Archive for the 'Come eravamo…' Category

mag 28 2010

Bologna: Gran Ballo Unità d’Italia

Nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e in particolare dell’annessione di Bologna all’Italia (1860-2010) particolare rilevanza viene ad assumere il Gran Ballo dell’Unità d’Italia, manifestazione di rilievo culturale e spettacolare giunta quest’anno alla sua quattordicesima edizione, che si svolgerà Sabato 29 maggio 2010 alle ore 21 in Piazza Carducci, nello spazio antistante il Giardino Monumentale.


L’evento, organizzato dall’Associazione Culturale 8cento, dal Museo Civico del Risorgimento, dal Comitato di Bologna dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e sostenuto dal Quartiere Santo Stefano e dalla Fondazione del Monte, vedrà come ormai d’abitudine la partecipazione di cento danzatori in costume d’epoca che, diretti da Alessia Branchi, daranno vita a Valzer, Quadriglie, Contraddanze, Mazurke e Polke coreografate per l’occasione.


Un tuffo nel passato, un museo vivente basato sulla sceneggiatura, scritta sulla base di documenti d’epoca. Siamo a Bologna nel 1860: in seguito alla richiesta del generale Garibaldi per la raccolta di un milione di fucili per i volontari italiani, viene realizzata una grande Festa da Ballo guidata dal maestro Luigi Giovetti, che aveva una scuola di danza       in via Santo Stefano.

La presentazione dell’iniziativa a Palazzo D’Accursio

Il ballo del 2009 presentato dall’Associazione 8Cento


Lo spettacolo è diviso in due parti: la prima è ambi entata nella scuola di danza del maestro Giovetti, la seconda ricostruisce la festa vera e propria. Animata da cortei e danze, accompagnata dalle musiche della Banda Puccini – D.L.F. Bologna, la Festa culmina con la rappresentazione della consegna dei fucili.


Per la giornata del Gran Ballo il Museo Civico del Risorgimento effettuerà un’apertura straordinaria dalle ore 19 alle 22.30 con servizio di visite guidate gratuite.

Info: museorisorgimento@comune.bologna.it

Tel. 051.225583

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mag 21 2010

Bologna: “Don Vito” alla Feltrinelli

Oggi, venerdì 21 maggio 2010 alle ore 18:00, presso la Libreria Feltrinelli a Bologna in Piazza Ravegnana, è avvenuta la presentazione del libro “Don Vito” di Massimo Ciancimino e Francesco La Licata.

Sandro Ruotolo (“Anno Zero” – Rai) ha presentato quest’ultima fatica letteraria; al tavolo del dibattito era presente, oltre all’autore, anche Libero Mancuso.

Alcuni passaggi della presentazione

Massimo Ciancimino, nato a Palermo 47 anni fa è il minore dei figli maschi di Vito Ciancimino, uno dei politici più discussi e chiacchierati, nonchè processato per le accuse di collusione con la mafia. Non ancora diciottenne, Massimo, venne scelto dal padre come suo segretario, aprendogli così la conoscenza diretta dei misteri della doppia vita del sopranominato “sindaco dei corleonesi”.

Incarico svolto sino alla denuncia e conseguente arresto maturato per l’accusa di aver riciclato il tesoro del padre, di dubbia provenienza. Condannato a cinque anni e mezzo, con pena poi ridotta a tre anni e cinque mesi in appello, da oltre un anno sta collaborando con la Magistratura per aiutare a fare chiarezza tra i rapporti allora esistenti tra mafia e politica in Sicilia.

Stefano Zanerini

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set 12 2009

Golpe in Cile

11 settembre 2009

Cile. Martedì 11 settembre 1973 il golpe contro Salvatore Allende

Oltre all’attentato alle Torri Gemelle a New York l’11 settembre è legato anche ad un altro tragico avvenimento, il ‘Golpe cileno’. Mentre in tanti oggi hanno commemorato l’11 settembre ‘americano’ in pochi hanno ricordato quello ‘cileno’. Stamani il capo dello stato cileno Michelle Bachelet ha commemorato il 36esimo anniversario del ‘golpe cileno’ attuato dai militari nel 1973 contro la democrazia nel Paese e contro l’allora presidente socialista Salvador Allende. Un golpe che avvenne l’11 settembre 1973 e fu un evento fondamentale della storia del Cile portando al potere i militari e in particolare il generale Pinochet, che costituirono la ‘ Junta’. Allende aveva vinto le elezioni presidenziali del 5 settembre 1970. Ponendosi alla guida di una coalizione di sinistra, la ‘Unidad Popolar’, sconfisse di misura il candidato della destra Jorge Alessandri. Il suo fu il primo governo di sinistra democraticamente eletto in Sudamerica. Il programma di Allende si basava sulla nazionalizzazione dell’economia, ma gli Stati Uniti, che in Cile avevano interessi legati principalmente alla produzione di rame, non restarono a guardare e…..

golpe in cile 1

Tutto cominciò all’alba quando i caccia bombardarono il palazzo presidenziale della Moneda a Santiago e la marina che si ammutinava a Valparaiso. Poi l’assalto dei carri armati del generale Augusto Pinochet e tutto terminò con la morte di Allende. Chiudendo di fatto nel sangue l’esperienza democratica di ‘Unidad popular’ la coalizione che aveva portato le sinistre al governo in Cile. L’episodio che tutti ricordano bene è l’assalto dei golpisti al palazzo presidenziale e la sua strenua difesa da parte dei pochi fedelissimi del presidente Allende che inutilmente tentò di contattare Pinochet credendolo un suo fidato generale e senza sapere che invece il generale era a capo dei golpisti. Allende morì nel corso dell’assedio. Le cause della sua morte sono rimaste incerte e controverse. Fin da subito si disse che Allende si era suicidato con il fucile mitragliatore che stava utilizzando durante l’assedio, un’arma a lui molto cara perché regalo personale di Fidel Castro, ed un’autopsia avallò la tesi del suicidio. Però in tanti furono quelli che sostennero che il presidente fosse stato assassinato dai golpisti durante l’irruzione finale all’interno del palazzo. Dopo alcuni anni il medico personale di Allende, che era con lui al momento dell’assedio, diede in un’intervista trasmessa negli anni ‘80 dalla televisiva televisione Rai nel corso del programma ‘Mixer’di Giovanni Minoli una versione dettagliata dell’accaduto.

golpe cile allende_salvadorSalvador Allende

Secondo il suo racconto Allende si suicidò dopo aver ordinato ai suoi di abbandonare la difesa del Palazzo presidenziale. Con la presa del potere dei militari nel Paese iniziarono 17 anni di dittatura militare e di terrore in cui uccisioni di massa, torture e deportazioni saranno all’ordine del giorno. Inizialmente la ‘Junta’ che prese il potere era formata da 4 capi: oltre a Pinochet generale della fanteria, c’erano i generali Gustavo Leigh Guzman dell’aviazione, Josè Toribo Merino Castro della marina, e Cesar Mendoza Duran dei carabineros. I capi del golpe si accordarono subito per una presidenza a rotazione e nominarono Pinochet capo permanente della giunta militare. Quando la giunta fu al potere, Pinochet ne consolidò ben presto il controllo, prima mantenendo la guida solitaria della giunta e poi venendo proclamato Presidente della Repubblica. Il generale poi si mosse per consolidare il suo controllo contro ogni opposizione. Due giorni dopo il golpe, il 13 settembre, sciolse il Congresso e lo Stadio Nazionale divenne un’immensa prigione a cielo aperto in cui la ‘Junta’ imprigionò gli oppositori. Una stima per difetto enumera le persone arrestate negli anni che seguirono il golpe a circa 130mila. Mentre il numero dei ‘scomparsi’ raggiunse le migliaia nel giro di soli pochi mesi. Gran parte delle persone arrestate erano stati sostenitori di Allende. La ‘Junta’ dichiarò fuorilegge tutti i partiti che avevano fatto parte di Unità Popolare. Il presidente cileno Bachelet ha oggi ricordato Allende come il simbolo di un popolo che non rinuncia alla sua libertà ed un esempio universale’. La cerimonia commemorativa si è svolta nel cortile del ‘Palazzo della Moneda’, alla presenza di 250 invitati, tra i quali anche dei collaboratori di allora dell’ex capo dello Stato. Un intervento bellissimo quello della presidente Bachelet, che ha trattenuto a stento le lacrime in vari passaggi del suo brillante intervento. Un discorso concluso con le stesse parole con le quali Allende concluse il suo discorso di addio, trasmesso ai cileni da Radio Magallanes, mentre l’edificio era attaccato dai golpisti: “Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori”. Alla vigilia dell’ anniversario si temevano incidenti come quelli scoppiati negli anni precedenti tanto che il governo ha mobilitato circa 3mila uomini del corpo dei ‘Carabineros’. Ma per fortuna non si sono verificati che sporadici incidenti.

Ferdinando Pelliccia

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giu 02 2009

E’ nata la Repubblica Italiana

Così titolava il Corriere della Sera del 2 giugno di 63 anni fa.

Era il 1946.

corsera

L’Italia usciva dagli orrori della guerra e aveva bisogno di sorridere e di facce pulite.

Abbiamo mantenuto quelle premesse?

Retorica la domanda. Scontata, malinconica ed inevitabile la risposta.

(Fonte : http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com)

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giu 02 2009

ANNA FOUGEZ

Omaggio ad una grande artista del Sud: Anna Fougez, stella del Varietà che dominò la scena mondiale per 40 anni. Nata a Taranto nel 1894, concluse i suoi giorni nel 1966 in un’altra città di mare, Santa Marinella in provincia di Roma che, forse,le ricordava la città natale con la trasparenza del suo mare.

(Fonte : http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com)

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mag 09 2009

RICORDO DI GIUSEPPE IMPASTATO

Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978

… nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio privata autofinanziata, con cui denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.

… dal sito del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” – Onlus
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“L’ignoranza è nemica della vita”

Organizzatore::
Roberto Morgantini
Tipo:
Rete:
Global
Inizio:
sabato 9 maggio 2009 alle ore 0.00
Fine:
venerdì 15 maggio 2009 alle ore 0.00
Luogo:
OVUNQUE
Città/Paese:
Bologna, Italy
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mar 24 2009

BRIGANTI… la “sorpresa” per papa giru

(clicca sull’immagine per vederla a grandezza naturale)

Questo invece un video “cult” emozionante. Dalle immagini alla colonna sonora riesce a trasmetterti il malessere di quell’epoca inquieta!
Tratto da
“Li chiamarono… briganti!” Film diretto nel 1999 da Pasquale Squitieri e che ha come protagonista il brigante lucano Carmine Crocco (il generale dei Briganti)
http://it.wikipedia.org/wiki/Carmine_Crocco

Il film, seppur criticato e di difficile reperibilità, riscuote un grande successo nelle università e nei convegni, dove trova estimatori che vanno aldilà del buonismo politico.(da wikipedia)

Due figure molto simili quella di Papa Giru e di Carmine Crocco, anche se vissuti in anni diversi, seppure entrambi in epoca ottocentesca. Infatti la figura di Papa Giru riempie le cronache grottagliesi del tempo nel primo ventennio dell’800, mentre troviamo la figura di Crocco nel secondo ventennio nella vicina Basilicata. Entrambi tuttora al centro di pareri discordanti, vengono considerati banditi e carnefici per alcuni e eroi popolari per altri.

(Fonte : http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com)

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mar 23 2009

Taranto di tanti anni fa…

Abbiamo scovato in rete  questa retrospettiva di una Taranto “senza diossina”….

Il merito dell’amarcord,anche se tra le immagini e l’autrice non c’è una diretta proporzione epocale,è di Angela Ferilli,che alterna alla passione per la scrittura di romanzi,quella per i video…

Buona visione…

MDG

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feb 02 2009

Per non dimenticare… Qualche nota sull’Archita

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Il 1873/74 ed il 1874/75 furono per l’Archita gli ultimi anni nell’atrio del Seminario, dove in primavera, come avrebbe ricordato anni più tardi un altro preside dell’Archita, Eduardo De Vincentiis (niente a che vedere col padre domenicano autore della ricordata Storia di Taranto), una lussureggiante vegetazione di pomodori, ortaggi e cocomeri allietava la vista.
La nuova sede del Ginnasio sarebbe stata il Palazzo Orfanotrofio, come allora veniva chiamato, ovvero l’odierno Palazzo degli Uffici, dove l’ultracentenario Liceo è tuttora, seppure a dispetto di qualcuno, allocato.
Già nel maggio 1875 la Giunta municipale aveva deliberato l’apertura di un Convitto da affiancare al Ginnasio, Convitto che fu impiantato proprio nel Palazzo Orfanotrofio.
Il 1° gennaio 1876 anche l’Archita lasciava il Seminario e passava oltre il Canale navigabile, in quel nascente Borgo la cui prima casa d’abitazione, sul Corso ai Due Mari, era stata eretta dal cospiratore antiborbonico e ricco possidente Domenico Savino nel 1869.

L’Archita al Borgo
nel Palazzo Orfanotrofio

La storica sede dell’Archita (…) merita qualche cenno. Le sue fondamenta furono gittate – regnante ancora il Borbone (Ferdinando IV, per la precisione, Re di Napoli, di Sicilia, di Gerusalemme, eccetera eccetera eccetera…) – nel lontano 1791, la destinazione era ad orfanotrofio militare; la costruzione rimase interrotta a parte del solo pianterreno dalla rivoluzione napoletana del 1799 e dalla traversìe e vicissitudini di quello che dopo l’intervallo napoleonico e murattiano si sarebbe chiamato Reame delle Due Sicilie, sicché soltanto nel 1872 (proprio mentre l’Archita nasceva), su progetto e a cura dell’ingegner Giovanni Galeone, ne furono ripresi i lavori, ultimati nel 1896, quando da tempo, cioè, vi si erano insediate più scuole, e dopo un drammatico crollo, il 31 dicembre del 1893.
“Ma i lavori di rifinitura e di arredamento – scriveva il preside Medori nel 1972 su Galaesus – si protrassero ancora, perciò l’inaugurazione ufficiale venne fatta il 28 giugno 1892. Tenne il discorso ufficiale il funzionante Sindaco Alessandro Criscuolo. Con le Autorità e le varie rappresentanze erano presenti le scuole in festa, prima fra tutte le scolaresche dell’Archita, alle quali ad un certo momento l’oratore in special modo rivolse le sue alate parole: <… Venga la nuova scuola: qui il fulgido pensiero del vero, qui le alte e pure ispirazioni dell’arte! (…) Oh! Archita, filosofo, legislatore, elleno fra gli elleni, o padre nostro sapiente, divinatore e buono, tu, oggi, ritorni in mezzo a noi. L’ombra sua torna, ch’era dipartita>”.

Oltre all’Archita e al suo Convitto, anche la Regia Scuola Nautica fu trasferita nel 1876 nel Palazzo Orfanotrofio, ma l’anno seguente fu soppressa; in suo luogo sarebbe nata nel 1879, ereditandone anche il misero arredo scolastico, la Scuola Tecnica.
Per soli convittori, fu insediata in Palazzo Orfanotrofio anche una scuola elementare preparatoria al Ginnasio. Il resto del palazzo era usato come caserma militare, oltre ad ospitare alcune botteghe.
Quanto al pianterreno del Seminario, lasciato libero dall’Archita, vi si insediarono le scuole elementari, diurne e serali, dirette prima dal sacerdote Cataldo Foresio poi da Eduardo De Vincentiis, fino al 23 giugno del 1889, quando tutte le elementari della Città Vecchia furono concentrate a Palazzo Amati, che fu ribattezzato edificio scolastico Vittorio Emanuele.

La stagnante economia tarantina veniva intanto smossa dalla prima delle istituzioni che dovevano accompagnarne e condizionarne in epoca contemporanea la vita e lo sviluppo, anche urbanistico e sociale: la Regia Marina, che nel 1865 aveva iniziato i lavori di realizzazione della base navale (Taranto fu da allora sede di Dipartimento navale) e del Canale navigabile in luogo del “Fosso” scavato dagli Aragonesi in quel naturale avvallamento del quale già aveva approfittato Annibale per far uscire per via di terra, su rulli, la flotta tarantina sua alleata, imbottigliata dai Romani padroni dell’acropoli in Mar Piccolo; in fase avanzata di progettazione era poi l’Arsenale, istituito con legge del 1882 ed inaugurato nel 1889.

Nel 1875 Ferdinando Gregorovius, insigne storico ed umanista, visita Taranto, rimanendone scandalizzato, come molti altri viaggiatori fra Settecento ed Ottocento: “la patria d’Archita – nota tra l’altro – non ha neppur più biblioteca, per piccola e meschina” (allora come sostanzialmente adesso, purtroppo, perché la Acclavio non è certo adeguata alle esigenze di una grande metropoli del XXI secolo, e la pur ricchissima biblioteca dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, ventimila fra volumi e riviste, è ovviamente estremamente specializzata, così come quella apprezzabile della Soprintendenza archeologica).
Gli istituti di istruzione sono il Ginnasio comunale Archita e la Regia Scuola Nautica, che sta purtroppo per spirare, suscitando già verso fine Ottocento rimpianti. E’ una scomparsa (1877) da collegare alle difficoltà del porto commerciale, mentre la vocazione marittima di Taranto sembra affidata esclusivamente alla Regia Marina.

La decretata elevazione di Taranto a sede del II Dipartimento navale, precedentemente di stanza a Napoli, il rafforzamento delle strutture militari per ospitare la flotta, la realizzazione – in uno degli angoli più incantevoli e più interessanti anche archeologicamente del golfo interno, con conseguenti stravolgimenti e distruzioni – dell’Arsenale, marcano fortemente lo sviluppo del Borgo, al di là di quel Fosso divenuto ormai Canale navigabile.
Se le proteste e le mene napoletane portano allo sdoppiamento del Dipartimento navale (il II rimane a Napoli, a Taranto se ne istituisce un III), non perciò la presenza ed influenza della Regia Marina vengono a Taranto sminuite, come si noterà dallo stesso impianto urbanistico (condizionato dal Palazzo degli Uffizi, come comincia ad essere chiamato a fine Ottocento, dopo le ristrutturazioni, il Palazzo Orfanotrofio, la più significativa comunque delle preesistenze edilizie, e in seguito dall’Arsenale e dal suo muraglione) nonché, in sottordine, da alcune vicende inerenti il nostro tema, l’istruzione.

Nel 1877 con la legge Coppino si vara in Italia l’istruzione obbligatoria, la cui evasione è a Taranto fortissima. Il Comune è povero, l’Amministrazione provinciale di Lecce è – non solo geograficamente – distante; pure, le autorità municipali si impegnano nel garantire almeno – Ginnasio Archita a parte, che rimane comunque il fiore all’occhiello, il più grande investimento culturale della comunità tarantina – l’istruzione di base: come riporta il periodico locale La Sentinella, nel 1892 il Comune riceverà “la grande medaglia d’argento per la istruzione primaria e popolare” per gli sforzi e le risorse destinati al tal fine nell’ultimo decennio dell’Ottocento (una spesa media annua di 158mila lire, mentre capoluoghi di Provincia come Avellino, Benevento, Como, Siracusa, Chieti, Pisa ne avevano di oscillanti fra le 20 e le 22mila, come rileva il prof. Conte su Galaesus nel 1969).
Perno di questa strategia è la ristrutturazione dell’Asilo infantile, decretato nel 1860, realizzato nel 1871 e che dal 1884 viene considerato istituto di educazione infantile, non più semplice istituto assistenziale, ed ospita bambini “poveri” di età fra i 3 ed i 7 anni.
Nel 1900, cedendo alla richiesta degli ormai accresciuti abitanti del Borgo, che trovavano scomodo attraversare il ponte girevole (realizzato nel 1887 e retoricamente battezzato, a metà fra il pomposo e lo strapaesano, “Cataldo Umberto I”, coniugando il nome del santo protettore ed antico vescovo della città con quello del regnante monarca sabaudo), se ne realizza una seconda sezione in piazza Giordano Bruno (attuale piazza Maria Immacolata, anche se nessun tarantino verace di una certa età la chiama così, così come nessun romano chiamerebbe piazza Esedra col suo “nuovo” nome – si fa per dire, ha ormai più di cinquant’anni… – di piazza della Repubblica), presso le Figlie della Carità.
L’Asilo si salda così, in un progetto educativo continuo, alle Scuole Elementari; dopo di queste si propone il bivio fra Ginnasio e Scuola Tecnica. Quanto agli iscritti, erano 317 divisi in 7 aule nel 1887, mentre nel 1900 (anno dello sdoppiamento) erano diventati ben 1.000, suddivisi in 14 aule.

La Scuola Tecnica ha preso nel 1879 il posto della Regia Scuola Nautica (soppressa due anni prima) in Palazzo Orfanotrofio; verrà parificata nel 1887 e nel 1893 avvierà un corso di Agraria ed Enologia.

Nel 1882/83, con grande scandalo dei benpensanti e dei bacchettoni, una signorina fa il suo ingresso nel Ginnasio Comunale Archita: Adalgisa Orlandi. Si segnala per profitto, e perfino il provveditore di Lecce, pur invitando alla cautela per future ammissioni di Signorine (con la maiuscola) in scuole considerate “maschili”, si compiace del fatto che la ineccepibile moralità di studenti e docenti dell’Archita abbia potuto ispirare una “così nobile fiducia” nei genitori della Adalgisa. Nonostante le prudenze e le remore del provveditore, le studentesse invece aumenteranno, così come cresceranno complessivamente gli studenti.

Nel 1883 si forma la prima classe liceale (ce n’è voluto di tempo! Undici anni scolastici!), e dunque l’Archita diventa Ginnasio-Liceo Classico, ed il Comune approva ufficialmente l’ingresso delle “giovanette” nell’istituto (ed il ministro Baccelli benedirà per telegramma questa decisione); nel 1884 – dopo una crisi la cui portata ci sfugge, ma che aveva minacciato di travolgere la giovane scuola – leggiamo sul giornale tarantino Il Rinnovamento (in data 21 aprile) che “sembra che tutti gli inconvenienti verificatisi al Convitto Archita si siano eliminati. Ci si assicura che tutto cammini oggi regolarmente; la disciplina è ristabilita, l’appaltatore per il vitto si è messo in regola, e tutti, dal vice Preside ai Professori, ai Bidelli, adempiono scrupolosamente ai loro doveri. Ciò ci rallegra, poiché nessuno ignora quel che si è fatto per ottenere il pareggiamento, nessuno ignora i sacrifici, a cui il paese si è sottoposto per vedere progredire questo benedetto Ginnasio”. Il 1884/85 è anche l’anno in cui il Ginnasio-Liceo viene pareggiato. Sempre nel 1884 (data importante: Antonio Rizzo fonda La Voce del Popolo, che durerà fino al 1976, accompagnando e commentando nel bene e nel male le vicende tarantine, con tutti i pregi e i difetti del pubblicismo jonico; si apre finalmente in Taranto la sezione della Banca d’Italia) debutta alla presidenza, ma come facente funzione (tornerà come preside effettivo nell’anno scolastico 1896/97), un controverso personaggio, che però getterà le basi del grande sviluppo dell’Archita: Eduardo De Vincentiis, massone e mangiapreti, gran cumulatore di incarichi (tutti retribuiti), sospettato anche di qualche disinvolta confusione fra il bilancio domestico e quelli del Convitto nazionale e del Ginnasio Liceo Archita che reggeva ambo e dove in assoluta gratuità aveva messo su casa, come sarcasticamente rileverà nel suo romanzo sull’Archita, Quinta Classe, l’ex-alunno Cesare Giulio Viola.

Come presidi dell’Archita (o meglio, fino alla regificazione, direttori) si alternarono Vincenzo Boccieri, scomparso nel febbraio 1883 (sotto la sua direzione, con Decreto Ministeriale del 20 settembre 1882, fu effettuato il pareggiamento provvisorio dell’Archita); De Vincentiis come direttore facente funzioni (sotto la sua direzione, il 9 marzo 1884, l’Archita ottenne il pareggiamento definitivo); dal 1885/86 la direzione fu assunta da Pietro Pellizzari (nel corso del suo mandato, con l’anno scolastico 1886/87, fu istituita la terza liceale e quindi il Liceo Ginnasio arrivò a completezza). Alla fine dell’anno scolastico 1888/89 scomparve il prof. Pellizzari, proprio mentre, con Regio Decreto del 23 luglio 1889, veniva decretata, a partire dal 1° ottobre 1889, la regificazione dell’Archita, che assumeva quindi nome e qualifica di Regio Liceo Ginnasio, così come il Convitto diveniva Convitto nazionale. Primo preside governativo del’Archita fu, a partire dal 1889/90, il prof. Pasquale Celli; dal 1892/93 Giovan Battista dal Lago e, dal 1896/97, Eduardo De Vincentiis, sotto la cui direzione provvisoria il Liceo era stato definitivamente pareggiato.

Nel medesimo 1889 Palazzo Amati, un grande edificio intitolato per l’occasione a Vittorio Emanuele, ed oggi sede del corso di laurea in Maricoltura della Facoltà di Veterinaria, raccoglieva sul lungomare della Città Vecchia (la “ringhiera”) le varie classi delle Scuole Elementari, diurne e serali; altra Scuola Elementare, intestata a Pitagora, si apriva nel Borgo. Dal 1906 al 1927, quando l’edificio fu malauguratamente espropriato per essere demolito (come nel 1929 il teatro Alhambra; e da allora Taranto, questa nostra Taranto “che si rinnova autodistruggendosi”, come deprecava Antonio Rizzo, non ha mai più avuto teatri…), onde consentire la costruzione di quel mastodontico Palazzo del Governo del quale i futuristi dissero peste e corna su una delle loro coraggiose riviste (per la precisione su Futurismo del 1° gennaio 1933, in cui si deprecano – a firma di Bruno La Padula – tre brutture: la sistemazione di piazza Castello; la costruzione sul “meraviglioso” canale navigabile di un palazzo “degno di una repubblica centro-africana” e per l’appunto il Palazzo del Governo), la Scuola Elementare del Borgo fu allocata nel primo piano del cosiddetto “casino Carducci”. Da un contratto di sub-locazione da parte del Comune rileviamo – riporta Giovangualberto Carducci su Cenacolo nel 1989 – che “la parte di detto piano si compone di nove vani, ritirata, corridoio e terrazza, con pavimenti regolari senza alcuna rottura di quadrelli, con pareti incartate e colorate, serramenti in legno ed a vetrate, con relative serrature e corrispondenti chiavi”.

Sempre nel 1889 arriva a Taranto il telefono: ma resta un marchingegno sconosciuto al Municipio ed ai suoi uffici, cosa che suscita la palesemente non disinteressata protesta de La Sentinella, giornale legato agli interessi economici di Cacace, l’imprenditore-affarista, trafficante in antichità illegalmente sottratte allo Stato, titolare, fra mille altre attività, anche della locale compagnia telefonica, e che, suocero di Luigi Viola, avrebbe oppresso il celebre archeologo, provvedendo anche a sfasciargli la famiglia.

E ancora, nel 1889, alla augusta presenza di Sua Maestà il Re Umberto I, veniva inaugurato l’Arsenale, il cui centenario sarebbe stato celebrato in età repubblicana con la emissione di una moneta commemorativa da duecento lire, di quelle color oro, in memoria forse delle coniazioni – in oro puro, quelle, però – di Taras all’epoca dei condottieri, quando occorreva pagare i mercenari con valuta forte.
Per edificare l’Arsenale, oltre a distruggere villa Capecelatro ed a sventrare la rada di Santa Lucia, fu edificato quel muraglione che ancor oggi impronta di sé il Borgo (ed oltre) ed amputa quasi totalmente di vista e godimento di uno dei suoi mari, il Mar Piccolo, la moderna Taranto.

Giuseppe Mazzarino, da “Nel nome d’Archita. La scuola e l’istruzione in Taranto
dall’Unità d’Italia”, in “Cenacolo”, rivista della sezione tarantina
della Società di Storia patria per la Puglia, fasc. XVII, 2005

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gen 30 2009

Cronache degli anni 70 – P. Ernetti: la macchina del tempo

ernetti Monday 08 March 2004 – 08:19

di Paolo Benetollo

Tra le invenzioni mitiche che potrebbero rivoluzionare la vita degli uomini,la macchina del tempo è quella che da sempre ha affascinato geni,inventori e ovviamente scrittori di tutte le nazionalità e di tutte le epoche storiche.E negli anni settanta sembrò che tale possibilità potesse passare da un piano teorico a quello pratico. Per merito di un uomo, Pellegrino Alfredo Maria Ernetti. Non un uomo qualsiasi, ma un autentico erudito,e cosa più importante, un prete.Si, perché si trattava di un monaco benedettino, con fama di esorcista e studioso di musica, conosciuto pertanto a livello internazionale, titolare dell’ unica cattedra al mondo di musica prepolifonica. La notizia esplose come una bomba quando la Domenica del corriere, nel numero 18 del 2 maggio 1972, riportò il testo di un’intervista fatta a Padre Ernetti sugli esperimenti eseguiti con altri fisici (tra i quali và citato Enrico Fermi) circa 30 anni prima, che avevano portato alla costruzione di un apparecchio denominato macchina del tempo, capace di trasportare indietro lo spettatore nel tempo, come se stesse guardando la tv, in un qualsiasi punto scelto fra la miriade di avvenimenti passati. Padre Ernetti parlò della sua rivoluzionaria invenzione con l’ inviato del settimanale,Vincenzo Maddaloni, spiegandogli nel dettaglio sia come era giunto alla costruzione dell’apparecchio, sia le cose alle quali aveva assistito nel corso della sperimentazione del apparecchio. Raccontò di aver ascoltato e visto un discorso di Mussolini, di aver visto Napoleone Bonaparte mentre pronunciava il discorso sull’abolizione della repubblica della Serenissima..L’apparecchio miracoloso era costituito da una serie di antenne, utili a sintonizzarsi sull’ avvenimento prescelto, funzionante sullo stesso principio utilizzato dagli astronomi per osservare il collasso delle stelle e delle galassie, basato sull’ipotesi che tutto quello che accade si trasforma in onde visive, che, lungi dal distruggersi, si trasformano in una fonte di energia che rimangono in una sorta di cappa che avvolge il pianeta, eterne ed immutabili. Suono e luce,quindi, che una volta prodotti non sono più riconoscibili dall’ uomo, ma che diventano energia. L’uomo lascia una scia, i suoi suoni fanno lo stesso, e tramite la macchina del tempo è possibile riassemblare il tutto. Ma vediamo un frammento della dichiarazione di Padre Ernetti :” “Tutta la nostra fisionomia è energia visiva che si sprigiona da noi, dalla nostra epidermide, e tutte le parole che noi diciamo sono energia sonora. Ora, ogni energia, una volta emessa, non si distrugge più semmai si trasforma, però resta eterna nello spazio aereo. Occorrono strumenti che captino queste energie e le ricostruiscano in maniera tale da ridarci la persona o l’evento storico ricercato: quindi noi avremo tutto il presente nel tempo e nello spazio”.Questa è una parte della spiegazione di Ernetti, che, almeno nella teoria,è accettabile. Un pò meno comprensibile è l’assoluto silenzio sui fisici che avrebbero partecipato al progetto cronovisore: oltre a Fermi, Padre Ernetti confermò solamente il nome di Werner Von Braun. Per rendere più credibile l’invenzione, Padre Ernetti raccontò di aver assistito alla rappresentazione del Thyeste, opera scritta da Ennio Quinto, attorno al 170 a.C., alla quale aggiunse le parti mancanti, che erano state ottenute grazie alla registrazione effettuata durante la sua rappresentazione grazie al cronovisore, avvenuta al cospetto degli antichi romani presso il tempio di Apollo, situato fra il Foro e il circo Flaminio. Alla domanda sul perché non avesse ancora rese pubbliche le risultanze dei suoi esperimenti, Padre Ernetti rispose testualmente ” Renderemo noto tutto quando ci sarà una controprova ai nostri esperimenti.Gli americani stanno tentando anche loro di scoprire quello che noi abbiamo già scoperto. Soltanto allora, quando noi potremo confrontare i risultati delle nostre esperienze con le loro, potremo dare notizia ufficiale della scoperta.”.Aggiunse che era una scoperta pericolosa “Perché toglie la libertà di parola, di azione e di pensiero infatti, anche il pensiero è una emissione di energia, quindi è captabile.Si potrà, cioè, per mezzo della macchina, sapere quello che il vicino o l’avversario pensa. Le conseguenze sarebbero due: – o un eccidio dell’umanità – oppure, cosa difficile, nascerebbe una nuova morale. Ecco perché è necessario che questi apparecchi non diventino alla portata di tutti, ma restino sotto il controllo diretto delle autorità.”In definitiva, mistero e silenzio sulla scoperta in attesa che i tempi fossero maturi. Ma la parte più importante dell’ intervista,quella più sconvolgente,riguardava la visione e la registrazione avvenuta, tramite il cronovisore, della passione e della morte di Gesù Cristo. L’ intervistatore propose a Padre Ernetti una foto di Cristo dicendogli: ” Padre Ernetti,questa è una foto di Gesù ripresa dalla vostra macchina.Lei cosa può aggiungere,che commento può fare?” Padre Ernetti ” guardò la foto, sorrise compiaciuto e disse: Verrà il tempo in cui potrò parlare”. La foto del Gesù ( che è tra i documenti fotografici allegati al presente) sarà un punto determinante per il futuro della nostra storia. Vedremo in seguito perchè. Nel frattempo si sviluppò una vera e propria caccia a Padre Ernetti. Che però rifiutò categoricamente di concedere altre interviste o di commentare gli sviluppi della sua invenzione. Ma passano pochi giorni e c’è il primo colpo di scena. Un lettore del Giornale dei misteri manda allo stesso una copia del crocefisso ligneo di Cullot Valera, venerato nel santuario di Collevalenza (Todi). La somiglianza delle due immagini è impressionante, lo si può notare dalle due foto allegate all’articolo. Ma la cosa sarebbe poi stata smentita dallo stesso Padre Ernetti qualche anno più tardi, quando in risposta ad uno dei suoi principali contestatori, il Professor Borello disse che “Il nostro Cristo fu captato nel 1953, mentre quello di Collevalenza venne realizzato circa sei anni dopo; e quando madre Speranza lo vide nella nostra foto, fece salti di gioia, perché corrispondeva a quello della sua visione: questi sono fatti storici”. Altra contestazione riguardò la trascrizione del Thyestes. Una classicista dell’università di Princeton, riconosciuta universalmente come la massima autorità competente sul testo di Ennio Quinto, spiegò come le aggiunte al testo originale non potessero considerarsi autentiche, contenendo molte parole che nel linguaggio latino sarebbero subentrate oltre 200 anni dopo. Le contestazioni violente,unite probabilmente a moniti ricevuti dal Vaticano, ebbero l’unico risultato di far chiudere Padre Ernetti in un totale mutismo. Con il passare degli anni la notizia della scoperta passò nel dimenticatoio, e attorno alla vicenda scese un silenzio quasi totale. Interrotto da Don Luigi Borello, suo primo antagonista all’epoca dei fatti, con un’intervista concessa nel 1999 al settimanale Chi. In questa intervista Don Borello ammette di aver cambiato idea su Padre Ernetti nel corso degli anni, grazie anche al contributo dato dallo stesso con una lunga lettera nella quale confermava l’esistenza sia dell’apparecchio sia delle visioni ricavate da esso : “”L’esistenza dell’apparecchio (la macchina del tempo) è una sacrosanta verità,”Che si abbia captato (con quella macchina) tante cose del passato è pure una verità;che tra queste cose captate ci sia anche l’immagine di Gesù e il Thieste di Ennio è una verità”. Alla domanda sul dove fosse finita la macchina del tempo, Borello riferisce che Padre Ernetti l’aveva portata al Viminale per una dimostrazione, e che là era stata smontata. Alla domanda sull’attendibilità di Padre Ernetti,Don Borello risponde:”Tenendo conto che era un uomo di grande prestigio e per di più un sacerdote, che scriveva poi a un altro sacerdote e suo collega nelle ricerche scientifiche, è chiaro che non posso mettere in dubbio le sue affermazioni”. Ovviamente scienziati e studiosi,di fronte al totale silenzio opposto da Padre Ernetti alla richiesta sia di spiegazioni sia di dimostrazioni pratiche del funzionamento della macchina del tempo,bollarono il tutto come parto di fantasia. La vicenda venne a poco a poco dimenticata,e se ne parlò solo ed esclusivamente in alcuni convegni specializzati sulla parapsicologia, convegni ai quali Pellegrino Ernetti rifiutò sdegnosamente di partecipare. Ma la storia ha un seguito nei giorni nostri. Padre Francois Brune, teologo francese, pubblica il testo Le nouveau mystère du Vatican (“Il nuovo mistero del Vaticano”), nel quale riprende la storia di Padre Ernetti e della sua macchina del tempo arrichendola di nuovi e inquietanti particolari, aprendo nuovi scenari futuri. Nel libro Padre Burne racconta di come sia rimasto nel corso degli anni in contatto con Ernetti,( che morirà nell’aprile del 1994), raccogliendone le confessioni e in un certo senso la sua eredità spirituale. La macchina sarebbe realmente esistita, “Non solo era già funzionante, ma era già stato “sequestrato” dal Vaticano. Padre Emetti, spaventato dall’importanza incredibile della sua scoperta, si era confidato con i propri superiori e con le autorità vaticane. C’era stata una riunione segreta con il Papa e poi, di comune accordo, la macchina era stata ritirata e nascosta in Vaticano. A Padre Ernetti era stato imposto di non fare più pubbliche dichiarazioni su quell’argomento, ma non gli era stato proibito di parlarne con gli amici in privato e così mi confidò tutto”. Chi parla è Padre Brune, nella sua intervista citata al settimanale Chi. Sempre nel suo libro, rivela i retroscena della costruzione della macchina del tempo, avvenuta grazie anche all’ appoggio di Padre Gemelli dell’ università Cattolica. Il funzionamento della macchina venne verificato e sperimentato, nei modi raccontati all’inizio. Alla domanda “Esistono documentazioni di qualche tipo degli esperimenti?”, Padre Brune risponde così: “Padre Emetti mi ha detto che tutto quello che videro venne anche filmato. Nel filmato si è perduta la tridimensionalità, ma resta pur sempre un documento straordinario. Questi filmati furono poi mostrati a Papa Pio XII, ed erano presenti anche il presidente della Repubblica Italiana del tempo, il ministro dell’istruzione e vari membri dell’Accademia pontificia. Quindi molte persone hanno visto e constatato”. A quel punto sarebbe scattata una congiura del silenzio.Il Papa, membri del Vaticano e della politica, scienziati, avrebbero messo tutto a tacere, preoccupati dalle ripercussioni storiche e le ricadute sulla vita privata che l’invenzione avrebbe ottenuto. L’intervista si chiude con la domanda di rito: “Ma lei non ha nessun dubbio sull’invenzione e sul racconto di Padre Ernetti?” Lapidaria la risposta :” Nessun dubbio. Per avere dei dubbi in questo senso dovrei “calpestare” la serietà morale di un sacerdote straordinario, di uno scienziato eccezionale e di un grande amico. E io non ho nessunissimo appiglio per poter fare questo”. Una storia in cui si mescolano la scienza ai limiti dell’impossibile, oscure trame per nascondere un’invenzione che,se realizzata, farebbe riscrivere per intero tutta la storia dell’umanitàe una buona dose di fantasia. Quella che avrebbe portato un dotto musicofilo a diventare protagonista di una straordinaria storia. Quella narrata. * Un caloroso ringraziamento ad Alberto Roccatano per la squisita gentilezza dimostrata nel mettere a disposizione la sua mole di documenti sul caso. Paolo Benetollo PAGINE 70  [WM]

Questo articolo è pubblicato su PAGINE 70, il Portale italiano degli anni 70

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gen 19 2009

NOVANT’ANNI FA DON STURZO, UN RIFERIMENTO SEMPRE ATTUALE !

Parlamento Italiano – Senato della Repubblica
Sen. Luigi Sturzo
Luogo nascita Caltagirone
Data nascita 26 novembre 1871
Luogo morte Roma
Data morte 8 agosto 1959
Titolo di studio laurea in teologia
Professione sacerdote e politico
Partito DC
Legislatura I, II, III Legislatura
Gruppo Democrazia Cristiana
Senatore a vita
Nomina : Presidenziale
Data nomina : 17 dicembre 1952

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Don Luigi Sturzo (Caltagirone, 26 novembre 1871 – Roma, 8 agosto 1959) – sacerdote e politico italiano. – fonte delle note caratteristiche,
immagine e didascalia:www.wikipedia.org

(18 gennaio 1919 – 18 gennaio 2009)

Il 18 gennaio 1919 la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo lanciava l’appello ai ” Liberi e ai Forti” dando vita al Partito Popolare italiano.
In calce si riproduce l’appello poiché si ritiene che esso sia motivo di riflessione per tutti noi, evidentemente tenendo presenti le differenze tra il nostro tempo e quello di allora, ma in considerazione degli elementi di fondo che permangono e che possono ancora illuminare i nostri percorsi politici.

Avv. Patrizia Vrenna – patrizia.vrenna@dconline.info
 Vice-Segretario Politico Nazionale Vicario della Democrazia Cristiana

******************

Nel 1919 un sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo, analizzando le cause dell’insuccesso del movimento della prima Democrazia Cristiana, che attribuì essenzialmente nella impossibilità di realizzare un movimento partitico indipendente dall’autorità ecclesiastica, riuscirà a superare tutti gli ostacoli ideologici, portando con successo alla fondazione del Partito Popolare Italiano.
Il primo schema programmatico che illustrava “le idee ricostruttive” della Democrazia Cristiana, preparato da Alcide De Gasperi nella dura vigilia che precedette la caduta del regime autoritario del fascismo fu discusso ed approvato dal Comitato centrale del partito e diffuso
clandestinamente,con la firma di DEMOFILO (pseudonimo di
Alcide De Gasperi), durante l’occupazione nazional-socialista hitleriana dell’Italia negli anni 1943 -1945.
Alcide De Gasperi (1881 – 1954) era stato l’ultimo Segretario politico del Partito Popolare, fondato da Luigi Sturzo nel 1919, dal 20 maggio 1924 al 14 dicembre 1925.
Alla stesura originale del documento parteciparono nel 1942 e nei primi mesi del 1943 anche molti dei più vicini collaboratori di De Gasperi: il dott. Paolo Bonomi, il dott. Piero Campilli, l’avv. Camillo Corsanego, il prof. Guido Gonella, l’on. Achille Grandi, l’on. Giovanni Gronchi, l’avv. Stefano Riccio, il prof. Pasquale Saraceno, l’avv.Mario Scelba e l’avv. Giuseppe Spataro. Le riunioni redazionali si svolgevano a Roma a casa di Gonella, di Scelba e di Spataro.

*L’APPELLO AI “LIBERI E FORTI” DI DON LUIGI STURZO*

*Pubblichiamo integralmente l’appello ai “liberi e forti” del gennaio 1919, fatto dalla Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo.*

*Partito Popolare Italiano*

A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà.
E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della “Società delle Nazioni”.
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia – sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano – che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d’entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private.
E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma
della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.
Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agli individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della
sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l’incremento delle forze economiche del Paese, l’aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l’analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.
Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.
A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l’adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini – Avv. Giovanni Bertone – Stefano
Gavazzoni – Rag. Achille Grandi – Conte Giovanni Grosoli -
On. Dr. Giovanni Longinotti – On. Avv. Prof. Angelo Mauri -
Avv. Umberto Merlin – On. Avv. Giulio Rodinò – Conte Avv.
Carlo Santucci – Prof. D. Luigi Sturzo, *Segretario Politico*.

(Fonte : Avv. Patrizia Vrenna – patrizia.vrenna@dconline.info
 Vice-Segretario Politico Nazionale Vicario della Democrazia Cristiana)

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gen 19 2009

Vita quotidiana all’Archita. da “Ieri, 29 settembre”

archita-vista_archita_pzagaribaldi2testa-archita-a-coloriArchita da Taranto

…Preso che ebbero il potere all’Archita, gli Otto si diedero alla costruzione di un organico regime che sostituisse il caotico sistema istituzionale dell’anno precedente.
Padroni dell’Assemblea dei Rappresentanti (il “Parlamentino” del Liceo), vararono quell’anno, finalmente stampato e fuoriuscito dalle tenebre della clandestinità, il loro organo di informazione, il ferocissimo mensile studentesco La Sferza, le cui riunioni di redazione furono equiparate – anche grazie ad una mezza promessa estorta in proposito al preside – a sessioni dell’Assemblea, sì che gli organici redazionali si gonfiarono ben presto di numerosi amici del direttore e del redattore capo, che erano Giuseppe e Marcello, compagni di banco e di mandato assembleare.
Dopo l’elezione del presidente e dei suoi due collaboratori (un triumvirato composto da Giuseppe, Mimmo e Vito) e la nomina della segretaria dell’Assemblea (la bionda Caterina di III B), gli Ottimati constatarono che molti, troppi di loro restavano fuori degli organi elettivi; per alcuni si ovviò, come detto, inserendoli nella redazione della Sferza, che teneva le sue affollate riunioni per il solito in quelle che in III C erano ore di Latino e Greco; per altri, come per amici di altre classi, si dovette inventare qualcosa.
(…) Subdolamente, la direzione della Sferza soleva inviare a vendere il giornale nelle ultime classi, e in genere in quelle a prevalenza maschile, proprio Marina ed Elvira, che facevano il tutto esaurito anche grazie al fatto che Marina per prima introdusse all’Archita la minigonna, o ciò che all’epoca e nel luogo poteva passare per tale: in fondo si trattava di casti kilt solo un po’ corti ed appena lasciati lateralmente aperti spostando in alto lo spillone di sicurezza. Ma quando in quella guisa Marina saliva per le ripide rampe di scale del Liceo, i collassi cardiaci erano all’ordine del giorno fra i ragazzi che si attardavano tutti ad una mezza rampa di distanza, in basso. Elvira, che viveva in un clima ancora più rigido della media, doveva invece uscire di casa con gonnacchioni che avrebbero fatto la felicità anche degli integralisti islamici afghani; il kilt lo indossava a casa di una amica compiacente, se faceva in tempo, oppure nel bagno del Liceo. Ancora più stravagante era il suo approccio col trucco: prima di uscire di casa passava un dito nell’ombretto materno, col quale si truccava nel bagno del Liceo alla bell’e meglio; inutile dire che prima di tornare a casa con un fazzolettino di carta doveva rigorosamente struccarsi. Marina, per contro, con la complicità della madre, riusciva qualche volta ad indossare, sotto un cappottone nero da generale dei Cosacchi, addirittura gli shorts, anche detti all’epoca hot pants: aderentissimi e cortissimi pantaloncini bruttarelli anzicchennò ma eroticissimi, roba da infarto, che non risparmiavano qualche crisi di gelosia in Ganimedo, il bello del Liceo, che faceva degna coppia con la splendida Marina… La mora Marina e l’occhicerulea Elvira colpivano insomma al cuore maschietti e maschiacci (?) dell’Archita, causando un vero assalto alle copie della Sferza dalle due vendute.
Delle 27/29 ore settimanali di lezione appannaggio dei licei classici, la classe dirigente dell’Archita, quando andava male, ne subiva una ventina. Chi poi faceva parte dell’Assemblea, del suo Comitato Direttivo, della Sferza e dello staff dei Gruppi sportivi in classe si può dire – filoni per di più a parte – che non ci andasse mai.
Talora, nella comoda aula spesso vuota della IV E (che magari era in palestra o che, essendo bilingue, aveva disperso i propri alunni in altre classi durante le ore di Lingue), in fondo al terzo corridoio, lontano dalle classi liceali, gli Ottimati organizzavano the danzanti (spesso anche aranciate danzanti, prelevando il bottino dal limitrofo bar della scuola): coi più strani pretesti, evadevano dalle loro classi, si recavano in quelle amiche ove convocavano con le più assurde motivazioni amici e, soprattutto, amiche, ed al suono del mangianastri di Ada improvvisavano sontuosi ricevimenti mattutini. Quando la facevano troppo sporca, giungeva messaggero di sventure qualche bidello in IV E per richiamare tra i banchi chi era da troppo assente. Qualche volta bisognava obbedire, qualche altra, se ci si stava divertendo troppo o non si era studiato per niente, una semplice mancia bastava a far riferire che lo studente assente non era stato rintracciato, forse perché impegnato nell’espletamento di impellenti necessità corporali. Di fronte alle quali perfino i professori dovevano cedere il passo.

Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti” (Scorpione editrice, Taranto, 2007).

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gen 08 2009

La Sferza e il centenario dell’Archita, da “Ieri, 29 settembre”

“La Sferza del centenario”
Grandi cose bollivano in pentola per celebrare il centenario del Regio Liceo Ginnasio Archita il quel 1971/72 in cui gli Otto erano al potere nella loro III C e nel Liceo.
Anche se Moro, con gran dispiacere del preside – non ce l’aveva fatta a diventare Presidente del Consiglio, e dunque il Liceo non poteva vantare fra i suoi ex il Capo del Governo ma “soltanto” il ministro degli Esteri, le manifestazioni per il centenario si prospettavano tuttavia grandiose, con gran gioja del popolo architense, che pregustava le ore sottratte alle lezioni ed apprezzava l’apoteosi della propria Patria.
Nel clima entusiastico, spronati dal successo ottenuto l’anno innanzi col loro manoscritto e clandestino giornaletto, Giuseppe e Marcello, plebiscitati in classe e in Assemblea, concepirono il grandioso e megalomane progetto di portare a dignità di stampa La Sferza.
In ciò esortati dal buon Marcellino, si recarono a colloquio dal preside, con la speranza – non tanto segreta – di ottenere se non i fondi necessari almeno un congruo contributo. Il professor Orzori fu bensì largo di incoraggiamenti, fornendo anche il permesso di vendere il giornale nelle ore di lezione e di tenere in orario scolastico qualche riunione di redazione, ma di quattrini, dovendo già fare i salti mortali per le iniziative “ufficiali” del centenario, non ne scucì neppur uno.

Fu così che, a livello del tutto privato, nacque la società editrice della Sferza: Giuseppe Marcello e Marcellino versarono – con gran sacrificio personale, date le non proprio floride loro personali finanze – cinquemila lire a testa, e mille le mise un socio di minoranza, il buon Nicola della II C, celebre per le sue imitazioni di Bacone e De Peretta.
Gli altri cinque Ottimati non entrarono nella società, ma sottoscrissero tutti un abbonamento sostenitore di mille lire, dopo di che tutti si sguinzagliarono a caccia di abbonamenti, per i quali si riscuoteva, dietro promessa di almeno sei numeri del giornale, la modica cifra di cinquecento lire. Fra i primi a sottoscrivere gli abbonamenti furono, ovviamente, i quartini e le quartine, mentre nelle terze liceali, gelose del primato della III C, pressoché nessuno volle contribuire. A tempo debito, però, i maturandi sarebbero stati fra i più assidui acquirenti del fogliaccio maledetto.

Oltre che andare a caccia di abbonamenti – possibilmente da parte di ginnasiali o liceali bone – il direttore, il redattore capo e l’amministratore delegato (e cioè Giuseppe, Marcello e Marcellino) si misero a rastrellare piccole inserzioni pubblicitarie, e così, con un cospicuo gruzzoletto in mano, si misero in cerca di un tipografo il più possibile economico. La (mala) sorte li fece capitare presso una certa tipografia Limbroglia, sita in una strada del centro e che godeva, a loro insaputa, di una fama equivoca.
Fu comunque la meno costosa che trovarono, e dunque al viscido e sgusciante proprietario-tipografo portarono amorosamente battuti a macchina, gli originali del primo numero della Sferza, versando nel contempo, per 400 copie, la allora non modica cifra di 35.000 lire.
Giuseppe e Marcello non disponendo all’epoca di macchina per scrivere, l’infido amministratore Marcellino si era offerto di ricopiar lui a macchina e l’editoriale di Giuseppe e taluni pezzi del redattore capo: i due, mai sospettando quanta viltà albergasse nell’animo del malefico Marcellino, acconsentirono, e fu così che i loro articoli, amorevolmente preparati, furono passati in tipografia oscenamente bruttati e censurati dal microscopico amministratore che temeva, lasciandoli com’erano, di attirare sull’intero staff del giornale l’ira degli sbeffeggiati docenti. Un primo assaggio di che fine fa la libertà di stampa quando è in mano a chi amministra invece che a chi scrive…

A parte questo “contrattempo”, che irritò molto i due e che fruttò a Marcellino una fitta scarica di Pétrus, rinvii ed imbrogli vari del tipografo ritardavano oltre ogni dire l’uscita del primo numero della Sferza, che avrebbe dovuto esser pronto per la prima metà d’ottobre.
Il trenta d’ottobre, finalmente, l’equivoco tipografaccio promette che in serata il giornale sarebbe stato stampato: nel fresco della sera autunnale, Giuseppe e Marcello, evasi con sibilline scuse da casa (diciassettenni, erano ancora sottoposti ad una sorta di coprifuoco), attesero fino a mezzanotte e mezzo che le prime cento copie dalla Sferza fossero pronte.
Man mano che la macchina vomitava, dapprima stampate su un solo verso, poi sull’altro, le pagine del loro giornale, inchiostro seppia su pesante carta patinata (erano stati più giorni a litigare, per scegliere la veste), nel caratteristico formato oblungo che faceva pensare al foglio protocollo piegato a metà delle prove in classe, i due venivano presi come da una febbre, da una eccitazione incontenibile. Quando ebbero fra le mani, finalmente, la prima copia, ancora fresca di stampa ed odorosa di inchiostro del loro giornale, il loro primo giornale, di cui erano direttori e redattori, editori e finanziatori, distributori edicolanti e strilloni, avevano la fronte che scottava, gli occhi lucidi, quasi di pianto, ed erano incapaci di parlare: stavano inebetiti a guardare quell’elegante fascicolo e sognavano il giornalismo.

A richiamarli alla realtà giunse il tristo figuro della tipografia, che senza alcuna giustificazione asserì che bisognava pagare ancora cinquemila lire. Un momento di gelo, poi essendoci ancora un po’ di soldi di abbonamenti e pubblicità, l’ingiustificato sovrapprezzo venne pagato all’esoso tipografo.
Ebbri di inchiostro e di piombo, Giuseppe e Marcello non avevano calcolato che, detratte le numerose copie omaggio ed i molti abbonamenti, con le vendite non sarebbero riusciti a rientrare nelle spese, e che per la stampa del 2° numero non avrebbero avuto a disposizione né il fondo iniziale né il danaro degli abbonamenti.
Quella sera, comunque, erano in estasi, e quando furono tornati a casa, divisesi – duecento per ciascuno – le copie del giornale, trascorsero la notte fra sogni di gloria.
Pochi giorni prima, nella seduta d’apertura dell’Assemblea dei Rappresentanti, La Sferza era stata proclamata organo ufficiale dell’Archita, ma s’era convenuto che soli a doverla indirizzare fossero il direttore e la redazione. Direttore era Giuseppe, mentre nella redazione figuravano altri due Rappresentanti, il redattore capo Marcello e Giancarlo, detto “il duca Deca”, altri due degli Otto, e cioè Nicola ed Ugo, e come responsabili di altri due licei, il Quinto Ennio ed il Battaglini, Fulvio detto “Black Sabbath” e Tito il pervertito, ambedue baskettari “di chiara fame”, compagni di squadra di Marcello ed amici anche di Giuseppe.
In tre giorni La Sferza fece il tutto esaurito, e sui nostri eroi piovvero elogi di studenti, docenti, preside, genitori e poliziotti: già, perché una antica legge del Reame Neapolitano, forse promulgata dagli Angiò o dagli Staufen , prevedeva che di ogni stampato realizzato ne’ confini del Reame si consegnassero cinque copie in Questura, sicché tra i lettori della Sferza c’erano pure gli agenti di Pubblica Sicurezza.

(Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti” (Scorpione editrice, Taranto, 2007)

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gen 06 2009

Ieri,29 settembre…

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“Ed è subito mito…”
Era un autunno luminoso e soleggiato, non dissimile da una calda primavera o dalla primestate, quello del 1971. Radunati dopo un’estate dispersa sì, ma che pur sempre li aveva visti in contatto, i nostri anelavano negli ultimi languori di settembre il rientro a scuola.
Stanchi ormai delle vacanze, intenzionati a vivere un anno di ferro e di fuochi, signori ormai delle loro vite – e fors’anche delle altrui… – tornavano amalgamati, più navigati e più forti in quelle aule e in quei corridoi dove avevano vissuto tante penose esperienze e dove pure si erano fortificati ed affrancati, dove avevano iniziato una lotta per la sopravvivenza e l’affermazione che li aveva visti vittoriosi.
La classe III C tornava a scuola col preciso proposito di dominare la scena; fra Giuseppe, Marcello, Roberto, Francesco, Ernesto, Nicola, Ugo e Marcellino esisteva già un preciso accordo di operante solidarietà scolastica e politica.

Il primo giorno di scuola, per antica e perdurante tradizione, all’Archita entravano solo le 4^ ginnasiali, classi nelle quali alcuni dei nostri avevano adocchiato qualche giovanissima e che comunque andavano verificate per individuarvi le più promettenti studentesse.
(…) Francesco, Giuseppe e Roberto si infiltrarono a scuola e individuarono due classi prive di docente. Con grande disinvoltura, Giuseppe e Roberto in una, Francesco nell’altra, raggiunsero le cattedre, mentre i ginnasiali si alzavano in segno di rispetto. “Comodi, comodi – esordì Giuseppe – io sono il vostro supplente di Lettere, sono giovane come voi ma non cercate di fregarmi perché conosco i vostri trucchi meglio di voi”.

Ciò detto, iniziò a fare l’appello, e concluso che lo ebbe, accompagnato da Roberto, si recò nella classe di Francesco, richiamandone il “professore”; e i tre, singhiozzando per il gran ridere, si avviarono verso il bar del Liceo per festeggiare la beffa riuscita.
Per molto tempo in IV A si chiesero che fine avesse fatto il simpatico supplente che era venuto solo il primo giorno di scuola; fu solo in Assemblea generale che gli sconcertati quartini riconobbero nel leader studentesco il fantomatico supplente.

Giunse comunque anche per i nostri, il 4 ottobre, il primo giorno di scuola, che lo storico ufficiale, Nicolaus Mons Burrus rerum scriptor, immortalò sul primo fascicolo – a stampa! – della nuova annata della Sferza.
(…) Quattro coppie di banchi – gli ultimi due delle prime due file a partire dalla porta – furono occupate in sincronìa perfetta dai malefici Otto: Nicola ed Ernesto e Francesco e Roberto nella prima fila; Ugo e Marcellino, Giuseppe e Marcello nella seconda. Con Tiresia che li aveva lasciati per trasferirsi con la famiglia a Bari e Giovanni che aveva dato da privatista la maturità ed era a Pavia, iscritto al 1° anno di Medicina, i nostri si trovarono naturalmente negli stessi banchi a far congrega; il nome della quale, incredibile dictu, fu dato dal De Molletta, al quale un dì, sul finire del 2° liceo, era capitato di dire “fijoli, bisciogna uscire dal scircolo vizioso”: e fu così che il primo nome degli Otto fu appunto “Circolo Vizioso”, a latere del quale Giuseppe propose di autodefinirsi l’Ottetto.
La sigla della nuova formazione, le lettere C e V con in mezzo il numero 8, iniziò a fare la sua comparsa sui banchi, sui muri, sulle porte e sulle lavagne del vetusto Liceo. In particolare, essa campeggiava minacciosa, tracciata in bianco gessetto, sulla scrostata porta marrone scuro del santuario delfico dell’Archita, il bagno del primo corridoio, per secolare tradizione vietato ai ginnasiali e che gli Otto meditavano di trasformare in un vero e proprio tempio; consacrazione che ottenne quando fu trasformato in autentica “sala radio” dove ascoltare, nelle ultime ore di lezione, e con religiosa partecipazione, la mitica trasmissione “Alto gradimento”.

Vanamente stracciate dai bidelli, comparivano all’interno ed all’esterno di quella celebre porta le leges promulgate dagli otto, anzi dagli Otto Ottimati, com’essi talvolta austeramente si firmavano.
“A qualsivoglia gimnasiale – diceva una delle leges – è vietato il transito per il primo corridoio e, sotto pene di morte, di accedere al cesso del primo corridoio”.
“Il gimnasiale che incontri qualsivoglia liceale – a meno che non si tratti di coloro che il Sacro Collegio dei Maturandi abbia degradato a “gimnasiali a vita” – deve inchinarsi; qualora al gimnasiale capiti di incontrare un sublime Maturando dee inginocchiarglisi; il gimnasiale che nel terzo corridoio (ove era ubicato il bar – NdA) incontri un Maturando dovrà spontaneamente offrire al bar”.
Esentati dalla osservanza rigorosa delle leges erano solo “i gimnasiali provvisti di apposito lassapasso controfirmato da li Ottimati o da almeno cinque Maturandi di diverse classi nonché le gimnasiali bone che abbiano pagato in natura il prescritto tributo”.
Un ignaro quartino fu pescato nei primissimi giorni di scuola nel pendulo cesso del primo corridoio, Sancta sanctorum degli Architensi e riservato all’aristocrazia dei liceali, dagli Otto al gran completo, da Pasquale della III D, Mimmo della III B ed altri studenti dell’ultimo anno. Lo sciagurato non era evidentemente al corrente delle sacrae leges, ma aveva egualmente infranto il tabù, ed andava dunque esemplarmente punito. Gli furono inflitti severissimi tormenti, fra i quali quello, rarissimo, dell’ “elmo di Mambrino”, consistente nel porre in capo allo sciagurato il provvidenziale secchio della segatura (più o meno addizionata, a seconda della crudeltà d’animo della Suprema Corte, di liquidi di varia natura sui quali non è bello indagare…) e nel dare poi vigorose manate sul secchio stesso.

Perché fosse palese a tutti che si trattava di luogo interdetto, dopo la prima settimana di scuola spiccava candida sulla porta del famigerato bagno una croce teutonica sovrapposta ad una insegna in maiuscolo: OBERKOMMANDO DER WEHRMACHT…
Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre”

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dic 29 2008

LETTERA DALL’AFRICA

L’Istituto De Gasperi di Bologna ci scrive:

Gentile Amico,

sfogliando i propri libri universitari, una nostra amica ha trovato una LETTERA DALL’AFRICA di don Tullio Contiero (1929-2006). Emozionata (la lettera è datata 10 settembre 1972), ci ha chiesto di riprodurla e diffonderla in un momento speciale dell’anno, speciale come appunto è il Natale.

Si tratta di cinque paginette scritte con una portatile Olivetti (nastro blu e rosso) e stampate in ciclostile, piegate in tre per riprodurre il formato di una busta americana, graffettata, indirizzata ed affrancata sul dorso libero dallo scritto.  Nella forma le Lettere erano rivolte ad un ideale “Carissimo medico” giovane professionista appena sfornato dall’Università, nella sostanza ad un pubblico studentesco e universitario generale (don Contiero aveva un’altissima considerazione del lavoro e della funzione intellettuali).

I  viaggi annuali in Africa di don Contiero cominciarono alla fine degli anni ’60, interessando ogni volta una ventina circa di studenti universitari. Per oltre un mese, tra luglio e agosto, ragazzi e ragazze seguivano un itinerario apparentemente spontaneo ma in realtà curatissimo di città e villaggi, università, centri culturali, ospedali e lebbrosari,  missioni, savana, laghi e fiumi di Kenia, Uganda, Tanzania, Zambia.  Gli studenti pagavano il viaggio aereo e il trasporto in bus pubblico, treno o pulmino e poco altro, spesso ospitati da missionari e chiese locali. Don Contiero invitava gli studenti, specialmente i laureandi in medicina, a rimanere o a ritornare per dare una mano concreta, conseguendo talvolta insperati successi.

Per tantissimi altri i suoi viaggi costituirono un’occasione formativa unica per  affacciarsi sul mondo.

La lettera che proponiamo suggerisce l’immagine dell’Africa come spettatrice, ansiosa ed esigente, dell’umile riduzione del Dio incarnato: “insomma per non spogliare gli altri occorre abbassarsi, cioè spogliare se stessi”. Leggendo queste pagine sembra di sentire il soffio dello spirito che ci passa accanto, libero verso le sue mete, e si acuisce la volontà di non smarrire le sue tracce.

Don Tullio Contiero
Lettera dall’Africa

Tosomaganga 10-9-72

Carissimo medico,
ti saluto dal terzo mondo. Scrivo dall’interno della Tanzania, a mille chilometri da Nairobi e a quattrocento miglia da Dar es salaam.

Tramonta il sole sulla savana e presto gli animali per la foresta verranno a cercare ristoro. Psicologicamente e’ un momento che l’animo vuole pace e preghiera, dato che al bello, e alla trascendenza aneliamo come il corpo cerca acqua in questa arsura (non piove da mesi) tra i polveroni rossi di questa terra, mentre la fame sbatte i fianchi fiacchi. L’Africa ti fa capire la fame di pane e la fame di Dio: ambedue sono doni e segni della Provvidenza per inseguire il futuro nella necessità del vivere. Vivere e aspirare all’immanente: e’ la lotta di ogni attimo. E in questi momenti di eterno ti scrivo la presente. L’esperienza della messa celebrata un’ora fa tra gli ammalati e il silenzio dell’ospedale mi piegano a positive riflessioni. Durante il rito, una piccola immagine raffigurante un
lebbroso morente con la parola di speranza “risorgerò“, posta di fronte al suo volto mi ha agitato nel subcosciente religioso pensieri di forza. Mentre distribuivo la comunione e porgevo l’ostia a una mamma che teneva

il bambino nudo legato alla schiena mi cascò per terra la particola. Quel Dio perso tra la polvere ai piedi di quegli ammalati mi ha dato tutta la intuizione della bontà di Cristo nostro fratello accumunato con l’umanità piu’ diseredata, terribilmente emarginata. L’umiltà del Signore mi ha rivelato Isaia e tutto il profetismo del servo di Iave’.

Penso che nessuna sociologia e nessun dialogo politico sapranno avvicinare l’uomo moderno nelle difficoltà internazionali, nei diaframmi di razze, di lingue e soprattutto nei complicati rapporti economici tra ricchi e poveri, servi e padroni come il significato del pane eucaristico. E’ la logica della religione realizzata nell’ “ama gli altri come te stesso”. Insomma per non spogliare gli altri, occorre abbassarsi: cioè, spogliare se stessi. Oggi il credente deve condurre
le sue convinzioni ideali a conseguenze concrete, soprattutto politiche. Forse in questo senso Paolo scrive ai Galati: “non c’e’ piu’ ne’ giudeo ne’ greco, ne’ schiavo ne’ libero ne’ maschio ne’ femmina, perché tutti siete un solo corpo”.

Sono ospite nel piccolo ospedale missionario di Tosamaganga: lavora un giovane medico di Savona con 5 infermiere francescane. Un tantino di malaria e di stanchezza mi obbligano allo stop nel mio andare dallo Zambia alla Tanzania. Non so se arriverò in Kenya ed in Uganda, dove mi attendono amici medici. La dolcezza e la testimonianza di questo personale ospedaliero assai mi allietano. Ricompenso la loro disponibilità con le mie conversazioni e ne nasce un vero
dialogo, autentici sentimenti di amicizia. I problemi del 3 mondo visti sul posto ci 1egano intimamente e ci interroghiamo se il nostro operato e’ valido o no, mentre la fede stessa viene duramente provata tra presunte motivazioni e situazioni di fondo.

Che dire dell’Africa?
L’Africa e’ un mistero pieno di grazia e di dramma. La povertà della gente, la miseria dei lebbrosi, i contrasti sociali con 1e sue città europee ( piene di traffico, di affari, di bidonville e di prostituzione, gente che va e gente che viene da ogni
continente…). La settimane scorsa attraversavo il centro di Nairobi ( la piccola Londra) e pensavo a tutte questo cose ricordando la conversazione con una suora milanese. Raccontava che al suo arrivo, all’inizio del secolo, Nairobi contava solo un piccolo ufficio postale,qualche casetta inglese e poi tutto era bosco e i sentieri si snodavano sotto le piante. Mentre camminavo osservavo
a vista d’occhio l’universita’, la cattedrale, l’hotel Hilton,i grandi viali, quasi come l’Eur di Roma. Davvero dalla savana, alla I elementare, alle scuole superiori,all’università e al traffico aereo, di cammino ne ha visto questa gente. E dire che per anni i primi missionari per convincere i genitori a lasciare liberi i bimbi per la scuola dovevano pagarli, mentre gli inglesi protestavano per la dedizione scolastica dei religiosi.

Come pure la retribuzione della mano d’opera prestata dagli africani sotto la direzione dei coloni non e’ che fosse giustamente retribuita al dire della suora. “Padre, veramente i capi dissanguavano questi africani. Con pochi scellini liquidavano i lavori fatti durante una settimana.
E magari l’operaio aveva una nidiata di bambini nella capanna… Sono cose tristi ma vere. E non e’ detto che pure qualche missionario con tutte le sue buoni intenzioni per la costruzione di scuole o di maternity Centres, non abbia lasciato a desiderare per quanto riguarda la giustizia nei confronti della paga agli operai. Non sono mancati gli errori. Che vuole, l’Italia nel 1911 e nel 36
e’ venuta in Africa con i cannoni. Colonialista accanto agli altri stati coloniali. Tutto veniva valutato dal nostro punto di vista; ci si lamentava del poco rendimento, della poca capacità e della poca costanza dell’africano nel lavoro. Vede, pure le strade più grandi della città sono frutto del lavoro dei nostri soldati italiani: erano i nostri ragazzi prigionieri durante gli anni di guerra.

Mi accorgo di lasciarmi prendere la mano da ciò che non vorrei dire, quasi per riconoscere
PAGINA 3
l’operato di questa giovane chiesa africana giudicata “trionfalistica e occidentale“ dai contestatori. Forse e’ l’innato sentimento di rivendicazione e di gratitudine per quelle centinaia e centinaia di suore maestre e operaie che con immensi sacrifici di salute, di gioventù hanno prodigato tutte le loro energie all’opera della educazione. Oggi nelle città africane é comodo visitare le ambasciate cinesi o russe, parlare di sistemi socialisti nelle università di Dar es Salaam o di Lusaka, conversare con le eleganti impiegate o professoresse africane, ma dietro tutta questa emancipazione esiste la storia di tutta una vita interiore offerta a Dio e al prossimo che ha preso le mosse dal primo educatore. Sono ex maestre che 60, 50 anni fa, appena diplomate in Romagna o
nelle ragioni del Piemonte o Veneto (queste le mie conoscenze) hanno seguito l’ideale missionario. Proprio per sottolineare la trama di questo lungo lavoro sociale basta ricordare la festa di ieri svoltasi qui a Tosamaganga in occasione del 25 di sacerdozio di un parroco africano.
La chiesa era gremita di popolo. L’organizzatore era il P. Giorda di Torino.

Neppure David con la sua sapienza ha tributato a Dio tanta elevazione di preghiera con canti, inni, accompagnati da tamburi, organo, arpe, chitarre, batti di mano, ritmi sacri, durante la funzione. L’orazione comunitaria era condotta ad una concezione estetica di bellissima poesia e di finissima
conduzione liturgica. Nel grande sagrato sono seguiti discorsi augurali, giochi di ragazzi, saggi ginnici di diverse tribu’ in uno sfavillio di colori e di abiti. Tutto ebbe termine nel primo pomeriggio. A pranzo trovai ravioli e simili consolazioni della nostra cucina italiana. Più tardi passai in cucina a ringraziare le suore. La cuoca (Emiliana) da 45 anni vive dietro le pentole.
”Che vuole, Padre, io sono convinta che i medici e le medicine siano indispensabili, ma è soprattutto necessaria una buona cucina. Ai miei primi anni di Africa la sottonutrizione e la malnutrizione distruggevano bambini, vecchi e molta povera gente. Io vengo da una famiglia contadina. Mia madre mi. ha insegnato a fare di tutto in casa… A 20 anni, arrivata in Tanzania,
nella missione dei Padri c’era una scuola con 600 ragazzi ed io ho sempre pensato alla cucina e al pollaio. Le ragazze che hanno lavorato con me ormai sono sposate con figli grandi e forti come i nostri ragazzi italiani.

Questa presente che doveva essere una semplice paginetta da girare ad un paio di amici vedo che si dilunga in un intero capitolo, quasi una lunga storia. Sia pure, ma torniamo all’iniziale stato di animo e alla attuale descrizione
dell’Africa di adesso, o meglio, dei 4 paesi visti dal sottoscritto o della particolare Africa di questa sera. Forse domani cambierò il mio parere. E’ un’ora di sincerita’ sociologica registrata da un incompetente.

E’ meglio che mi confessi presto, subito. Mi voglio liberare dall’ingombro che mi batte addosso. E’ una confessione ad alta voce ma che passa attraverso queste mani e il nastro riproduce il rosso blu’ di questa realtà. Queste pagine hanno il difettodell’improvvisazione per aver toccato molti argomenti accennati a primo gettito. Il contenuto però’ lo ritengo una meditazione continua di queste settimane, frutto di diverse analisi,conversazioni e di molte domande con gente che vive la situazione africana. In Europa spesso siamo facili ai momentanei entusiasmi o a futili emozioni romantiche sul terzo mondo. A questo punto se dovessi appellarmi alla descrizione delle prime righe dovrei soffermarmi su questo
tramonto di fuoco o su alcune figure apocalittiche di certi animali, come sulla mitezza e sulla eleganza di altri. Ma mi preme di più sottolineare la bellezza dei bambini, magari il comportamento implorante di certe mamme di fronte ai bambini ammalati, denutriti o bisognosi di tutto. Impressionano assai pure gli sguardi dei vecchi con tutti i diaframmi del sotto io che reclamano aiuto ed esistenza nella sera della vita, dispersi sotto le capanne tempestate dalle
intemperie e molestati dagli insetti di tutte le specie.

Qui e’ tutto un susseguirsi di fatti e di necessarie improvvisazioni che ti sbattono in diverse direzioni del pensare. Il termometro della mia fede va dalla animazione della preghiera come agli sdegni e alle imprecazioni contro piccoli uomini egoisti, metodi ed istituzioni ingiuste. Credo che le Chiese dei paesi capitalisti, le università, gli economisti siano, o meglio siamo, tutti colpevoli
della situazione di questo terzo mondo fatto di ammalati, di analfabeti, di sfruttati e sfruttatori e di sottosviluppo di ogni genere.
Scusami. E’ per me una sera grave. ”Vedi, Contiero, se tu fossi un ammalato grave o dovessi applicarti una seria terapia non potrei farti nulla: mi mancano mezzi, strumenti ospedalieri adatti e medicine efficienti per le molto malattie tropicali… “. Questa e’ la situazione del mio ospedale e dei miei ammalati. Così mi parlò il medico del piccolo ospedale. Il discorso del medico e’ stato improvvisamente interrotto perché in quel momento arrivò con una jeep , tutto
trafelato, Padre Giorda con una mamma assai ferita, morente e morsicata da un serpente. La povera donna era sorretta in braccio di sua figlia, ancora bambina. Il missionario per caso aveva trovato l’ammalata, a 40 miglia dall’ospedale, al confine della sua parrocchia. Ammutolito,osservai quel rapido pronto soccorso e pensai ai tre nuovissimi ospedali chiusi per mancanza di medici e di infermieri che vidi sul lungo nastro di strada che si snoda da Kampala a Kigumba,
Gulu, Anaka, Nebbi, in direzione del Lago Alberto. Intanto noi a Bologna, Milano o a Valle Giulia di Roma (oppure ai nostri corsi su “ Marxismo e cristianesimo” a Cogne ….) continueremo a problematicizzare e a contestare sulle questioni di metodo o sulla chiesa dei poveri.

Vedo che e’ notte e i pensieri potrebbero farsi più cupi. Domani verrà l’alba e praticheremo una pagina del Vangelo di Giovanni sul Cieco nato: “ Finché è giorno Io opero….”.
Ti saluto con questo desiderio di speranza e ti assicuro che al ritorno in Italia
all’universita’ continuerò a gridare.

Don Contiero

P.S. Lettera per i medici e i laureandi in ingegneria, fisica, chimica, agraria e veterinaria.

(Fonte: Istituto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” – Bologna)

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