
n. 28 del 30 ottobre 2009
Fuori dalla palude
Non più tardi di due giorni fa, dalle colonne di questa testata, si ricordava come l’elezione di Bersani a segretario del Partito Democratico avrebbe inevitabilmente spostato il baricentro del partito verso sinistra, lasciando di conseguenza una maggiore “libertà di campo” alla vocazione riformista che da sempre anima l’area moderata del nostro Paese.
All’indomani dell’elezione dell’ex ministro a leader del Pd, da molte parti si rumoreggiava di un possibile esodo di moderati in direzione centro e, in particolar modo, verso l’Udc. A dire il vero, la realtà è un poco diversa, con il solo Rutelli con le valigie in mano. Gli altri nomi che fin qui sono stati spesi dalla stampa attendono di capire quale sarà il futuro del Partito. Fermo restando, a costo di ripeterci, che lo spostamento a sinistra dell’asse sarà inevitabile e anche auspicabile.
Solo in questo modo infatti si potrà finalmente uscire dalla logica deteriore di due soli partiti, entrambi a vocazione maggioritaria, ma privi di qualsivoglia competenza politica, pronti ad attacchi frontali che con il Bene Pubblico hanno ben poco a che fare.
La riproposizione di un modello politico che abbia una sinistra, un centro e una destra – in quest’ultima, però, un progetto diverso ancora non si intravede poiché, al momento, la presenza eccessivamente accentratrice di Berlusconi impedisce un nuovo corso – sarà senz’altro un toccasana per il nostro Paese, che potrà finalmente tornare a occuparsi di questioni reali e non più cercare unicamente di raggiungere il famoso 50% + 1 attraverso alleanze complicate e, soprattutto, estremamente instabili. È evidente, inoltre, che l’attuale sistema elettorale attribuisce un peso specifico molto alto ai partiti che hanno ricevuto un basso consenso dalle urne proprio perché sono autentici aghi della bilancia.
La vicenda di Tangentopoli, astenendoci da qualsiasi giudizio di merito sulla questione, ha prodotto l’azzeramento di un’intera classe politica che aveva governato ininterrottamente dal 1948. Quasi cinquant’anni sono stati spazzati via nel giro di pochi mesi, lasciando il passo a una Seconda Repubblica priva di ogni competenza politica. Prova ne sia la deriva populistica che due partiti soprattutto – ma non solo loro – hanno intrapreso nell’ultimo periodo. Il populismo d’altronde è la negazione della politica proprio perché si fa propugnatore di una serie di tematiche che guardano solo al contingente e al particulare, perdendo di vista un orizzonte più ampio e condiviso.
In quest’ottica dobbiamo leggere le parole pronunciate dai relatori dell’incontro organizzato dalla Fondazione Liberal, a cui ha partecipato anche il nostro direttore Enrico Cisnetto. Ferdinando Adornato, che della fondazione è il presidente, ha assunto ormai da tempo una posizione critica nei confronti della maggioranza di cui fece parte, sostenendo che in essa non vi sia più alcun tipo di criterio meritocratico, dal momento che le teste pensanti vengono immancabilmente accantonate per far posto a chi, al posto del fioretto, preferisce usare la clava.
E ciò che preoccupa, in effetti, è proprio la poca sostanza che risiede al di sotto dei grandi proclami che, ormai con cadenza quotidiana, vengono fatti dal Governo. Qualche esempio? Il federalismo, l’abolizione dell’Irap e la riforma elettorale. La riforma che prevede un federalismo “singolare” è più orientata a una progressiva (ma rapida) erosione dell’unità nazionale piuttosto che a una autentica implementazione delle realtà locali di eccellenza che, seppur in misura sempre minore, esistono nel nostro Paese. In un mondo che sviluppa una tendenza sempre più internazionale, in cui le acquisizioni di aziende da parte di altre aziende per creare colossi sempre più difficili da scalfire e con quote di mercato sempre più rilevanti si susseguono senza posa, ha dell’incredibile la realtà italiana che punta sempre più all’atomizzazione dell’impresa. Guardare al federalismo tedesco in questo momento è una mera utopia, dal momento che i Länder che compongono la più grande democrazia europea concorrono in modo virtuoso alla realizzazione di un sistema paese estremamente solido. In Italia, invece che ridurre la complessità, si tende in ogni modo ad aumentarla, lasciando alla campagna elettorale l’idea, per altro validissima, di ridurre o addirittura abolire le province.
Per quanto riguarda l’abolizione dell’Irap, poi, come andrà a finire? Sarà il solito “papocchio all’italiana”? Pare proprio di sì: Tremonti cederà sul merito, accettando di tagliare l’imposta alle imprese, ma Berlusconi lo farà sulla quantità, accettando che, in vece dei 40 miliardi preventivati, si abbatta l’imposta per soli 4 o 5. Insomma, entrambi usciranno sconfitti e contenti, portando avanti un progetto che non può che essere perdente. Giustissimo ridurre la pressione fiscale, ma necessariamente a ciò dovrebbe anche affiancarsi una riduzione del debito pubblico, in modo da permettere alle casse statali di respirare un po’.
Infine, la riforma del sistema elettorale. Che l’attuale meccanismo non funzioni, che al confronto la famosa “Legge truffa” sia un esempio di virtù è palese a tutti. Ma pensare di rivedere i poteri del premier rendendoci ancora più simili alla Russia lascia francamente perplessi. Attualmente, come ha ricordato Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte Costituzionale, i poteri del premier sono molti ampi, a scapito di un Parlamento che ha visto ridurre notevolmente la propria utilità. Oggi l’Italia è una repubblica parlamentare solo nominalmente, dal momento che, a partire dalla scheda elettorale che viene presentata a ogni cittadino, si sceglie direttamente (anche se non formalmente) il primo ministro.
Il progetto dell’Udc, così come si sta delineando, è alieno a logiche disgreganti come queste e, di conseguenza, mira a tornare a quell’unità di fondo che fu. Bruno Tabacci, per esempio, è solito ricordare come le divergenze tra Peppone e Don Camillo fossero ampie e mai taciute, ma che, di fronte alla piena stagionale del Po, entrambi si trovassero a mettere sacchi di sabbia per arginare il fiume. Una metafora che, purtroppo, è stata dimenticata con troppa facilità. L’auspicio è che si recuperi quel senso di cooperazione che va oltre il semplice schieramento politico.
Si segnala infine l’aggiornamento del blog Politicamente Scorretto di Davide Giacalone, la seconda sessione del convegno della Fondazione Liberal “Di cosa parliamo quando diciamo Italia” in corso di svolgimento a Roma, e il prossimo dibattito di Società Aperta a Pesaro “Dove è finita la politica”.
(Fonte : www.terzarepubblica.it)