gen 19 2009
Vita quotidiana all’Archita. da “Ieri, 29 settembre”
…Preso che ebbero il potere all’Archita, gli Otto si diedero alla costruzione di un organico regime che sostituisse il caotico sistema istituzionale dell’anno precedente.
Padroni dell’Assemblea dei Rappresentanti (il “Parlamentino” del Liceo), vararono quell’anno, finalmente stampato e fuoriuscito dalle tenebre della clandestinità, il loro organo di informazione, il ferocissimo mensile studentesco La Sferza, le cui riunioni di redazione furono equiparate – anche grazie ad una mezza promessa estorta in proposito al preside – a sessioni dell’Assemblea, sì che gli organici redazionali si gonfiarono ben presto di numerosi amici del direttore e del redattore capo, che erano Giuseppe e Marcello, compagni di banco e di mandato assembleare.
Dopo l’elezione del presidente e dei suoi due collaboratori (un triumvirato composto da Giuseppe, Mimmo e Vito) e la nomina della segretaria dell’Assemblea (la bionda Caterina di III B), gli Ottimati constatarono che molti, troppi di loro restavano fuori degli organi elettivi; per alcuni si ovviò, come detto, inserendoli nella redazione della Sferza, che teneva le sue affollate riunioni per il solito in quelle che in III C erano ore di Latino e Greco; per altri, come per amici di altre classi, si dovette inventare qualcosa.
(…) Subdolamente, la direzione della Sferza soleva inviare a vendere il giornale nelle ultime classi, e in genere in quelle a prevalenza maschile, proprio Marina ed Elvira, che facevano il tutto esaurito anche grazie al fatto che Marina per prima introdusse all’Archita la minigonna, o ciò che all’epoca e nel luogo poteva passare per tale: in fondo si trattava di casti kilt solo un po’ corti ed appena lasciati lateralmente aperti spostando in alto lo spillone di sicurezza. Ma quando in quella guisa Marina saliva per le ripide rampe di scale del Liceo, i collassi cardiaci erano all’ordine del giorno fra i ragazzi che si attardavano tutti ad una mezza rampa di distanza, in basso. Elvira, che viveva in un clima ancora più rigido della media, doveva invece uscire di casa con gonnacchioni che avrebbero fatto la felicità anche degli integralisti islamici afghani; il kilt lo indossava a casa di una amica compiacente, se faceva in tempo, oppure nel bagno del Liceo. Ancora più stravagante era il suo approccio col trucco: prima di uscire di casa passava un dito nell’ombretto materno, col quale si truccava nel bagno del Liceo alla bell’e meglio; inutile dire che prima di tornare a casa con un fazzolettino di carta doveva rigorosamente struccarsi. Marina, per contro, con la complicità della madre, riusciva qualche volta ad indossare, sotto un cappottone nero da generale dei Cosacchi, addirittura gli shorts, anche detti all’epoca hot pants: aderentissimi e cortissimi pantaloncini bruttarelli anzicchennò ma eroticissimi, roba da infarto, che non risparmiavano qualche crisi di gelosia in Ganimedo, il bello del Liceo, che faceva degna coppia con la splendida Marina… La mora Marina e l’occhicerulea Elvira colpivano insomma al cuore maschietti e maschiacci (?) dell’Archita, causando un vero assalto alle copie della Sferza dalle due vendute.
Delle 27/29 ore settimanali di lezione appannaggio dei licei classici, la classe dirigente dell’Archita, quando andava male, ne subiva una ventina. Chi poi faceva parte dell’Assemblea, del suo Comitato Direttivo, della Sferza e dello staff dei Gruppi sportivi in classe si può dire – filoni per di più a parte – che non ci andasse mai.
Talora, nella comoda aula spesso vuota della IV E (che magari era in palestra o che, essendo bilingue, aveva disperso i propri alunni in altre classi durante le ore di Lingue), in fondo al terzo corridoio, lontano dalle classi liceali, gli Ottimati organizzavano the danzanti (spesso anche aranciate danzanti, prelevando il bottino dal limitrofo bar della scuola): coi più strani pretesti, evadevano dalle loro classi, si recavano in quelle amiche ove convocavano con le più assurde motivazioni amici e, soprattutto, amiche, ed al suono del mangianastri di Ada improvvisavano sontuosi ricevimenti mattutini. Quando la facevano troppo sporca, giungeva messaggero di sventure qualche bidello in IV E per richiamare tra i banchi chi era da troppo assente. Qualche volta bisognava obbedire, qualche altra, se ci si stava divertendo troppo o non si era studiato per niente, una semplice mancia bastava a far riferire che lo studente assente non era stato rintracciato, forse perché impegnato nell’espletamento di impellenti necessità corporali. Di fronte alle quali perfino i professori dovevano cedere il passo.
Giuseppe Mazzarino, da “Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti” (Scorpione editrice, Taranto, 2007).














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