è il primo colpo di scena. Un lettore del Giornale dei misteri manda allo stesso una copia del crocefisso ligneo di Cullot Valera, venerato nel santuario di Collevalenza (Todi). La somiglianza delle due immagini è impressionante, lo si può notare dalle due foto allegate all’articolo. Ma la cosa sarebbe poi stata smentita dallo stesso Padre Ernetti qualche anno più tardi, quando in risposta ad uno dei suoi principali contestatori, il Professor Borello disse che “Il nostro Cristo fu captato nel 1953, mentre quello di Collevalenza venne realizzato circa sei anni dopo; e quando madre Speranza lo vide nella nostra foto, fece salti di gioia, perché corrispondeva a quello della sua visione: questi sono fatti storici”. Altra contestazione riguardò la trascrizione del Thyestes. Una classicista dell’università di Princeton, riconosciuta universalmente come la massima autorità competente sul testo di Ennio Quinto, spiegò come le aggiunte al testo originale non potessero considerarsi autentiche, contenendo molte parole che nel linguaggio latino sarebbero subentrate oltre 200 anni dopo. Le contestazioni violente,unite probabilmente a moniti ricevuti dal Vaticano, ebbero l’unico risultato di far chiudere Padre Ernetti in un totale mutismo. Con il passare degli anni la notizia della scoperta passò nel dimenticatoio, e attorno alla vicenda scese un silenzio quasi totale. Interrotto da Don Luigi Borello, suo primo antagonista all’epoca dei fatti, con un’intervista concessa nel 1999 al settimanale Chi. In questa intervista Don Borello ammette di aver cambiato idea su Padre Ernetti nel corso degli anni, grazie anche al contributo dato dallo stesso con una lunga lettera nella quale confermava l’esistenza sia dell’apparecchio sia delle visioni ricavate da esso : “”L’esistenza dell’apparecchio (la macchina del tempo) è una sacrosanta verità,”Che si abbia captato (con quella macchina) tante cose del passato è pure una verità;che tra queste cose captate ci sia anche l’immagine di Gesù e il Thieste di Ennio è una verità”. Alla domanda sul dove fosse finita la macchina del tempo, Borello riferisce che Padre Ernetti l’aveva portata al Viminale per una dimostrazione, e che là era stata smontata. Alla domanda sull’attendibilità di Padre Ernetti,Don Borello risponde:”Tenendo conto che era un uomo di grande prestigio e per di più un sacerdote, che scriveva poi a un altro sacerdote e suo collega nelle ricerche scientifiche, è chiaro che non posso mettere in dubbio le sue affermazioni”. Ovviamente scienziati e studiosi,di fronte al totale silenzio opposto da Padre Ernetti alla richiesta sia di spiegazioni sia di dimostrazioni pratiche del funzionamento della macchina del tempo,bollarono il tutto come parto di fantasia. La vicenda venne a poco a poco dimenticata,e se ne parlò solo ed esclusivamente in alcuni convegni specializzati sulla parapsicologia, convegni ai quali Pellegrino Ernetti rifiutò sdegnosamente di partecipare. Ma la storia ha un seguito nei giorni nostri. Padre Francois Brune, teologo francese, pubblica il testo Le nouveau mystère du Vatican (“Il nuovo mistero del Vaticano”), nel quale riprende la storia di Padre Ernetti e della sua macchina del tempo arrichendola di nuovi e inquietanti particolari, aprendo nuovi scenari futuri. Nel libro Padre Burne racconta di come sia rimasto nel corso degli anni in contatto con Ernetti,( che morirà nell’aprile del 1994), raccogliendone le confessioni e in un certo senso la sua eredità spirituale. La macchina sarebbe realmente esistita, “Non solo era già funzionante, ma era già stato “sequestrato” dal Vaticano. Padre Emetti, spaventato dall’importanza incredibile della sua scoperta, si era confidato con i propri superiori e con le autorità vaticane. C’era stata una riunione segreta con il Papa e poi, di comune accordo, la macchina era stata ritirata e nascosta in Vaticano. A Padre Ernetti era stato imposto di non fare più pubbliche dichiarazioni su quell’argomento, ma non gli era stato proibito di parlarne con gli amici in privato e così mi confidò tutto”. Chi parla è Padre Brune, nella sua intervista citata al settimanale Chi. Sempre nel suo libro, rivela i retroscena della costruzione della macchina del tempo, avvenuta grazie anche all’ appoggio di Padre Gemelli dell’ università Cattolica. Il funzionamento della macchina venne verificato e sperimentato, nei modi raccontati all’inizio. Alla domanda “Esistono documentazioni di qualche tipo degli esperimenti?”, Padre Brune risponde così: “Padre Emetti mi ha detto che tutto quello che videro venne anche filmato. Nel filmato si è perduta la tridimensionalità, ma resta pur sempre un documento straordinario. Questi filmati furono poi mostrati a Papa Pio XII, ed erano presenti anche il presidente della Repubblica Italiana del tempo, il ministro dell’istruzione e vari membri dell’Accademia pontificia. Quindi molte persone hanno visto e constatato”. A quel punto sarebbe scattata una congiura del silenzio.Il Papa, membri del Vaticano e della politica, scienziati, avrebbero messo tutto a tacere, preoccupati dalle ripercussioni storiche e le ricadute sulla vita privata che l’invenzione avrebbe ottenuto. L’intervista si chiude con la domanda di rito: “Ma lei non ha nessun dubbio sull’invenzione e sul racconto di Padre Ernetti?” Lapidaria la risposta :” Nessun dubbio. Per avere dei dubbi in questo senso dovrei “calpestare” la serietà morale di un sacerdote straordinario, di uno scienziato eccezionale e di un grande amico. E io non ho nessunissimo appiglio per poter fare questo”. Una storia in cui si mescolano la scienza ai limiti dell’impossibile, oscure trame per nascondere un’invenzione che,se realizzata, farebbe riscrivere per intero tutta la storia dell’umanitàe una buona dose di fantasia. Quella che avrebbe portato un dotto musicofilo a diventare protagonista di una straordinaria storia. Quella narrata. * Un caloroso ringraziamento ad Alberto Roccatano per la squisita gentilezza dimostrata nel mettere a disposizione la sua mole di documenti sul caso. Paolo Benetollo PAGINE 70  [WM]

Questo articolo è pubblicato su PAGINE 70, il Portale italiano degli anni 70

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gen 19 2009

NOVANT’ANNI FA DON STURZO, UN RIFERIMENTO SEMPRE ATTUALE !

Parlamento Italiano – Senato della Repubblica
Sen. Luigi Sturzo
Luogo nascita Caltagirone
Data nascita 26 novembre 1871
Luogo morte Roma
Data morte 8 agosto 1959
Titolo di studio laurea in teologia
Professione sacerdote e politico
Partito DC
Legislatura I, II, III Legislatura
Gruppo Democrazia Cristiana
Senatore a vita
Nomina : Presidenziale
Data nomina : 17 dicembre 1952

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Don Luigi Sturzo (Caltagirone, 26 novembre 1871 – Roma, 8 agosto 1959) – sacerdote e politico italiano. – fonte delle note caratteristiche,
immagine e didascalia:www.wikipedia.org

(18 gennaio 1919 – 18 gennaio 2009)

Il 18 gennaio 1919 la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo lanciava l’appello ai ” Liberi e ai Forti” dando vita al Partito Popolare italiano.
In calce si riproduce l’appello poiché si ritiene che esso sia motivo di riflessione per tutti noi, evidentemente tenendo presenti le differenze tra il nostro tempo e quello di allora, ma in considerazione degli elementi di fondo che permangono e che possono ancora illuminare i nostri percorsi politici.

Avv. Patrizia Vrenna – patrizia.vrenna@dconline.info
 Vice-Segretario Politico Nazionale Vicario della Democrazia Cristiana

******************

Nel 1919 un sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo, analizzando le cause dell’insuccesso del movimento della prima Democrazia Cristiana, che attribuì essenzialmente nella impossibilità di realizzare un movimento partitico indipendente dall’autorità ecclesiastica, riuscirà a superare tutti gli ostacoli ideologici, portando con successo alla fondazione del Partito Popolare Italiano.
Il primo schema programmatico che illustrava “le idee ricostruttive” della Democrazia Cristiana, preparato da Alcide De Gasperi nella dura vigilia che precedette la caduta del regime autoritario del fascismo fu discusso ed approvato dal Comitato centrale del partito e diffuso
clandestinamente,con la firma di DEMOFILO (pseudonimo di
Alcide De Gasperi), durante l’occupazione nazional-socialista hitleriana dell’Italia negli anni 1943 -1945.
Alcide De Gasperi (1881 – 1954) era stato l’ultimo Segretario politico del Partito Popolare, fondato da Luigi Sturzo nel 1919, dal 20 maggio 1924 al 14 dicembre 1925.
Alla stesura originale del documento parteciparono nel 1942 e nei primi mesi del 1943 anche molti dei più vicini collaboratori di De Gasperi: il dott. Paolo Bonomi, il dott. Piero Campilli, l’avv. Camillo Corsanego, il prof. Guido Gonella, l’on. Achille Grandi, l’on. Giovanni Gronchi, l’avv. Stefano Riccio, il prof. Pasquale Saraceno, l’avv.Mario Scelba e l’avv. Giuseppe Spataro. Le riunioni redazionali si svolgevano a Roma a casa di Gonella, di Scelba e di Spataro.

*L’APPELLO AI “LIBERI E FORTI” DI DON LUIGI STURZO*

*Pubblichiamo integralmente l’appello ai “liberi e forti” del gennaio 1919, fatto dalla Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo.*

*Partito Popolare Italiano*

A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà.
E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della “Società delle Nazioni”.
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia – sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano – che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d’entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private.
E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma
della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.
Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agli individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della
sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l’incremento delle forze economiche del Paese, l’aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l’analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.
Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.
A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l’adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini – Avv. Giovanni Bertone – Stefano
Gavazzoni – Rag. Achille Grandi – Conte Giovanni Grosoli -
On. Dr. Giovanni Longinotti – On. Avv. Prof. Angelo Mauri -
Avv. Umberto Merlin – On. Avv. Giulio Rodinò – Conte Avv.
Carlo Santucci – Prof. D. Luigi Sturzo, *Segretario Politico*.

(Fonte : Avv. Patrizia Vrenna – patrizia.vrenna@dconline.info
 Vice-Segretario Politico Nazionale Vicario della Democrazia Cristiana)

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gen 19 2009

Vita quotidiana all’Archita. da “Ieri, 29 settembre”

archita-vista_archita_pzagaribaldi2testa-archita-a-coloriArchita da Taranto

…Preso che ebbero il potere all’Archita, gli Otto si diedero alla costruzione di un organico regime che sostituisse il caotico sistema istituzionale dell’anno precedente.
Padroni dell’Assemblea dei Rappresentanti (il “Parlamentino” del Liceo), vararono quell’anno, finalmente stampato e fuoriuscito dalle tenebre della clandestinità, il loro organo di informazione, il ferocissimo mensile studentesco La Sferza, le cui riunioni di redazione furono equiparate – anche grazie ad una mezza promessa estorta in proposito al preside – a sessioni dell’Assemblea, sì che gli organici redazionali si gonfiarono ben presto di numerosi amici del direttore e del redattore capo, che erano Giuseppe e Marcello, compagni di banco e di mandato assembleare.
Dopo l’elezione del presidente e dei suoi due collaboratori (un triumvirato composto da Giuseppe, Mimmo e Vito) e la nomina della segretaria dell’Assemblea (la bionda Caterina di III B), gli Ottimati constatarono che molti, troppi di loro restavano fuori degli organi elettivi; per alcuni si ovviò, come detto, inserendoli nella redazione della Sferza, che teneva le sue affollate riunioni per il solito in quelle che in III C erano ore di Latino e Greco; per altri, come per amici di altre classi, si dovette inventare qualcosa.
(…) Subdolamente, la direzione della Sferza soleva inviare a vendere il giornale nelle ultime classi, e in genere in quelle a prevalenza maschile, proprio Marina ed Elvira, che facevano il tutto esaurito anche grazie al fatto che Marina per prima introdusse all’Archita la minigonna, o ciò che all’epoca e nel luogo poteva passare per tale: in fondo si trattava di casti kilt solo un po’ corti ed appena lasciati lateralmente aperti spostando in alto lo spillone di sicurezza. Ma quando in quella guisa Marina saliva per le ripide rampe di scale del Liceo, i collassi cardiaci erano all’ordine del giorno fra i ragazzi che si attardavano tutti ad una mezza rampa di distanza, in basso. Elvira, che viveva in un clima ancora più rigido della media, doveva invece uscire di casa con gonnacchioni che avrebbero fatto la felicità anche degli integralisti islamici afghani; il kilt lo indossava a casa di una amica compiacente, se faceva in tempo, oppure nel bagno del Liceo. Ancora più stravagante era il suo approccio col trucco: prima di uscire di casa passava un dito nell’ombretto materno, col quale si truccava nel bagno del Liceo alla bell’e meglio; inutile dire che prima di tornare a casa con un fazzolettino di carta doveva rigorosamente struccarsi. Marina, per contro, con la complicità della madre, riusciva qualche volta ad indossare, sotto un cappottone nero da generale dei Cosacchi, addirittura gli shorts, anche detti all’epoca hot pants: aderentissimi e cortissimi pantaloncini bruttarelli anzicchennò ma eroticissimi, roba da infarto, che non risparmiavano qualche crisi di gelosia in Ganimedo, il bello del Liceo, che faceva degna coppia con la splendida Marina… La mora Marina e l’occhicerulea Elvira colpivano insomma al cuore maschietti e maschiacci (?) dell’Archita, causando un vero assalto alle copie della Sferza dalle due vendute.
Delle 27/29 ore settimanali di lezione appannaggio dei licei classici, la classe dirigente dell’Archita, quando andava male, ne subiva una ventina. Chi poi faceva parte dell’Assemblea, del suo Comitato Direttivo, della Sferza e dello staff dei Gruppi sportivi in classe si può dire – filoni per di più a parte – che non ci andasse mai.
Talora, nella comoda aula spesso vuota della IV E (che magari era in palestra o che, essendo bilingue, aveva disperso i propri alunni in altre classi durante le ore di Lingue), in fondo al terzo corridoio, lontano dalle classi liceali, gli Ottimati organizzavano the danzanti (spesso anche aranciate danzanti, prelevando il bottino dal limitrofo bar della scuola): coi più strani pretesti, evadevano dalle loro classi, si recavano in quelle amiche ove convocavano con le più assurde motivazioni amici e, soprattutto, amiche, ed al suono del mangianastri di Ada improvvisavano sontuosi ricevimenti mattutini. Quando la facevano troppo sporca, giungeva messaggero di sventure qualche bidello in IV E per richiamare tra i banchi chi era da troppo assente. Qualche volta bisognava obbedire, qualche altra, se ci si stava divertendo troppo o non si era studiato per niente, una semplice mancia bastava a far riferire che lo studente assente non era stato rintracciato, forse perché impegnato nell’espletamento di impellenti necessità corporali. Di fronte alle quali perfino i professori dovevano cedere il passo.

Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti” (Scorpione editrice, Taranto, 2007).

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gen 08 2009

La Sferza e il centenario dell’Archita, da “Ieri, 29 settembre”

“La Sferza del centenario”
Grandi cose bollivano in pentola per celebrare il centenario del Regio Liceo Ginnasio Archita il quel 1971/72 in cui gli Otto erano al potere nella loro III C e nel Liceo.
Anche se Moro, con gran dispiacere del preside – non ce l’aveva fatta a diventare Presidente del Consiglio, e dunque il Liceo non poteva vantare fra i suoi ex il Capo del Governo ma “soltanto” il ministro degli Esteri, le manifestazioni per il centenario si prospettavano tuttavia grandiose, con gran gioja del popolo architense, che pregustava le ore sottratte alle lezioni ed apprezzava l’apoteosi della propria Patria.
Nel clima entusiastico, spronati dal successo ottenuto l’anno innanzi col loro manoscritto e clandestino giornaletto, Giuseppe e Marcello, plebiscitati in classe e in Assemblea, concepirono il grandioso e megalomane progetto di portare a dignità di stampa La Sferza.
In ciò esortati dal buon Marcellino, si recarono a colloquio dal preside, con la speranza – non tanto segreta – di ottenere se non i fondi necessari almeno un congruo contributo. Il professor Orzori fu bensì largo di incoraggiamenti, fornendo anche il permesso di vendere il giornale nelle ore di lezione e di tenere in orario scolastico qualche riunione di redazione, ma di quattrini, dovendo già fare i salti mortali per le iniziative “ufficiali” del centenario, non ne scucì neppur uno.

Fu così che, a livello del tutto privato, nacque la società editrice della Sferza: Giuseppe Marcello e Marcellino versarono – con gran sacrificio personale, date le non proprio floride loro personali finanze – cinquemila lire a testa, e mille le mise un socio di minoranza, il buon Nicola della II C, celebre per le sue imitazioni di Bacone e De Peretta.
Gli altri cinque Ottimati non entrarono nella società, ma sottoscrissero tutti un abbonamento sostenitore di mille lire, dopo di che tutti si sguinzagliarono a caccia di abbonamenti, per i quali si riscuoteva, dietro promessa di almeno sei numeri del giornale, la modica cifra di cinquecento lire. Fra i primi a sottoscrivere gli abbonamenti furono, ovviamente, i quartini e le quartine, mentre nelle terze liceali, gelose del primato della III C, pressoché nessuno volle contribuire. A tempo debito, però, i maturandi sarebbero stati fra i più assidui acquirenti del fogliaccio maledetto.

Oltre che andare a caccia di abbonamenti – possibilmente da parte di ginnasiali o liceali bone – il direttore, il redattore capo e l’amministratore delegato (e cioè Giuseppe, Marcello e Marcellino) si misero a rastrellare piccole inserzioni pubblicitarie, e così, con un cospicuo gruzzoletto in mano, si misero in cerca di un tipografo il più possibile economico. La (mala) sorte li fece capitare presso una certa tipografia Limbroglia, sita in una strada del centro e che godeva, a loro insaputa, di una fama equivoca.
Fu comunque la meno costosa che trovarono, e dunque al viscido e sgusciante proprietario-tipografo portarono amorosamente battuti a macchina, gli originali del primo numero della Sferza, versando nel contempo, per 400 copie, la allora non modica cifra di 35.000 lire.
Giuseppe e Marcello non disponendo all’epoca di macchina per scrivere, l’infido amministratore Marcellino si era offerto di ricopiar lui a macchina e l’editoriale di Giuseppe e taluni pezzi del redattore capo: i due, mai sospettando quanta viltà albergasse nell’animo del malefico Marcellino, acconsentirono, e fu così che i loro articoli, amorevolmente preparati, furono passati in tipografia oscenamente bruttati e censurati dal microscopico amministratore che temeva, lasciandoli com’erano, di attirare sull’intero staff del giornale l’ira degli sbeffeggiati docenti. Un primo assaggio di che fine fa la libertà di stampa quando è in mano a chi amministra invece che a chi scrive…

A parte questo “contrattempo”, che irritò molto i due e che fruttò a Marcellino una fitta scarica di Pétrus, rinvii ed imbrogli vari del tipografo ritardavano oltre ogni dire l’uscita del primo numero della Sferza, che avrebbe dovuto esser pronto per la prima metà d’ottobre.
Il trenta d’ottobre, finalmente, l’equivoco tipografaccio promette che in serata il giornale sarebbe stato stampato: nel fresco della sera autunnale, Giuseppe e Marcello, evasi con sibilline scuse da casa (diciassettenni, erano ancora sottoposti ad una sorta di coprifuoco), attesero fino a mezzanotte e mezzo che le prime cento copie dalla Sferza fossero pronte.
Man mano che la macchina vomitava, dapprima stampate su un solo verso, poi sull’altro, le pagine del loro giornale, inchiostro seppia su pesante carta patinata (erano stati più giorni a litigare, per scegliere la veste), nel caratteristico formato oblungo che faceva pensare al foglio protocollo piegato a metà delle prove in classe, i due venivano presi come da una febbre, da una eccitazione incontenibile. Quando ebbero fra le mani, finalmente, la prima copia, ancora fresca di stampa ed odorosa di inchiostro del loro giornale, il loro primo giornale, di cui erano direttori e redattori, editori e finanziatori, distributori edicolanti e strilloni, avevano la fronte che scottava, gli occhi lucidi, quasi di pianto, ed erano incapaci di parlare: stavano inebetiti a guardare quell’elegante fascicolo e sognavano il giornalismo.

A richiamarli alla realtà giunse il tristo figuro della tipografia, che senza alcuna giustificazione asserì che bisognava pagare ancora cinquemila lire. Un momento di gelo, poi essendoci ancora un po’ di soldi di abbonamenti e pubblicità, l’ingiustificato sovrapprezzo venne pagato all’esoso tipografo.
Ebbri di inchiostro e di piombo, Giuseppe e Marcello non avevano calcolato che, detratte le numerose copie omaggio ed i molti abbonamenti, con le vendite non sarebbero riusciti a rientrare nelle spese, e che per la stampa del 2° numero non avrebbero avuto a disposizione né il fondo iniziale né il danaro degli abbonamenti.
Quella sera, comunque, erano in estasi, e quando furono tornati a casa, divisesi – duecento per ciascuno – le copie del giornale, trascorsero la notte fra sogni di gloria.
Pochi giorni prima, nella seduta d’apertura dell’Assemblea dei Rappresentanti, La Sferza era stata proclamata organo ufficiale dell’Archita, ma s’era convenuto che soli a doverla indirizzare fossero il direttore e la redazione. Direttore era Giuseppe, mentre nella redazione figuravano altri due Rappresentanti, il redattore capo Marcello e Giancarlo, detto “il duca Deca”, altri due degli Otto, e cioè Nicola ed Ugo, e come responsabili di altri due licei, il Quinto Ennio ed il Battaglini, Fulvio detto “Black Sabbath” e Tito il pervertito, ambedue baskettari “di chiara fame”, compagni di squadra di Marcello ed amici anche di Giuseppe.
In tre giorni La Sferza fece il tutto esaurito, e sui nostri eroi piovvero elogi di studenti, docenti, preside, genitori e poliziotti: già, perché una antica legge del Reame Neapolitano, forse promulgata dagli Angiò o dagli Staufen , prevedeva che di ogni stampato realizzato ne’ confini del Reame si consegnassero cinque copie in Questura, sicché tra i lettori della Sferza c’erano pure gli agenti di Pubblica Sicurezza.

(Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti” (Scorpione editrice, Taranto, 2007)

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gen 06 2009

Ieri,29 settembre…

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“Ed è subito mito…”
Era un autunno luminoso e soleggiato, non dissimile da una calda primavera o dalla primestate, quello del 1971. Radunati dopo un’estate dispersa sì, ma che pur sempre li aveva visti in contatto, i nostri anelavano negli ultimi languori di settembre il rientro a scuola.
Stanchi ormai delle vacanze, intenzionati a vivere un anno di ferro e di fuochi, signori ormai delle loro vite – e fors’anche delle altrui… – tornavano amalgamati, più navigati e più forti in quelle aule e in quei corridoi dove avevano vissuto tante penose esperienze e dove pure si erano fortificati ed affrancati, dove avevano iniziato una lotta per la sopravvivenza e l’affermazione che li aveva visti vittoriosi.
La classe III C tornava a scuola col preciso proposito di dominare la scena; fra Giuseppe, Marcello, Roberto, Francesco, Ernesto, Nicola, Ugo e Marcellino esisteva già un preciso accordo di operante solidarietà scolastica e politica.

Il primo giorno di scuola, per antica e perdurante tradizione, all’Archita entravano solo le 4^ ginnasiali, classi nelle quali alcuni dei nostri avevano adocchiato qualche giovanissima e che comunque andavano verificate per individuarvi le più promettenti studentesse.
(…) Francesco, Giuseppe e Roberto si infiltrarono a scuola e individuarono due classi prive di docente. Con grande disinvoltura, Giuseppe e Roberto in una, Francesco nell’altra, raggiunsero le cattedre, mentre i ginnasiali si alzavano in segno di rispetto. “Comodi, comodi – esordì Giuseppe – io sono il vostro supplente di Lettere, sono giovane come voi ma non cercate di fregarmi perché conosco i vostri trucchi meglio di voi”.

Ciò detto, iniziò a fare l’appello, e concluso che lo ebbe, accompagnato da Roberto, si recò nella classe di Francesco, richiamandone il “professore”; e i tre, singhiozzando per il gran ridere, si avviarono verso il bar del Liceo per festeggiare la beffa riuscita.
Per molto tempo in IV A si chiesero che fine avesse fatto il simpatico supplente che era venuto solo il primo giorno di scuola; fu solo in Assemblea generale che gli sconcertati quartini riconobbero nel leader studentesco il fantomatico supplente.

Giunse comunque anche per i nostri, il 4 ottobre, il primo giorno di scuola, che lo storico ufficiale, Nicolaus Mons Burrus rerum scriptor, immortalò sul primo fascicolo – a stampa! – della nuova annata della Sferza.
(…) Quattro coppie di banchi – gli ultimi due delle prime due file a partire dalla porta – furono occupate in sincronìa perfetta dai malefici Otto: Nicola ed Ernesto e Francesco e Roberto nella prima fila; Ugo e Marcellino, Giuseppe e Marcello nella seconda. Con Tiresia che li aveva lasciati per trasferirsi con la famiglia a Bari e Giovanni che aveva dato da privatista la maturità ed era a Pavia, iscritto al 1° anno di Medicina, i nostri si trovarono naturalmente negli stessi banchi a far congrega; il nome della quale, incredibile dictu, fu dato dal De Molletta, al quale un dì, sul finire del 2° liceo, era capitato di dire “fijoli, bisciogna uscire dal scircolo vizioso”: e fu così che il primo nome degli Otto fu appunto “Circolo Vizioso”, a latere del quale Giuseppe propose di autodefinirsi l’Ottetto.
La sigla della nuova formazione, le lettere C e V con in mezzo il numero 8, iniziò a fare la sua comparsa sui banchi, sui muri, sulle porte e sulle lavagne del vetusto Liceo. In particolare, essa campeggiava minacciosa, tracciata in bianco gessetto, sulla scrostata porta marrone scuro del santuario delfico dell’Archita, il bagno del primo corridoio, per secolare tradizione vietato ai ginnasiali e che gli Otto meditavano di trasformare in un vero e proprio tempio; consacrazione che ottenne quando fu trasformato in autentica “sala radio” dove ascoltare, nelle ultime ore di lezione, e con religiosa partecipazione, la mitica trasmissione “Alto gradimento”.

Vanamente stracciate dai bidelli, comparivano all’interno ed all’esterno di quella celebre porta le leges promulgate dagli otto, anzi dagli Otto Ottimati, com’essi talvolta austeramente si firmavano.
“A qualsivoglia gimnasiale – diceva una delle leges – è vietato il transito per il primo corridoio e, sotto pene di morte, di accedere al cesso del primo corridoio”.
“Il gimnasiale che incontri qualsivoglia liceale – a meno che non si tratti di coloro che il Sacro Collegio dei Maturandi abbia degradato a “gimnasiali a vita” – deve inchinarsi; qualora al gimnasiale capiti di incontrare un sublime Maturando dee inginocchiarglisi; il gimnasiale che nel terzo corridoio (ove era ubicato il bar – NdA) incontri un Maturando dovrà spontaneamente offrire al bar”.
Esentati dalla osservanza rigorosa delle leges erano solo “i gimnasiali provvisti di apposito lassapasso controfirmato da li Ottimati o da almeno cinque Maturandi di diverse classi nonché le gimnasiali bone che abbiano pagato in natura il prescritto tributo”.
Un ignaro quartino fu pescato nei primissimi giorni di scuola nel pendulo cesso del primo corridoio, Sancta sanctorum degli Architensi e riservato all’aristocrazia dei liceali, dagli Otto al gran completo, da Pasquale della III D, Mimmo della III B ed altri studenti dell’ultimo anno. Lo sciagurato non era evidentemente al corrente delle sacrae leges, ma aveva egualmente infranto il tabù, ed andava dunque esemplarmente punito. Gli furono inflitti severissimi tormenti, fra i quali quello, rarissimo, dell’ “elmo di Mambrino”, consistente nel porre in capo allo sciagurato il provvidenziale secchio della segatura (più o meno addizionata, a seconda della crudeltà d’animo della Suprema Corte, di liquidi di varia natura sui quali non è bello indagare…) e nel dare poi vigorose manate sul secchio stesso.

Perché fosse palese a tutti che si trattava di luogo interdetto, dopo la prima settimana di scuola spiccava candida sulla porta del famigerato bagno una croce teutonica sovrapposta ad una insegna in maiuscolo: OBERKOMMANDO DER WEHRMACHT…
Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre”

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dic 29 2008

LETTERA DALL’AFRICA

L’Istituto De Gasperi di Bologna ci scrive:

Gentile Amico,

sfogliando i propri libri universitari, una nostra amica ha trovato una LETTERA DALL’AFRICA di don Tullio Contiero (1929-2006). Emozionata (la lettera è datata 10 settembre 1972), ci ha chiesto di riprodurla e diffonderla in un momento speciale dell’anno, speciale come appunto è il Natale.

Si tratta di cinque paginette scritte con una portatile Olivetti (nastro blu e rosso) e stampate in ciclostile, piegate in tre per riprodurre il formato di una busta americana, graffettata, indirizzata ed affrancata sul dorso libero dallo scritto.  Nella forma le Lettere erano rivolte ad un ideale “Carissimo medico” giovane professionista appena sfornato dall’Università, nella sostanza ad un pubblico studentesco e universitario generale (don Contiero aveva un’altissima considerazione del lavoro e della funzione intellettuali).

I  viaggi annuali in Africa di don Contiero cominciarono alla fine degli anni ’60, interessando ogni volta una ventina circa di studenti universitari. Per oltre un mese, tra luglio e agosto, ragazzi e ragazze seguivano un itinerario apparentemente spontaneo ma in realtà curatissimo di città e villaggi, università, centri culturali, ospedali e lebbrosari,  missioni, savana, laghi e fiumi di Kenia, Uganda, Tanzania, Zambia.  Gli studenti pagavano il viaggio aereo e il trasporto in bus pubblico, treno o pulmino e poco altro, spesso ospitati da missionari e chiese locali. Don Contiero invitava gli studenti, specialmente i laureandi in medicina, a rimanere o a ritornare per dare una mano concreta, conseguendo talvolta insperati successi.

Per tantissimi altri i suoi viaggi costituirono un’occasione formativa unica per  affacciarsi sul mondo.

La lettera che proponiamo suggerisce l’immagine dell’Africa come spettatrice, ansiosa ed esigente, dell’umile riduzione del Dio incarnato: “insomma per non spogliare gli altri occorre abbassarsi, cioè spogliare se stessi”. Leggendo queste pagine sembra di sentire il soffio dello spirito che ci passa accanto, libero verso le sue mete, e si acuisce la volontà di non smarrire le sue tracce.

Don Tullio Contiero
Lettera dall’Africa

Tosomaganga 10-9-72

Carissimo medico,
ti saluto dal terzo mondo. Scrivo dall’interno della Tanzania, a mille chilometri da Nairobi e a quattrocento miglia da Dar es salaam.

Tramonta il sole sulla savana e presto gli animali per la foresta verranno a cercare ristoro. Psicologicamente e’ un momento che l’animo vuole pace e preghiera, dato che al bello, e alla trascendenza aneliamo come il corpo cerca acqua in questa arsura (non piove da mesi) tra i polveroni rossi di questa terra, mentre la fame sbatte i fianchi fiacchi. L’Africa ti fa capire la fame di pane e la fame di Dio: ambedue sono doni e segni della Provvidenza per inseguire il futuro nella necessità del vivere. Vivere e aspirare all’immanente: e’ la lotta di ogni attimo. E in questi momenti di eterno ti scrivo la presente. L’esperienza della messa celebrata un’ora fa tra gli ammalati e il silenzio dell’ospedale mi piegano a positive riflessioni. Durante il rito, una piccola immagine raffigurante un
lebbroso morente con la parola di speranza “risorgerò“, posta di fronte al suo volto mi ha agitato nel subcosciente religioso pensieri di forza. Mentre distribuivo la comunione e porgevo l’ostia a una mamma che teneva

il bambino nudo legato alla schiena mi cascò per terra la particola. Quel Dio perso tra la polvere ai piedi di quegli ammalati mi ha dato tutta la intuizione della bontà di Cristo nostro fratello accumunato con l’umanità piu’ diseredata, terribilmente emarginata. L’umiltà del Signore mi ha rivelato Isaia e tutto il profetismo del servo di Iave’.

Penso che nessuna sociologia e nessun dialogo politico sapranno avvicinare l’uomo moderno nelle difficoltà internazionali, nei diaframmi di razze, di lingue e soprattutto nei complicati rapporti economici tra ricchi e poveri, servi e padroni come il significato del pane eucaristico. E’ la logica della religione realizzata nell’ “ama gli altri come te stesso”. Insomma per non spogliare gli altri, occorre abbassarsi: cioè, spogliare se stessi. Oggi il credente deve condurre
le sue convinzioni ideali a conseguenze concrete, soprattutto politiche. Forse in questo senso Paolo scrive ai Galati: “non c’e’ piu’ ne’ giudeo ne’ greco, ne’ schiavo ne’ libero ne’ maschio ne’ femmina, perché tutti siete un solo corpo”.

Sono ospite nel piccolo ospedale missionario di Tosamaganga: lavora un giovane medico di Savona con 5 infermiere francescane. Un tantino di malaria e di stanchezza mi obbligano allo stop nel mio andare dallo Zambia alla Tanzania. Non so se arriverò in Kenya ed in Uganda, dove mi attendono amici medici. La dolcezza e la testimonianza di questo personale ospedaliero assai mi allietano. Ricompenso la loro disponibilità con le mie conversazioni e ne nasce un vero
dialogo, autentici sentimenti di amicizia. I problemi del 3 mondo visti sul posto ci 1egano intimamente e ci interroghiamo se il nostro operato e’ valido o no, mentre la fede stessa viene duramente provata tra presunte motivazioni e situazioni di fondo.

Che dire dell’Africa?
L’Africa e’ un mistero pieno di grazia e di dramma. La povertà della gente, la miseria dei lebbrosi, i contrasti sociali con 1e sue città europee ( piene di traffico, di affari, di bidonville e di prostituzione, gente che va e gente che viene da ogni
continente…). La settimane scorsa attraversavo il centro di Nairobi ( la piccola Londra) e pensavo a tutte questo cose ricordando la conversazione con una suora milanese. Raccontava che al suo arrivo, all’inizio del secolo, Nairobi contava solo un piccolo ufficio postale,qualche casetta inglese e poi tutto era bosco e i sentieri si snodavano sotto le piante. Mentre camminavo osservavo
a vista d’occhio l’universita’, la cattedrale, l’hotel Hilton,i grandi viali, quasi come l’Eur di Roma. Davvero dalla savana, alla I elementare, alle scuole superiori,all’università e al traffico aereo, di cammino ne ha visto questa gente. E dire che per anni i primi missionari per convincere i genitori a lasciare liberi i bimbi per la scuola dovevano pagarli, mentre gli inglesi protestavano per la dedizione scolastica dei religiosi.

Come pure la retribuzione della mano d’opera prestata dagli africani sotto la direzione dei coloni non e’ che fosse giustamente retribuita al dire della suora. “Padre, veramente i capi dissanguavano questi africani. Con pochi scellini liquidavano i lavori fatti durante una settimana.
E magari l’operaio aveva una nidiata di bambini nella capanna… Sono cose tristi ma vere. E non e’ detto che pure qualche missionario con tutte le sue buoni intenzioni per la costruzione di scuole o di maternity Centres, non abbia lasciato a desiderare per quanto riguarda la giustizia nei confronti della paga agli operai. Non sono mancati gli errori. Che vuole, l’Italia nel 1911 e nel 36
e’ venuta in Africa con i cannoni. Colonialista accanto agli altri stati coloniali. Tutto veniva valutato dal nostro punto di vista; ci si lamentava del poco rendimento, della poca capacità e della poca costanza dell’africano nel lavoro. Vede, pure le strade più grandi della città sono frutto del lavoro dei nostri soldati italiani: erano i nostri ragazzi prigionieri durante gli anni di guerra.

Mi accorgo di lasciarmi prendere la mano da ciò che non vorrei dire, quasi per riconoscere
PAGINA 3
l’operato di questa giovane chiesa africana giudicata “trionfalistica e occidentale“ dai contestatori. Forse e’ l’innato sentimento di rivendicazione e di gratitudine per quelle centinaia e centinaia di suore maestre e operaie che con immensi sacrifici di salute, di gioventù hanno prodigato tutte le loro energie all’opera della educazione. Oggi nelle città africane é comodo visitare le ambasciate cinesi o russe, parlare di sistemi socialisti nelle università di Dar es Salaam o di Lusaka, conversare con le eleganti impiegate o professoresse africane, ma dietro tutta questa emancipazione esiste la storia di tutta una vita interiore offerta a Dio e al prossimo che ha preso le mosse dal primo educatore. Sono ex maestre che 60, 50 anni fa, appena diplomate in Romagna o
nelle ragioni del Piemonte o Veneto (queste le mie conoscenze) hanno seguito l’ideale missionario. Proprio per sottolineare la trama di questo lungo lavoro sociale basta ricordare la festa di ieri svoltasi qui a Tosamaganga in occasione del 25 di sacerdozio di un parroco africano.
La chiesa era gremita di popolo. L’organizzatore era il P. Giorda di Torino.

Neppure David con la sua sapienza ha tributato a Dio tanta elevazione di preghiera con canti, inni, accompagnati da tamburi, organo, arpe, chitarre, batti di mano, ritmi sacri, durante la funzione. L’orazione comunitaria era condotta ad una concezione estetica di bellissima poesia e di finissima
conduzione liturgica. Nel grande sagrato sono seguiti discorsi augurali, giochi di ragazzi, saggi ginnici di diverse tribu’ in uno sfavillio di colori e di abiti. Tutto ebbe termine nel primo pomeriggio. A pranzo trovai ravioli e simili consolazioni della nostra cucina italiana. Più tardi passai in cucina a ringraziare le suore. La cuoca (Emiliana) da 45 anni vive dietro le pentole.
”Che vuole, Padre, io sono convinta che i medici e le medicine siano indispensabili, ma è soprattutto necessaria una buona cucina. Ai miei primi anni di Africa la sottonutrizione e la malnutrizione distruggevano bambini, vecchi e molta povera gente. Io vengo da una famiglia contadina. Mia madre mi. ha insegnato a fare di tutto in casa… A 20 anni, arrivata in Tanzania,
nella missione dei Padri c’era una scuola con 600 ragazzi ed io ho sempre pensato alla cucina e al pollaio. Le ragazze che hanno lavorato con me ormai sono sposate con figli grandi e forti come i nostri ragazzi italiani.

Questa presente che doveva essere una semplice paginetta da girare ad un paio di amici vedo che si dilunga in un intero capitolo, quasi una lunga storia. Sia pure, ma torniamo all’iniziale stato di animo e alla attuale descrizione
dell’Africa di adesso, o meglio, dei 4 paesi visti dal sottoscritto o della particolare Africa di questa sera. Forse domani cambierò il mio parere. E’ un’ora di sincerita’ sociologica registrata da un incompetente.

E’ meglio che mi confessi presto, subito. Mi voglio liberare dall’ingombro che mi batte addosso. E’ una confessione ad alta voce ma che passa attraverso queste mani e il nastro riproduce il rosso blu’ di questa realtà. Queste pagine hanno il difettodell’improvvisazione per aver toccato molti argomenti accennati a primo gettito. Il contenuto però’ lo ritengo una meditazione continua di queste settimane, frutto di diverse analisi,conversazioni e di molte domande con gente che vive la situazione africana. In Europa spesso siamo facili ai momentanei entusiasmi o a futili emozioni romantiche sul terzo mondo. A questo punto se dovessi appellarmi alla descrizione delle prime righe dovrei soffermarmi su questo
tramonto di fuoco o su alcune figure apocalittiche di certi animali, come sulla mitezza e sulla eleganza di altri. Ma mi preme di più sottolineare la bellezza dei bambini, magari il comportamento implorante di certe mamme di fronte ai bambini ammalati, denutriti o bisognosi di tutto. Impressionano assai pure gli sguardi dei vecchi con tutti i diaframmi del sotto io che reclamano aiuto ed esistenza nella sera della vita, dispersi sotto le capanne tempestate dalle
intemperie e molestati dagli insetti di tutte le specie.

Qui e’ tutto un susseguirsi di fatti e di necessarie improvvisazioni che ti sbattono in diverse direzioni del pensare. Il termometro della mia fede va dalla animazione della preghiera come agli sdegni e alle imprecazioni contro piccoli uomini egoisti, metodi ed istituzioni ingiuste. Credo che le Chiese dei paesi capitalisti, le università, gli economisti siano, o meglio siamo, tutti colpevoli
della situazione di questo terzo mondo fatto di ammalati, di analfabeti, di sfruttati e sfruttatori e di sottosviluppo di ogni genere.
Scusami. E’ per me una sera grave. ”Vedi, Contiero, se tu fossi un ammalato grave o dovessi applicarti una seria terapia non potrei farti nulla: mi mancano mezzi, strumenti ospedalieri adatti e medicine efficienti per le molto malattie tropicali… “. Questa e’ la situazione del mio ospedale e dei miei ammalati. Così mi parlò il medico del piccolo ospedale. Il discorso del medico e’ stato improvvisamente interrotto perché in quel momento arrivò con una jeep , tutto
trafelato, Padre Giorda con una mamma assai ferita, morente e morsicata da un serpente. La povera donna era sorretta in braccio di sua figlia, ancora bambina. Il missionario per caso aveva trovato l’ammalata, a 40 miglia dall’ospedale, al confine della sua parrocchia. Ammutolito,osservai quel rapido pronto soccorso e pensai ai tre nuovissimi ospedali chiusi per mancanza di medici e di infermieri che vidi sul lungo nastro di strada che si snoda da Kampala a Kigumba,
Gulu, Anaka, Nebbi, in direzione del Lago Alberto. Intanto noi a Bologna, Milano o a Valle Giulia di Roma (oppure ai nostri corsi su “ Marxismo e cristianesimo” a Cogne ….) continueremo a problematicizzare e a contestare sulle questioni di metodo o sulla chiesa dei poveri.

Vedo che e’ notte e i pensieri potrebbero farsi più cupi. Domani verrà l’alba e praticheremo una pagina del Vangelo di Giovanni sul Cieco nato: “ Finché è giorno Io opero….”.
Ti saluto con questo desiderio di speranza e ti assicuro che al ritorno in Italia
all’universita’ continuerò a gridare.

Don Contiero

P.S. Lettera per i medici e i laureandi in ingegneria, fisica, chimica, agraria e veterinaria.

(Fonte: Istituto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” – Bologna)

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nov 22 2008

DISCORSO sul CONCILIO VATICANO II pronunciato da don Giuseppe Dossetti a Reggio Emilia nell’ottobre 2004

E’ possibile ascoltare e leggere un discorso sul CONCILIO VATICANO II pronunciato da don Giuseppe Dossetti a Reggio Emilia nell’ottobre 2004.

Con voce limpida e qualche volta trepida il religioso di Monte Sole traccia un bilancio di quell’evento nella storia della Chiesa e del mondo. E’ per tanti versi un ritorno alla giovinezza della nostra fede nelle pieghe di questa contemporaneità controversa e complessa, ma sempre interessante, piena di occasioni di bene e di sviluppo.

Il discorso, con effetti moltiplicati di comprensione e suggestione, può essere contemporaneamente ascoltato e letto nel testo scritto (si trova in Giuseppe Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, a cura di Francesco Margiotta Broglio, Il Mulino, 1996). E’ sufficiente aprire simultaneamente l’audio e scaricare il testo.

Il discorso è stato riscoperto da Luigi Pedrazzi in occasione del cinquantesimo anniversario dell’elezione a Papa di Angelo Roncalli (il Concilio sarebbe stato convocato dopo soli 89 giorni). L’ascolto e la lettura sono stati proposti a gruppi amicali, parrocchie, sedi associative per “raccontarci pensieri, ricordi e propositi” nati in quei giorni di fervore e trasmetterli ai più giovani.

(Fonte: www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it).

Giuseppe Dossetti

Il Concilio ecumenico Vaticano II

(Prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico 1994-95 dello Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia, 29.10.1994. In: Giuseppe Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione,a cura di Francesco Margiotta Broglio, Il Mulino, 1996).

1. Tra i due roghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, la conseguente resa incondizionata del
Giappone il 2 settembre 1945 (che poneva fine ai sei anni della seconda guerra mondiale) e il primo annunzio del Concilio dato da Papa Giovanni il 25 gennaio 1959, passarono poco più di tredici anni.
In questi tredici anni si era ormai compiuta la ricostruzione, e il ricordo della guerra si era
alquanto allievolito, ma non cancellato. A un tempo, però, si erano ancor più maturate e sviluppate tutte le enormi conseguenzè della guerra, cioè sì era confermata e accresciuta quella trasformazione epocale che la guerra ha segnato (1).

Nello stesso ambito della vita religiosa la guerra ha implicato tre conseguenze capitali:
- ha spalancato la strada al sionismo realizzato: al ritorno di milioni di ebrei alla terra dei padri
e alla loro lingua e cultura, ponendo problemi del tutto nuovi, teorici e pratici, per le altre religioni ed in particolare per il cristianesimo;
- ha segnato, con certe premesse economiche (petrolio) e sociali e nuove ideologie, il risveglio
dei popoli arabi, non solo risveglio politico, ma anche ripresa espansionistica del messaggio
religioso di cui essi sono portatori, provocando un nuovo dinamismo mondiale dell’islam;
- in terzo luogo ha innestato nuovi fermenti critici e nuove ricerche proporzionate all’interno
dello stesso cristianesimo: con un bisogno profondo, se pure ancora latente, di adeguazione della sua vitalità e della sua irradiazione nel mondo nuovo ormai in avanzato travaglio.
2. I tredici anni trascorsi dalla fine della guerra mondiale al primo annunzio del Concilio hanno
implicato anche per la Chiesa cattolica gravissime ripercussioni di questo enorme mutamento
globale, che qualcuno forse avvertiva, ma che i più parevano ignorare ancora negli ultimissimi anni del pontificato di Pio XII. Anzi, forse si può arrivare a dire che proprio a questa ignoranza complessiva fu provvidenzialmente dovuta la nomina di Papa Giovanni: una figura lungamente
emarginata nella Chiesa, solo molto recentemente accreditata dal successo della sua nunziatura
parigina e del suo episcopato veneziano, e comunque già avanzato in età, sì da essere scelto
intenzionalmente per un pontificato breve e di transizione.

Se i Cardinali avessero lucidamente considerato il complesso di problemi che in questa prima
elezione, dopo la seconda guerra mondiale, si stavano ponendo alla Chiesa e al mondo, non
avrebbero probabilmente eletto Angelo Giuseppe Roncalli, ma avrebbero cercato altri. La conferma,del resto, di questa generale inconsapevolezza è data oggi dalla pubblicazione delle risposte dei vescovi alla consultazione che di essi fu fatta non tanti mesi dopo, in preparazione del Concilio: risposte che nella totalità non lasciano intravvedere nessuna visione panoramica dei problemi e nessun approccio serio ai punti nodali del grande rivolgimento storico in corso, neppure da parte di coloro che poi nel Concilio emersero pian piano – per un dono dello Spirito attualizzato dalla vastità mondiale del confronto e del dialogo reciproco – come le personalità più dotate e capaci di intuizioni vaste e di apporti validi.

(1) Cfr. il mio discorso I valori della Costituzione, 16 settembre 1994, in via di pubblicazione.

Credo che convenga insistere su questo punto: proprio per confutare una falsa interpretazione
del Concilio, che tenderebbe ad attribuire certi mali o certe tendenze negative, rivelatesi poi,
all’imprudenza e alle aperture del Concilio stesso, cadendo nel noto paralogismo: post hoc, ergo
propter hoc (2).
Il vero è che nei tredici anni dalla guerra al Concilio erano maturate ormai tutte le
caratteristiche più forti e determinanti, o più lamentate, dell’era attuale. Mi pare che alcune debbano essere espressamente accennate.

a) L’era planetaria o spaziale: con la relativa tendenza all’universalizzazione dei problemi (di
tutti i problemi: economici, sociali, culturali) e alla interdipendenza delle varie entità nazionali,
politiche e culturali, con una forte prevalenza di qualche potenza egemone e con la relativa
crescente dipendenza delle potenze piccole o medie.
b) L’era atomica: con i suoi immensi pericoli di catastrofi collettive, con la sempre più forte
riduzione tecnica dei tempi decisionali e perciò la concentrazione sempre più avanzata del potere in pochissime mani, con la riduzione quasi allo zero delle possibilità di consultazione, di concorso e di partecipazione altrui.
c) Il divario sempre più accentuato tra ricchi e poveri: con la disparità sempre crescente, e mai
compensata, tra detentori e non delle nuove tecnologie, da cui dipendono tutti gli sviluppi
industriali, economici, finanziari, per la pace e per la guerra.
d) L’evidenziarsi globale nell’occidente di una società opulenta che, mentre eleva e propone
l’esempio di uno standard di vita sempre più largamente al di là dei bisogni vitali essenziali, e crea modelli sempre più accentuati di soddisfazione di bisogni superflui, sembra arroccarsi sempre più su se stessa e abbandonare, quasi senza finzioni, ad una marginalità depauperata di tutto interi popoli e paesi in Asia, in Africa e in America meridionale.
e) L’inasprirsi perciò della conflittualità in molte zone del mondo, con periodi alterni di
distensione temporanea e per contro periodi di inasprimento delle crisi con pericolo imminente di estensioni più vaste: come fu, proprio alla vigilia della convocazione del Concilio, la crisi provocata dalla installazione di missili sovietici a Cuba, nel settembre 1962.
f) 11 diffondersi sempre più vasto e apparentemente irreversibile di nuovi costumi, ispirati a un
permissivismo involgente a tutti i livelli della moralità, e in particolare la rivoluzione dell’etica
sessuale e della vita familiare. A questo proposito è importante notare che i grandi classici della
cosiddetta rivoluzione sessuale sono anteriori al Concilio, come lo precedono certi progressi
sperimentali della genetica (e in ispecie la cosiddetta pillola).
g) La fragilità del diritto – e delle istituzioni preposte alla sua applicazione — in tutti i paesi, e
in particolare già negli anni ‘50 la progressiva sostituzione, ad opera delle grandi imprese e
particolarmente delle multinazionali, di organi privati di arbitrato alle pubbliche magistrature.
h) Il dissolversi della filosofia, che tende sempre più a rinunziare ai suoi campi forti (la
metafisica) per ridursi sempre di più alle cosiddette scienze dell’uomo (psicologia, sociologia,
antropologia culturale, filosofia del linguaggio, filosofia delle scienze, ecc.).
i) L’appropriazione da parte di certi teologi, già miziata anni prima del Concilio, di una quota
di magistero spettante ai vescovi: certo dovuta a un evidente sconfinamento dei teologi, ma anche dovuta a una lunga serie di cause precedenti, e in particolare alla riduzione del ruolo episcopale a una funzione prevalentemente amministrativa, vieppiù confermata dai criteri adottati per la selezione e l’elezione dei vescovi.
l) La crisi del clero e delle vocazioni sacerdotali e religiose, certamente già iniziata in quasi
tutti i paesi europei nel dopoguerra, prima ancora del Concilio, anche se si è manifestata in modo conclamato dopo il Concilio. E’ forse questo il punto sul quale, perciò, insiste con un’apparente maggiore verosimiglianza la critica anticonciliare.

(2) Per una summa ragionata degli errori e delle colpe attribuibili al Concilio, si veda per tutti R. Amerio, Iota unum.
Studio sulle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Milano-Napoli, 1985.

Mi permetto, però, di ribadire la mia idea, e cioè che anche per questa crisi erano già in atto
prima del Concilio le cause più profonde e determinanti.
Posso al riguardo riferire un episodio. Quattro giorni prima dell’apertura della seconda sessione
del Concilio, fui ricevuto in udienza da Paolo VI, eletto da tre mesi, per riferirgli ed illustrargli le
modificazioni del regolamento del Concilio che avevo proposto tramite il Cardinale Lercaro, per
correggere lacune e imperfezioni rivelatesi durante la prima sessione. Esaurito felicemente l’argomento,accorgendomi che il Papa disponeva ancora di qualche momento per me, ne approfittai per parlargli di quella che considerava la questione assolutamente più fondamentale in quel momento,cioè appunto le difficoltà crescenti che colpivano, a mio avviso, molta parte del clero e che costituivano la causa più grave del declino delle vocazioni sacerdotali e religiose in Europa e anche in altre parti del mondo. Paolo VI mi ascoltò molto interessato e pensoso.
3. Di tutti questi mutamenti intervenuti nel mondo e nella Chiesa, Papa Giovanni ebbe
un’intuizione sintetica che, unita alla sua consapevolezza storica circa il modo con cui la Chiesa
antica affrontava con i Concili le epoche di rinnovamento, gli fece balenare una luce improvvisa e pacata, e decidere con umile risolutezza (come egli stesso ebbe. a dire) la convocazione di un
Concilio ecumenico.
A meno di cento giorni, precisamente novanta giorni, dalla sua elezione, ne diede il solenne
annunzio ai Cardinali riuniti in S. Paolo di Roma il 25 gennaio 1959. Tratteggiando sommariamente le condizioni religiose della Chiesa romana da un lato, e della Chiesa universale dall’altro, soggiunse che tutto questo…

Desta una risoluzione decisa per il richiamo di alcune forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina, che nella storia della Chiesa, in epoca di rinnovamento, diedero frutti di straordinaria efficacia.
Così il Papa collegava la sua lettura dei segni dei tempi che la Chiesa attraversava con la sua
convinzione relativa alla tradizione conciliare, come una forma che la storia della Chiesa ci ha
insegnato e che pur sempre ha ottenuto ubertosi risultati (3).

E perciò riteneva che in un momento storico di eccezionale densità fosse necessario
precisare e distinguere fra ciò che è principio sacro e Vangelo eterno, e ciò che è mutevolezza dei tempi (4).
Fermamente ispirandosi all’intima certezza che in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità (5).
Appare dunque chiaro che Papa Giovanni ha situato inequivocabilmente la decisione del Concilio in questo contesto epocale valutato sulla base di giudizi storici e, nel medesimo tempo, di intuizioni di fede, le cui conclusioni erano significativamente coincidenti.
Contro tutte le perplessità e le resistenze che ben presto gli vennero opposte da molte parti, e
soprattutto dalla Curia romana, come se la sua decisione fosse stata precipitosa e irriflessa, egli
continuò sempre ad opporre la sua umile risolutezza e a restare attaccato e fedele a quella
prima idea [. . .] sorta quasi umile fiore nascosto nei prati: non lo si vede nemmeno, ma se ne avverte la presenza dal suo profumo (6).
(3) Allocuzione alle Opere missionarie del 7 maggio 1960.
(4) Allocuzione all’Ordine francescano del 16 aprile 1959.
(5) Come poi disse nella Costituzione apostolica cli convocazione formale del Concilio stesso, 25 dicembre 1961.
(6) Allocuzione cit. alle Opere missionarie, del 7 maggio 1960.

E perciò riteneva che in un momento storico di eccezionale densità fosse necessario
precisare e distinguere fra ciò che è principio sacro e Vangelo eterno, e ciò che è mutevolezza dei tempi (4).
Fermamente ispirandosi all’intima certezza che
in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità (5).
Appare dunque chiaro che Papa Giovanni ha situato inequivocabilmente la decisione del Concilio in questo contesto epocale valutato sulla base di giudizi storici e, nel medesimo tempo, di intuizioni di fede, le cui conclusioni erano significativamente coincidenti.
Contro tutte le perplessità e le resistenze che ben presto gli vennero opposte da molte parti, e
soprattutto dalla Curia romana, come se la sua decisione fosse stata precipitosa e irriflessa, egli
continuò sempre ad opporre la sua umile risolutezza e a restare attaccato e fedele a quella
prima idea [. . .] sorta quasi umile fiore nascosto nei prati: non lo si vede nemmeno, ma se ne avverte la presenza dal suo profumo (6).
(3) Allocuzione alle Opere missionarie del 7 maggio 1960.
(4) Allocuzione all’Ordine francescano del 16 aprile 1959.
(5) Come poi disse nella Costituzione apostolica cli convocazione formale del Concilio stesso, 25 dicembre 1961.
(6) Allocuzione cit. alle Opere missionarie, del 7 maggio 1960.

Sino alla solenne conferma fattane nella stessa Allocuzione inaugurale della grande assemblea,
l’11 ottobre 1962:
Primo e improvviso fiorire nel nostro cuore e dalle nostre labbra della semplice parola di Concilio
ecumenico (7)
Nello stesso discorso inaugurale afferma con autorità solenne che il Papa è ferito da
insinuazioni di anime, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura e che egli perciò deve dissentire da codesti profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo.
In tale quadro, il Concilio è chiamato a compiere quest’opera:

il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace [. . .]. Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso [del sacro patrimonio di verità ricevuto dai Padri], come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige, proseguendo così il cammino che la Chiesa compie da venti secoli [...] per un balzo innanzi verso
una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze [. . .] studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno [. . .]. Altra è la sostanza dell’antica dottrina del «depositum fidei», e altra la formulazione del suo rivestimento.
In conclusione Papa Giovanni indicava al Concilio la via di un magistero a carattere prevalentemente pastorale [... .] e (capace di) far fronte ai bisogni di oggi mostrando la
validità della dottrina (della Chiesa) piuttosto che rinnovando condanne.
Così non sanzioni, ma usando piuttosto «la medicina della misericordia». E perciò il primato su
tutto della carità: della carità più dilatata, abbracciante
l’unità dei cattolici fra di loro solidissima ed edificante; l’unità dei cristiani appartenenti alle varie confessioni dei credenti in Cristo [. . .] e l’unità degli appartenenti alle varie famiglie religiose non cristiane, che rappresentano la porzione più notevole di creature umane, redente anch’esse dal sangue di Cristo, ma non aventi ancora la partecipazione alla grazia e alla Chiesa di Gesù, di tutti Salvatore.

La sera di quello stesso giorno Papa Giovanni si affaccia sulla piazza di 5. Pietro e, alla folla
che si è riunita festosa per solennizzare l’inizio del Concilio, effonde il suo animo pieno di una
carità universale, si direbbe cosmica, come la lode di qualche salmo (per esempio il Salmo 147, 2-4)
(8):
La mia voce è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui di fatto tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera. Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo. Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace; sì, di pace: Gloria a Dio e pace agli uomini di buona volontà! Occorre spesso
ripetere questo augurio. Soprattutto quando possiamo notare che veramente il raggio e la dolcezza del Signore ci uniscono e ci prendono, noi diciamo: Ecco qui un pregustamento di quella che dovrebbe essere la vita di sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità.
(7) Allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, in Fede, Tradizione Profezia, a cura di G. Alberigo e A. Melloni, Brescia, 1984, pp. 248-249.
(8) Il salmista celebra la lode del Dio creatore di tutto e Redentore d’Israele: «Il Signore ricostruisce Gerusalemme/raduna i dispersi d’Israele, risana i cuori affranti I e fascia le loro ferite. Egli conta il numero delle stelle / e chiama ciascuna per nome».

Ecco dunque come il cuore di Papa Giovanni ha concepito, ha pensato, ha voluto il Concilio:
non tanto come un’assise normativa, ma piuttosto come uno spettacolo cosmico, un evento,
un’anticipazione dell’eterna e universale liturgia, un grande atto di culto, di rendimento di grazie a Dio e di implorazione per tutti: per i fratelli in Cristo e per l’universa umanità.
Ma non così l’aveva riottosamente accettato e pensato la Curia: ma piuttosto come un’occasione
di semplice conferma della sua autorità centrale e di indirizzi fissisti, con qualche variazione di
minori modalità tecniche (secondo una formula espressa e ripetuta).
Perciò le molte decine di schemi preparatori elaborate dalle commissioni preconciliari e dalla
commissione centrale preparatoria, durante quasi quattro anni, e comunicati solo in minima parte e negli ultimissimi mesi ai Padri (nonostante le sollecitazioni del Papa al riguardo), non potevano né corrispondere alle finalità fissate dal Papa per il Concilio, né al gradimento della maggioranza dei Padri conciiari.
Di qui un certo disorientamento iniziale dell’assemblea e la conseguenza che la prima sessione
finì senza che nessuno schema venisse approvato.

Ecco dunque come il cuore di Papa Giovanni ha concepito, ha pensato, ha voluto il Concilio:
non tanto come un’assise normativa, ma piuttosto come uno spettacolo cosmico, un evento,
un’anticipazione dell’eterna e universale liturgia, un grande atto di culto, di rendimento di grazie a
Dio e di implorazione per tutti: per i fratelli in Cristo e per l’universa umanità.
Ma non così l’aveva riottosamente accettato e pensato la Curia: ma piuttosto come un’occasione
di semplice conferma della sua autorità centrale e di indirizzi fissisti, con qualche variazione di
minori modalità tecniche (secondo una formula espressa e ripetuta).
Perciò le molte decine di schemi preparatori elaborate dalle commissioni preconciliari e dalla
commissione centrale preparatoria, durante quasi quattro anni, e comunicati solo in minima parte e
negli ultimissimi mesi ai Padri (nonostante le sollecitazioni del Papa al riguardo), non potevano né
corrispondere alle finalità fissate dal Papa per il Concilio, né al gradimento della maggioranza dei
Padri conciiari.
Di qui un certo disorientamento iniziale dell’assemblea e la conseguenza che la prima sessione
finì senza che nessuno schema venisse approvato.
Ma intanto i Padri ebbero modo di conoscersi, di responsabilizzarsi e di organizzarsi in raggruppamenti, avviando
il processo più importante e più duraturo del Vaticano Il, la formazione cioè di una coscienza assembleare e collegiale e facendo uscire il vescovo medio dagli orizzonti ristretti ai quali era assuefatto per sentirsi effettivamente coinvolto nel servizio della Chiesa universale (9).
E d’altra parte il Papa, per conto suo, provvedeva con vari suoi atti alla concentrazione dei
troppi schemi preparatori in venti argomenti, alla disciplina del lavoro durante l’intersessione, alla nomina per questo di una commissione permanente di coordinamento, a disporre un Ordo
agendorum per il futuro e a ribadire i punti centrali della sua Allocuzione inaugurale. Il che
consentì al Concilio di continuare ordinatamente i suoi lavori anche dopo la morte del Papa e la
successione di Paolo VI: conservando, per quanto era possibile, l’ispirazione iniziale giovannea, e così restando, sia pure non in tutto e non sempre con piena coerenza, fedele al grande balzo in avanti (auspicato dalla Gaudet Mater Ecclesia) che doveva portare la Chiesa fuori dell’epoca
tridentina e avviarla per nuove vie più conformi alle istanze ecclesiali, espresse e coltivate negli
ultimi decenni, soprattutto dal movimento biblico, dal movimento liturgico e da quello ecumenico: e con questo rendere il sacro deposito sempre più efficace rispetto ai nuovi problemi e ai nuovi.
4. Date queste premesse – che ritenevo necessarie, e forse ancora insufficienti, per inquadrare
minimamente gli esiti del Vaticano II – passiamo ora ad esaminare la portata intrinseca di qualcuno dei frutti che a me sembrano più rilevanti e più duraturi.

1) La riaffermazione anzitutto della dottrina trinitaria: non in modo semplicemente ripetitivo e
tralatizio, ma con una formulazione originale, tanto compiuta e dispiegata che si può dire che, dopo i primi quattro Concili, non se ne può trovare un’altra pari. Nemmeno al Concilio di Unione di Ferrara-Firenze. A questo riguardo si possono fare le seguenti osservazioni.
a) L’insistenza di questa riaffermazione è tanto più significativa perché il Vaticano II poteva
facilmente dispensarsene, non volendo programmaticamente essere un Concilio dogmatico.
(9) Alberigo, Papa Giovanni, Bari, 1987, p. 228.
b) I loci propri di questa riaffermazione sono i preamboli di quasi tutti i documenti maggiori del
Vaticano II: in qualcheduno, per esempio la Costituzione De Sacra Liturgia, n. 3 e 5-6 e la
Costituzione De divina Revelatione, n. 2, in modo più sintetico; in qualche altro documento, per
esempio la Costituzione De Ecclesia, n. 2-4, in modo più esteso e determinato; e infine in altro
ancora, cioè il decreto Ad Gentes sull’attività missionaria, n. 2-4, in modo ancora più approfondito e maturo.
c) La ripresa trinitaria non è occasionale o solo rituale, ma è intenzionalmente voluta come
premessa e fonte di tutto lo sviluppo impresso ad ogni documento: per il De Ecclesia in particolare è suggellata dalla conclusione, derivata da S. Cipriano (10), che la Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
d) Non è condotta su argomenti speculativi, ma svolta quasi esclusivamente su dati scritturistici tra loro sapientemente coordinati, sì da delineare lo schema di una rivelazione trinitaria corrispondente alla storia della salvezza: parlando prima del disegno salvifico del Padre, e poi della missione del Figlio, e poi dell’opera santificatrice dello Spirito Santo.
e) Perciò in particolare il dogma triitario è strettamente ed espressamente connesso con l’altro
capitale oggetto della nostra fede, cioè l’incarnazione del Figlio di Dio, egli stesso Dio preesistente ed eterno (Ad Gentes, n. 3).
f) Per lo Spirito Santo, è usata non l’attuale formula del Credo occidentale («lo Spirito Santo
che procede dal Padre e dal Figlio»), ma la formula dei greci accolta al Concilio di Firenze, e cioè
che «lo Spirito Santo procede dal Padre per Filium» (ibidem, n. 2) (11).
Orbene, questa affermazione conciliare della fede trinitaria così ripetuta,compatta, fontale per
tutto il resto delle affermazioni del Vaticano II, appare non solo opportuna per arginare riduzioni
erronee serpeggianti anche in campo cattolico (12) ma dimostra la sua attualità e vitalità per
concepire tutto l’essere e l’agire del Cristo, della Chiesa, del cristiano. A prescindere da essa o
eliminandone o riducendone la portata, non si può più parlare di fede cristiana in Gesù di Nazareth,
né di Chiesa cristiana, né di cristiano.
2) Direi quindi che un frutto del Concilio sono state le importantissime innovazioni introdotte
nella dottrina dell’esegesi cattolica dalla Costituzione Dei Verbum sulla Rivelazione.
Anzitutto l’introduzione del capitolo I De ipsa Revelatione, da tutti riconosciuto come
l’insegnamento più innovatore e più riuscito del Vaticano II al riguardo:
Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (Ef1,9), mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al
Padre, e sono resi partecipi della divina natura (Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile
(Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici (Es 33,11; Gv 15,14-15) e si
intrattiene con essi (Bar 5,38), per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé (DV, n. 2).
In secondo luogo il Concilio ha messo in rilievo i due caratteri fondamentali di questa
Rivelazione: cioè l’interpersonalità (rapporto complesso di comunione, di conoscenza e di amore tra Dio e l’uomo) e a un tempo la storicità della rivelazione stessa:
(10) Cyprianus, De Orat. Dom. 23: PL 4, 553.
(11) Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Bologna, 1991, p. 526: Bolla Gaudeant Coeli, di Eugenio IV.
(12) Alludiamo alle opere di H. Kung, di E. Schillebeeckx e di P. Schoonenberg, sulle quali vedi da ultimo R. Cantalamessa, Gesù Cristo, il Santo di Dio, Milano, 1990, specie pp. 129 ss.

Questa economia della rivelazione avviene per mezzo di gesti e di parole intrinsecamente connessi, cosicché le
opere compiute da Dio nella storia della salvezza manifestano e confermano la dottrina e le realtà significate dalle
parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, su Dio e
sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il
mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione (DV, n. 2).
Questo consente e insieme impone di superare una concezione ancora intellettualistica della
Rivelazione come comunicazione di asserti astratti, a vantaggio, invece, di una concezione più
completa, fatta di parole e di eventi, e culminante nell’evento unico e nella Parola unica di Gesù
Cristo, Parola di Dio fatta carne, nella sua vita, morte e risurrezione, e nell’invio del suo Spirito di verità: nella sua storia tra noi, con noi, in noi (v. anche DV, n. 4).
Quindi sottomettersi alla storicità della Rivelazione e aderire pienamente al metodo storico non
vuol dire solo attenersi alla storicità dei singoli fatti e alla tipologia dei vari testi della Scrittura
come documento canonico della Rivelazione, ma vuol dire anche, inevitabilmente, riconoscere la
singolarità irripetibile dell’evento di Cristo: Gesù Cristo diventa la misura valutativa suprema di
tutti i grandi criteri attraverso i quali si cerca di comprendere le singole verità rivelate. E finalmente si deve e si può cercare Lui come ultima chiave ermeneutica, nell’intersezione a un tempo tra la Scrittura, i sacramenti e la vita della Chiesa.
Ancora e soprattutto il Concilio ha messo fortemente in evidenza la parte dello Spirito Santo,
non solo nella ispirazione delle Sacre Scritture, ma anche in quelli che si possono dire i loro
analoghi precedenti e i loro analoghi susseguenti (13).
La fede, in quanto risposta alla Rivelazione di Dio, è impossibile senza una mozione dello
Spirito Santo:
A Dio che rivela, è dovuta l’obbedienza della fede [. . .]. Perché si possa prestare questa fede è necessaria la grazia
di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere (ibidem, n. 5).
Così, nella dinamica della tradizione, lo Spirito Santo sorregge i diversi fattori storici
progressivamente attualizzanti la Rivelazione:
Questa tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, iquali le meditano in cuor loro, sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione apostolica hanno ricevuto un carisma sicuro di verità (ibidem, n. 8).

Anzi, è lo Spirito Santo che introduce i credenti dentro tutt’intera la verità rivelata:
Lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, introduce i credenti dentro tutt’intera la verità, e in essi fa risiedere la Parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (ibidem).
Perciò quanto all’interpretazione della Scrittura, dopo avere ancora ribadito e chiarito che
l’interprete deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi in realtà hanno inteso significare – quindi tener conto fra l’altro dei generi letterari (come già prescriveva l’enciclica di Pio XII, Divino
Afflante Spiritu del 30 settembre 1943) – contestualmente, nello stesso paragrafo, la Dei Verbum dichiara:
(13) P.Benoit, Inspiration et révélation, in «Concilium», 10 (1965), pp. 18 ss., 21. Cfr. anche per tutto quello che
diciamo qui di seguito V.Mannucci, Bibbia come Parola di Dio, 120, Brescia, 1992, pp. 136-138.

Però [sed], dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavarne con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza [non minus diligenter] al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e della analogia della fede (DV, n. 12).
Parole, queste, di immensa importanza, perché aprivano la via alla legittimazione della ricerca oltre il senso storico, anche del senso spirituale, in conformità alla migliore e pìu genuina ed equilibrata esegesi patristica.
Tale legittimazione del senso spirituale delle Scritture – contestato lungamente da molti per un
monolitismo ermeneutico che insisteva al di là del debito sul senso storico letterale – ha raggiunto la sua pienezza nel recente documento della P. Commissione biblica del 15 aprile 1993, che è il primo in assoluto tutto dedicato alla interpretazione della Scrittura. Esso passa in rassegna in modo sistematico oltre che il metodo storico-critico (del quale conferma la validità e la necessità, ma anche dichiara l’insufficienza e la necessità di integrarlo con altri metodi) anche l’approccio semiotico, quello sociologico, quello antropologico-culturale, e quello psicologico e psicanalitico:
cioè si apre con favore alle più recenti scienze del linguaggio e ad alcune nuove ermeneutiche
filosofiche, che affermano la polisemia dei testi scritti. E perciò giunge a evidenziare, a certe
condizioni, non solo la legittimità ma la rilevanza significativa del senso spirituale della Scrittura.
Non possiamo abbandonare questo argomento senza rilevare la grande insistenza con la quale la Dei Verbum attribuisce una massima importanza alla Scrittura rispetto a tutte le scienze teologiche, e raccomanda la conoscenza abituale e la pia lettura della Bibbia a tutti i cristiani (14).

5. 3) Un terzo esito importante del Concilio è stata la revisione di tutta la materia liturgica e
l’avviamento di una riforma organica e generale che si è esplicata negli anni immediatamente
successivi. Può essere, però, che nella valutazione comune dei risultati in questo campo, non ci si metta dal punto di vista giusto. Come è accaduto anche nel sinodo straordinario celebrativo del Vaticano II, il sinodo cioè del 1985, sotto l’ottimismo ufficiale – che parla ancora del rinnovamento liturgico come del «frutto più appariscente di tutta l’opera conciliare» – il sinodo stesso deve constatare che si nascondono tuttora valutazioni e tensioni in vari sensi. Da una parte un certo
mmobilismo e conservatorismo, che produce una recezione delle riforme ancora solo esteriore; e dall’altra la persuasione che le riforme introdotte siano state del tutto insufficienti, e quindi l’urgere di tentativi nuovi o di riforme arbitrarie da parte di singoli gruppi o di comunità locali o nazionali.
In effetti, la Costituzione della liturgia è stata quella più remotamente preparata da decenni
del movimento liturgico internazionale, ma anche è stata quella discussa per prima dal Concilio
(appena uscito dalla crisi iniziale), e perciò la sua anticipata discussione fu una scelta non gradita agli uomini che avevano guidato la preparazione preconciliare, ma che risultò il migliore raccordo possibile tra i fermenti di rinnovamento presenti da decenni nel cattolicesimo e le resistenze dei tradizionalisti. Queste resistenze ebbero modo di farsi sentire in Concilio durante tutta la fase conciliare della discussione liturgica, e ancor più dopo, nella fase post-conciliare di esecuzione della riforma.
Di qui le indubbie timidezze della riforma stessa e le evidenti sue carenze e contraddizioni, e
ancora una certa permanente incompletezza.
(14) Meno felice, invece, è la parte della Dei Verbum relativa alla sacra Tradizione. Cfr. A. Naud, Le magistère
incertain, Montréal, 1987, il quale, percorrendo tutto l’itinerario conciliare del capitolo II della Dei Verbum sulla
trasmissione della divina Rivelazione, giunge ad affermare che, se al Vaticano II si parlò bene della Scrittura più che al
Concilio di Trento e al Vaticano I, invece al Concilio di Trento si parlò più correttamente della Tradizione di quanto non si sia fatto nella Dei Verbum.

Ma non si possono negare certi risultati concreti, come ad esempio quello, ben evidente a tutti,
del passaggio dall’esclusivismo della lingua latina all’uso delle lingue volgari; quello della parte
ben più ampia fatta, nella Messa e nell’Ufficio divino, alla Parola di Dio; quello della promozione
di una attiva partecipazione comunitaria di tutti i fedeli; e quello ancora della ammissione – almeno in linea di principio – di possibili ulteriori progressi e sviluppi nell’adattamento delle forme liturgiche all’indole e alle culture dei vari popoli; oltre che alla ripulitura di ogni aspetto liturgico (negli edifici, nelle espressioni artistiche, nei canti, ecc.) dalle peggiori stratificazioni barocche o devozionali.
Ma soprattutto si deve rendere giustizia al Concilio di avere realizzato – al di là di tutti i risultati
singoli, anche rilevanti – un risultato globale: quello di avere, con decisa volontà, aperto un grande varco di principio nella situazione liturgica immobile da secoli. E cioè di avere posto inizio a una dinamica di rinnovamento che, contro ogni ben prevedibile resistenza, non poteva e non potrà essere arrestata per il futuro, se il Signore conserverà alle Chiese ed alle comunità un giusto equilibrio tra saggezza e aspirazioni ad una maggiore autenticità e freschezza delle forme liturgiche.
E c’è ancora qualche cosa di più: la Costituzione della liturgia, oltre alle sue conquiste
particolari, ha rivelato, in certi punti, soprattutto la possibilità di una nuova organica teologia e di una nuova spiritualità del mistero liturgico, in connessione vitale col mistero di Cristo e col mistero della Chiesa.

Ci sono almeno tre punti che devono essere considerati dei capisaldi fondamentali per sempre:
a) il primato dato al mistero pasquale, cioè al mistero della beata passione [di Cristo], risurrezione da morte e gloriosa ascensione, col quale «morendo, ha distrutto
la morte, e risorgendo ci ha ridonato la vita». Infatti, dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa (SC, n. 5).
Oggi la locuzione «mistero pasquale», in questo senso denso e intimamente collegato al mistero di tutta la Chiesa, è diventata di uso comune, ma prima del Concilio è stata introdotta solo da un libro, poi divenuto famoso, di Louis Bouyer. È merito del Concilio averlo formalmente ripreso, esplicato, divulgato, e soprattutto averlo collegato con la sua ecclesiologia.
b) L’enunciato che per quanto la liturgia non esaurisca tutta l’azione della Chiesa … .] nondimeno essa è il culmine verso il quale tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (ibidem, n. 9-10).
Questo enunciato è coerentemente assunto a base di tutta la teologia sottesa ad ogni capitolo
della Costituzione liturgica, e dopo di essa è divenuto il fondamento di ogni sviluppo teologico in liturgia.
c) Infine,l’altro enunciato che
bisogna che tutti diano la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi intorno al vescovo, principalmente nella
Chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa sia nella partecipazione piena e attiva di tutto il
popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri (SC, n. 41).
Con queste tre affermazioni di grande portata sintetica, il Concilio aveva già posto le basi di un
largo superamento della ecclesiologia precedente, ancora prevalentemente giuridica, e aveva
veramente aperto l’orizzonte nuovo di una ecclesiologia misterica, che sarà poi sviluppata in altri suoi testi (sia pure non senza qualche contraddizione o incoerenza).

4) E appunto parliamo ora dell’apporto del Vaticano Il all’ecclesiologia. Il Concilio ne ha
trattato, oltre che ex professo nella Costituzione Lumen Gentium, anche in altri testi, specialmente nel decreto sulle Chiese orientali, nel decreto sull’ecumenismo, nel decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi, e nell’altra Costituzione, Gaudium et Spes, cioè su Chiesa e mondo. In questa sede dovrò limitarmi ancora di più e concentrare tutto su alcuni elementi che a me sembrano primari e tuttora durevoli e dinamici.
Anzitutto il disegno generale e l’ordine della trattazione del De Ecclesia: non è stato ripetitivo o
fortuito, ma deliberatamente voluto per invertire l’ordine precedentemente usuale, e seguito anche negli schemi preparatori.
Dopo un primo capitolo sul mistero della Chiesa, se ne è voluto subito un secondo sul popolo di
Dio, ponendo quindi al terzo posto la trattazione sulla gerarchia, e in particolare sull’episcopato;
proseguendo poi con un quarto capitolo tutto dedicato ai laici, con un quinto sulla universale
vocazione alla santità, con un sesto sui religiosi, con un settimo sull’indole escatologica della
Chiesa e la sua unione con la Chiesa celeste, e con l’ottavo conclusivo sulla Vergine Maria, Madre di Dio e madre e archetipo della Chiesa stessa.
Quanto al primo capitolo, segnalerò la distinzione esplicita tra Chiesa e regno di Dio, del quale
la Chiesa è vista soltanto come inizio o preparazione in mysterio (n.5); segnalerò la rassegna
esauriente delle immagini bibliche della Chiesa, che si sono volute elencare tutte, premettendole all’unica immagine abitualmente usata, cioè quella del corpo di Cristo (n. 6-7); e finalmente l’enucleazione della Chiesa come realtà visibile e spirituale: enucleazione nella quale non si è voluto pari pari ripetere l’equazione della Mystici Corporis di Pio XII, tra Chiesa cattolica e corpo di Cristo, in quanto si è preferito dire non che la Chiesa del mistero è la Chiesa cattolica, ma che nella Chiesa cattolica subsistit (sussiste) la Chiesa del mistero,
ancorché al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica (LG, n. 8).

Sia il subsistit è di difficile interpretazione (15); sia il parlare solo di singoli «elementi di
santificazione e di verità» nelle Chiese separate è apparso già in Concilio, a molti, piuttosto
riduttivo della realtà complessa di vere Chiese, sia pure imperfette, spettante alle Chiese ortodosse.
E su questo avremo occasione ancora di dire una parola.
Il secondo capitolo sul popoìo di Dio è del tutto nuovo. Esso ha lo scopo di presentare la
Chiesa, prima che come struttura visibile, come popolo messianico, e quindi
costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, e preso da Lui per essere strumento della redenzione di tutti e quale luce del mondo e sale della terra inviato a tutto il mondo (ibidem, n. 9).
Dio ha convocato l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù, autore della salvezza e
principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli il
sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendo estendersi a tutte le regioni essa entra nella storia degli uomini, e insieme però trascende i tempi e le frontiere dei popoli (ibidem).
(15) Secondo il suo stesso proponente, cioè il segretario della commissione teologica, il teologo lovaniense Mons.
Philips, la formula subsistit avrebbe poi fatto scorrere fiumi d’inchiostro: vedi Philips, L’Eglise et son mystère, Paris,1967, p. 119.

Così, i termini prettamente biblici di comunione e di assemblea sono divenuti tipici della nuova
ecclesiologia che si è pian piano almeno iniziata, se non ancora completamente svolta. Essi servono a mettere in evidenza, piuttosto che il vincolo giuridico, l’intensità e l’universalità dell’affiato vitale che unisce tutti i membri a Cristo e tra di loro.
E ancora meglio evidenziano e giustificano quella dignità che a tutti i componenti di questa
comunione e di questa grande assemblea è attribuita da Cristo loro comune capo, cioè la dignità di essere «un regno e dei sacerdoti per Dio suo Padre» (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). La dignità, dunque, che è il sacerdozio regale comune a tutti i fedeli, attribuito loro dal sacramento del Battesimo, non va opposta, ma deve essere, secondo il Concilio, reciprocamente funzionale rispetto al sacerdozio ministeriale conferito ad alcuni con l’ordinazione sacra (vedi LG, n. 10).
L’unico popolo di Dio ha un’estensione potenzialmente universale, secondo diversi ordini:
dapprima i cattolici, che vi sono plene incorporati; poi i battezzati che non professano la fede
integrale o che non conservano l’unità della comunione col successore di Pietro, ma che sono
comunque ancora legati dal comune possesso della Sacra Scrittura, e dagli altri sacramenti,
compresa l’Eucaristia; poi i non cristiani (ebrei, musulmani, e altri) che
cercano sinceramente Dio, e sotto l’influsso della grazia si sforzano di compiere la volontà di Dio, conosciutaattraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna (ibidem, n. 13-16).
6. E veniamo ora al terzo capitolo della Lumen Gentium, sulla Costituzione gerarchica della
Chiesa che, come è risaputo, ha costituito il centro di tutto il dibattito conciliare. Non vorrei
addentrarmi nella rievocazione dei singoli momenti di questo dibattito, ma soltanto dire con
semplicità quali ne sono stati, e ne rimangono, i risultati sostanziali.
a) Una integrazione comunque della ecclesiologia del Vaticano I, che si era arrestato ad
affermare soltanto il primato del Pontefice romano. Nel Vaticano II, ribadita formalmente e più
volte la dottrina del primato, si è però voluto quanto meno completarla con un’adeguata dottrina sui vescovi come successori degli Apostoli.
b) Perciò si è pervenuto anzitutto a colmare una lacuna dell’insegnamento precedente, che in
certi momenti e in certi luoghi ha provocato dubbi e perplessità, cioè la mancanza di una definizione esplicita della sacramentalità dell’episcopato. Come forse può ricordare qualche confratello anziano che ha fatto i suoi studi in questo seminario prima del Concilio, anche qui si è potuto talvolta
dubitare che l’episcopato fosse un grado speciale e supremo del sacramento dell’ordine, e quindi si è potuto rievocare alcuni casi aberranti di conferimento del sacerdozio da parte di Abati non consacrati vescovi.

Ebbene, oggi non è più possibile alcuna esitazione o dubbio al riguardo. Anzi, per dirimere tale
questione, il Vaticano II ha usato la forma più esplicita e solenne di dichiarazione, che ha fatto
pensare che al proposito il Concilio abbia voluto esprimere l’unica nuova dichiarazione dogmatica di tutto il suo insegnamento:
Insegna il santo Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata il
sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero [. . .]. È proprio dei vescovi assumere col sacro ministero dell’ordine nuovi eletti nel corpo episcopale (ibidem, n. 21).
c) E quindi sulla scorta della più antica disciplina, e in particolare della prassi dei Concili
ecumenici (dopo aver ribadito ancora una volta il potere primaziale di Pietro e del suo successore su tutta la Chiesa) si è finalmente pervenuti ad esplicitare formalmente quello che poi in realtà è stato da sempre ammesso, cioè che:

l’ordine dei vescovi, che succede al collegio degli Apostoli nel magistero e nel governo pastorale, nel quale anzi si perpetua ininterrottamente il corpo apostolico, è pure, insieme con il suo capo, il romano Pontefice, e mai senza di esso, soggetto di suprema potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata senza il consenso del romano Pontefice [... .]. In esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, godono
di un potere che è loro proprio [.. .]. La suprema potestà che questo collegio possiede su tutta la Chiesa è esercitata in modo solenne nel Concilio ecumenico [.. .]. La stessa potestà collegiale può essere esercitata insieme col capo dai vescovi sparsi per il mondo, purché il capo del collegio li chiami a un atto collegiale, o almeno approvi o liberamente accetti l’azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare un vero atto collegiale (ibidem, n. 12).

In questo testo viene ovvio notare il numero e l’insistenza delle riserve alla collegialità e delle
riconferme della funzione primaziale del Papa, dalle quali traspare tutta la fatica che costò al
Concilio l’espresso riconoscimento dell’episcopato universale come collegio dotato di una propria
potestà, e il riconoscimento di questa potestà come suprema nella Chiesa. Tale fatica non fu soltanto determinata dalla resistenza accanita di una non grande minoranza, ma anche da ripetuti interventi personali di Paolo VI (con i cosiddetti modi, cioè emendamenti del Papa), che si volle supergarantire contro ogni possibilità di interpretazione disgiunta o contrastante della potestà collegiale rispetto alla potestà primaziale.
Ma non fu tutto qui: ci fu, come molti sanno, l’aggiunta della cosiddetta Nota explicativa
praevia, con la quale si volle stabilire i criteri di una interpretazione ancora più restrittiva del testo conciliare, con il corollario, fra l’altro, di sollevare un dubbio non risolto sulla validità dell’episcopato delle Chiese ortodosse separate, in contrasto con molti atteggiamenti del Concilio e dello stesso Paolo VI. Va però soggiunto che sin dal primo momento in cui questa Nota fu letta al Concilio «per ordine dell’autorità superiore» dal segretario generale, ci furono molti – e ancor più sono oggi – che ritennero e ritengono che questa Nota esplicativa non può essere considerata un vero atto conciliare.
d) Un altro enunciato veramente capitale, e di rilievo oggi sempre più grande – nonostante il
modo incidentale in cui è stato formalmente fatto – è quello espresso da queste parole della Lumen Gentium n. 23:
I vescovi singolarmente presi sono il principio visibile e il fondamento dell’unità delle loro Chiese particolari formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali esiste la sola e unica Chiesa
cattolica.
Questo enunciato va integrato da un altro che lo applica e lo sviluppa nel decreto Christus
Dominus sull’ufficio pastorale dei vescovi, che definisce la diocesi come
una porzione del popolo di Dio, che è affidata alle cure pastorali del vescovo coadiuvato dal suo presbiterio, in
modo che, aderendo al suo pastore e da lui unita per mezzo del Vangelo e della Eucaristia nello Spirito Santo,
costituisca una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, una, santa,
cattolica e apostolica (CD, n. 11).
Quanto sia innovante questa formulazione, lo si capisce dal confronto con la definizione di
diocesi del vecchio Codice, che vedeva in essa solo una porzione non del popolo di Dio, e tanto
meno una Chiesa particolare, ma semplicemente una circoscrizione territoriale della Chiesa
universale.
Appunto sulla base di questi testi, il Concilio ha dato lo spunto a tutta la dottrina della Chiesa
locale, che a mio avviso è in definitiva non solo il frutto del tutto nuovo più importante nell’attuale
ecclesiologia, ma è anche la più rilevante e dinamica possibilità di sviluppi concretamente evolutivi
in tutta la vita cattolica e in genere, per le sue valenze ecumeniche, nella vita dei cristiani tutti. Tanto più quanto più si mette in rapporto la dottrina della Chiesa locale con l’affermazione già
segnalata della Sacrosanctum Concilium, n. 41, sull’assemblea eucaristica presieduta dal vescovo
nella sua cattedrale come princtpale manifestazione della Chiesa. Cioè, la dottrina della Chiesa
locale si potenzia necessariamente in una ecclesiologia eucaristica (16). E da questa sempre più il
discorso sulla Chiesa sembra tendere a parlare di una Chiesa di Chiese (17)
e) Non sembra invece essere un’adeguata realizzazione della collegialità episcopale l’istituto del
sinodo dei vescovi: né concettualmente (per la sua limitazione a un parere solo consultivo offerto al
Papa), né praticamente, per il modo con cui si è realizzato, soprattutto nelle tre ultime tornate.
Anche quest’ultimo, sulla vita consacrata, sembra destinato a deludere i molti interessati (religiose e
religiosi) e gli stessi partecipanti. Comunque al massimo si può dire che il sinodo dei vescovi, se
non realizza la collegialità effettiva, può essere per qualcuno e in certo modo una realizzazione di
collegialità affettiva o vissuta (18).
f) Infine, del III capitolo della Lumen Gentium non può essere dimenticata la restaurazione del
diaconato permanente, anche uxorato, completamente estintosi nella Chiesa d’occidente da molti secoli. Il Vaticano Il ha voluto il diaconato permanente esplicitandone così le funzioni
fondamentali:
amministrare solennemente il Battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, in nome della Chiesa assistere e
benedire il matrimonio, portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popoìo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito del funerale e della sepoltura.
E in aggiunta i diaconi dovrebbero essere dediti alle opere di carità e di assistenza.

Ma poiché il Vaticano II, pur affermando la necessità dei diaconi in molte Chiese, ha lasciato
alle conferenze episcopali e in definitiva ai singoli vescovi l’impulso restauratore del diaconato,
questo è stato sino ad ora territorialmente molto differenziato, e complessivamente piuttosto esiguo.
E’ probabile che continui ancora nelle Chiese quella tensione tra presbiteri e diaconi, che in
passato presumibilmente è stata la causa della estinzione del diaconato permanente, e che ancora ne
riduce la prassi e la vitalità nella Chiesa, e perciò impedisce la vera e forte formazione di una
teologia del diaconato. Cosicché in sostanza non si può dire ancor oggi, del diaconato, molto di più
di quanto ne diceva il Concilio (19).
(16) Cfr. le parole pronunziate alla chiusura del secondo Colloquio di Salamanca (2-7 aprile 1991) dall’Anton,
professore alla Pontificia Università Gregoriana: «E’ paradossale che il Concilio che ha scoperto la Chiesa locale non
esprima una ecclesiologia capace di evitare certi squilibri [. . .]. Questa omissione è ancora più inspiegabile da parte dei
teologi che collocano la riscoperta nel contesto di una ecclesiologia eucaristica, di fatto destinata a realizzare una
rivoluzione copernicana nella Chiesa e nell’ecclesiologia. Ma è altrettanto paradossale parlare qui di un tema nuovo o di
una riscoperta, dal momento che la relazione tra Chiese locali e cattolicità è una realtà antica come la Chiesa»: cfr. «Il
Regno», 38 (1991), pp. 538-547.
Cfr. anche E. Lanne, Eglises unies ou Eglises soeurs: Un choix inéludable, in «Irénikon», 48 (1975), pp. 322-342;
e Y.Congar, Cristologia e pneumatologia nell’ecclesiologia del Vaticano II, in Cristianesimo nella storia II (1981), p.
104: «Non è più la Chiesa locale che gravita intorno alla Chiesa universale, ma è la Chiesa di Dio che si trova presente
nella celebrazione di ciascuna Chiesa locale. Di fatto questa è una riscoperta che non ha finito di sviluppare le sue
conseguenze. Essa è legata alla pneumatologia, come una ecclesiologia della Chiesa universale era legata ad un certo cristonomismo. . .”.
(17) Cfr. J.M. Tillard, Eglise d’Eglzses, Paris, 1987. Alcuni, poi, affermano il rapporto come «reciproca interiorità»
(Légrand); altri come una «inabitazione e immanenza reciproca» (Kommonchak); e altri ancora parlano di «pericoresi ecclesiologica, nella quale la pericoresi trinitaria trova la sua immagine ecclesiale» (Mùller): cfr. «Il Regno», 38 (1991), pp. 546-547.
(18) Cfr. Grootaers, La collegialità ai Sinodi dei Vescovi: un problema non risolto, in «Concilium», 26 (1990), pp. 38-50.

(19) Per tutto questo cfr. la relazione di Mons. Pino Colombo al convegno di Bologna, 5 febbraio 1994: e vedi anche,
ivi, le considerazioni finali sulla nuova evangelizzazione: «L’evangelizzazione chiama evidentemente in causa il diaconato permanente, se non altro perché chiama in causa tutto il popolo di Dio. Ma forse chiama in causa il diaconato
permanente anche per qualche titolo speciale, almeno sotto qualche aspetto… Il diacono permanente, la cui condizione di vita è generalmente più normale, nel senso di più comune, più vicina a quella comune della gente che non quella del
presbitero, potrebbe assumere un ruolo veramente esemplare soprattutto nella forma del diaconato uxorato, che coinvolge tutta la famiglia».

7. Importanti sviluppi applicativi dei principi enunciati nei primi tre capitoli della Lumen
Gentium si trovano nei capitoli seguenti della stessa costituzione.
Nel capitolo quarto vi è l’affermazione della insurrogabilità della missione e del contributo dei
laici all’opera complessiva della salvezza affidata alla Chiesa.
Nel capitolo quinto è ampiamente ribadita l’universalità dell’unica vocazione alla santità nella
Chiesa, sia per i membri della gerarchia e sia per i laici.
Nel capitolo sesto è trattata, in modo forse scarsamente approfondito, la natura e l’importanza
dello stato religioso.
Nel capitolo settimo si propone, con accenti forse un po’ nuovi, l’indole escatologica della
Chiesa pellegrinante e la sua comunione attuale con la Chiesa celeste.
E finalmente, nel capitolo ottavo, è compiuto un passo in avanti nel delineare la funzione,
nell’economia della salvezza, della beata Vergine Maria: della quale è rivendicato in modo più
sostanziale e rigoroso il titolo primario di Madre cli Cristo, unico mediatore, e quindi di Madre della Chiesa e suo archetipo pienamente realizzato (20).
8. Mi resta ora da segnalare sinteticamente l’importanza e il rilievo ancora attuale di due altri
documenti, cioè del decreto Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo, e della dichiarazione Nostra
Aetate sulle religioni non cristiane.
a) Il primo documento – per quanto di fatto possa trovare ostacolo o provocare delusioni sul piano
concreto delle relazioni effettive sia con qualche comunità della Riforma (ora specialmente la
Chiesa anglicana), sia con la Chiesa ortodossa (ora specialmente con la Chiesa russa) – contiene
però in linea di principio enunciati di supremo rilievo e di costante validità: enunciati che sono in grande parte capaci di equilibrare o di stabilire la vera interpretazione da dare a certi punti più deboli o meno chiariti degli altri documenti conciliari.
Per esempio l’asserzione che quelli che ora nascono e sono istruiti nella fede di Cristo in tali comunità non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore. Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la
Chiesa cattolica [.. .] e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore (UR, n. 3).
E conseguentemente il riconoscimento delle Chiese ortodosse come vere Chiese.

che, quantunque abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso.
Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata alla Chiesa cattolica (ibidem).
(20) Mi piace segnalare, per un opportuno e fecondo confronto tra la mariologia del Vaticano Il e la tradizione bizantina, l’opuscolo di V. Matrangolo, La venerazione a Maria nella tradizione della Chiesa bizantina – fondamenti
teologici, Acireale, Galatea Ed., 1993: l’autore, protoiereo di Acquaformosa nell’eparchia greco-albanese di Lungro (Cosenza), opera una densa e originale sintesi, specialmente della liturgia bizantina, da lui praticata e vissuta da cinquant’anni.

E ancora che
quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti, e soprattutto, in forza della successione apostolica, il
sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli. Una certa
comunicazione nelle cose sacre, presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità
ecclesiastica, non solo è possibile, ma anche consigliabile (ibidem, n. 15).
E infine è posto a fondamento di tutto – e io dico anche come criterio interpretativo generale e
del Vaticano Il e di ogni altro documento dottrinale – il seguente principio ermeneutico:
inoltre nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, restando fedeli alla dottrina della Chiesa, nell’investigare con i fratelli separati i divini misteri, devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o «gerarchia» nelle verità della dottrina cattolica, essendo
diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana (ibidem, n. 11).
Questa «gerarchia» delle verità impedisce ciò che spesso può accadere, ossia un appiattimento
di tutte le verità sullo stesso livello, mentre è di somma importanza sempre distinguere tra di esse in ragione della loro maggiore o minore prossimità col fondamento della fede.
Quale fondamento? Quale nucleo? Lo si può individuare inequivocabilmente dalla Scrittura, e
più precisamente dalla primitiva predicazione apostolica: cioè l’amore del Padre che si è
ultimamente e definitivamente rivelato in Cristo, Verbo di Dio fatto carne da Maria Vergine, per noi
e per la nostra riconciliazione, morto in croce, risorto, glorificato, che ritornerà glorioso a giudicare
i vivi e i morti, e che intanto raduna e santifica, nel dono dello Spirito Santo, la sua Chiesa, sino alla pienezza escatologica del Regno, nel quale anche il nostro corpo mortale risorgerà, e Dio sarà tutto in tutti.
b) La dichiarazione Nostra Aetate, nella sua brevità e nella constatazione pratica del processo di
unificazione in corso nella totalità del genere umano, pur restando nei limiti rigorosi di enunciati
molto generali, afferma il rispetto della Chiesa cattolica verso tutte le religioni, e verso quanto in ciascuna di esse può riflettere «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (NA, n. 2).
Perciò esorta tutti i cattolici a che
con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre
religioni, rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano
progredire i beni spirituali e morali e i valori socio-culturali che si trovano in essi (ibidem).
E in particolare, nei confronti dei musulmani, mette in evidenza come punti comuni il
riconoscimento di Gesù come profeta (non come Dio), la venerazione verso la Vergine Madre,
l’attesa del giorno del giudizio, la stima del culto e della preghiera a Dio.
E per gli ebrei mette in rilievo il patrimonio commune – cioè le Scritture veterotestamentarie,
che la Chiesa ha ricevuto per mezzo del popoìo d’Israele, le persone di Abramo, di Mosé, dei
profeti, e soprattutto di Maria e degli Apostoli – raccomanda la conoscenza e il dialogo reciproco,
esecra e deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo: per confermare che la Chiesa
crede che Cristo, la nostra pace, ha riconciliato gli ebrei e i popoli pagani per mezzo della sua croce, e dei due ha
fatto uno solo in se stesso (Ef 2,14-16) (ibidem, n. 4).
Certamente sul piano dottrinale e pratico restano aperti o ancor più proprio adesso, in virtù della nostra dichiarazione, si aprono molti e complessi problemi: ma non c’è dubbio che, dopo molti secoli di contrasti e di pura opposizione, il Vaticano II ha aperto una grande porta di disponibilità verso le altre religioni, e che interpreta, nel suo annuncio, la stessa croce di Cristo
come segno dell’amore universale di Dio e come la fonte di ogni grazia (ibidem, n. 4).

(Oliveto, 28.10.1994
Nel 36° anniversario dell’elezione di Papa Giovanni XXIII).

(Fonte: www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it).

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nov 16 2008

Alcide De Gasperi – Discorso alla conferenza di pace di Parigi. 10 agosto 1946

Alcide De Gasperi

Discorso alla conferenza di pace di Parigi. 10 agosto 1946

Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale
cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare
come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro
conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa
portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?
Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità
del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche
come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che,
armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste
del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace
duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il
compito di stabilire.
Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone
in quest’ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente
duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione
internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita
del saio del penitente, nell’Onu, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di
bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (come proclama l’articolo 2 dello
statuto di San Francisco) in base al «principio della sovrana uguaglianza di tutti i membri»,
come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente «l’integrità
territoriale e l’indipendenza politica», tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza
speranza e conforto. L’Italia avrebbe subito delle sanzioni per il suo passato fascista, ma,
messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova
collaborazione internazionale.
Si può credere che sia così?
Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro
linguaggio. In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d’armi e di strumenti di
guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un
presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la
nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza.

Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre
possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche
dell’occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva. Né questa volta ci si fa
balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il
disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.

Ma, in verità, più che il testo del trattato ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel
preambolo. Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione, e voi lo ritroverete tale
quale in tutti i trattati coi così detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la
cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano
nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: «considerando che sotto la pressione degli
avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato…». Ora non v’ha dubbio che il
rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari,
ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga
cospirazione dei patrioti che in patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza
l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del Nord, senza l’abile azione clandestina
degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più
fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di Stato.

Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: «L’Italia fu la
prima delle potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un
sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone».
«L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il
ristabilimento di un governo e istituzioni democratiche.»

Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del
trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popoìo italiano che fu protagonista? Forse
che un governo designato liberamente dal popoìo, attraverso l’Assemblea costituente della
Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico? La stessa domanda può
venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza «delle forze armate
italiane che hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania». Delle forze? Ma si tratta
di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del
Corpo italiano di liberazione, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e, last but non
least, dei partigiani, autori soprattutto dell’insurrezione del Nord. Le perdite nella resistenza
contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre centomila uomini tra
morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di
concentramento ed i cinquantamila patrioti caduti nella lotta partigiana.
Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando,devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto.

Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: «Un uomo, un
uomo solo ha voluto questa guerra», e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora
ministro della Guerra americano: «La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe
cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze». Me è evidente che, come la prefazione di
un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del trattato, e così bisognava ridurre,
attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della
cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che
seguono.
Infatti dei settantotto articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando,
cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si
ritiene già compensata coll’appoggio promesso all’Italia per l’entrata nell’Onu; compenso
garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l’esempio dell’Italia
antifascista. Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non
posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non
era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall’inizio da una
psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla
mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate. E…]

Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l’articolo 69 che concede ad
ogni potenza Alleata o Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani
all’estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite.
L’applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra
economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate soprattutto se – come non
dubito – si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro
argomento, in seno alle competenti commissioni. Così ancora all’articolo 62 ci si impone una
rinuncia contraria al buon diritto e alle norme inter -nazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi
credito derivante dalle convenzioni sul trattamento dei prigionieri. Logica conseguenza della
cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere
regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di
occupazione, previste all’epoca dell’armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul
fronte italiano. Ad esse il governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità
economiche, me nei modi che di tale capacità tengano conto.

In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere
che si facciano gravare sull’economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato
e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da
noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali paesi. Se le clausole
del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo
un falso perché l’Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50
per cento e del reddito nazionale di oltre il 45, ha già visto ridurre la sua capacità di
produzione fino al punto da non poter acquistare all’estero le derrate alimentari e le materie
prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l’insolvenza e la perdita
della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici
del Consiglio economico e sociale dell’Onu? […]

Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte
nella commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta
alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt’oggi
sotto propria bandiera agli ordini del Comando supremo del Mediterraneo, non può oggi, per
ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che
nello spirito degli accordi Cunningham-De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti
a restituzioni o compensi.

Signori ministri, signori delegati, per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in
una sintesi generale il pensiero dell’Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora
comparendo qui nella veste di ex nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano,
innanzi a voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per
contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler
intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad
un assetto più giusto del mondo.

Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente
contrastanti.

Da una parte egli deve esprimere l’ansia, il dolore, l’angosciosa preoccupazione per le
conseguenze del trattato, dall’altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel
superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi
strumenti di pace.

Tale fede nutro io pure, e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due
autorevoli colleghi, l’uno già presidente del Consiglio prima che il fascismo stroncasse
l’evoluzione democratica dell’altro dopoguerra, il secondo presidente dell’Assemblea
costituente repubblicana, vittima ieri dell’esilio e delle prigioni e animatore oggi di
democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell’Assemblea a cui spetterà di
decidere se il trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la
corresponsabilità senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popoìo italiano.

Signori delegati, grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda
ai conclamati fini della guerra, cioè all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli
liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di
inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni
paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una meta ideale. Non sostate sui labili
espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a
quella meta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla.

È in questo quadro di una pace generale e stabile, signori delegati, che vi chiedo di dare
respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popoìo lavoratore di 47 milioni è pronto ad
associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.

(Fonte:Istituto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” – Bologna –
www.istitutodegasperi-emiliaromagna.it).

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